A piene mani

Dia.foria - Augusto Blotto

Augusto Blotto

Augusto Blotto, nato a Torino il 12 marzo 1933, poeta. Lasciamo la biografia alla consultazione di ciò che si trova in Rete, su qualcuno dei libri pubblicati, sui saggi critici. Il racconto di una vita, per un poeta, è cosa da poco: la vita è solo un mezzo che conduce dritto all’Opera. E prescindiamo anche dalle cifre che tentano, illuse, di circoscriverne i confini. Perché le cifre, lo anticipiamo, sono spaventose (e quindi, per natura, spaventano): al momento, contando testi editi e inediti, esistono 58 libri. Diciannovemila pagine, trecentomila versi (più o meno). Sembrano numeri incompatibili con la Poesia, per come la stessa è comunemente intesa: una sorta di distillato di frasi belle e significative, meglio se brevi (saranno ancora più ricche di significato). In questo senso, il massimo sarà illuminarsi d’immenso di fronte al mattino. Ma il punto è che con Blotto abbiamo il radicale capovolgimento del conosciuto, dell’atteso, del normale. Altro che dichiarare la trasmutazione di tutti i valori… Certe cose non basta dichiararle, bisogna metterle in pratica. E qui il sovvertimento è la regola. Perché la quantità si accoppia selvaggiamente con la qualità – e questo vale per ben più di cinquant’anni di scrittura – e il senso si congiunge con l’invenzione più sfrenata. Invenzione sintattica, semantica, lessicale: e questo solo perché il significato possa essere ancora più preciso, più rigoroso. Del resto, si tratta di qualcosa di cui il poeta può andare orgoglioso: per quanto sterminata sia l’Opera, non esiste verso che non abbia una sua profonda ragione d’essere. Ogni verso è necessità. Con queste premesse, si capisce bene come sia impossibile antologizzare. Al massimo, si potrà pescare a caso, e offrire ai lettori. Ciò che intende fare [dia•foria è appunto questo: proporre ai lettori uno spizzico di qualcosa mai letto prima. Non è poco, e siamo sicuri che si tratti di un’affermazione difficile da smentire. Un’Opera per cui le caselle tradizione e avanguardia non funzionano, perché non spiegano alcunché. Si tratta di leggere, o perlomeno di cominciare a farlo. Del resto, è storia vecchia: scoprire un posto incontaminato dal turismo va bene, trovare un atleta che faccia cose uniche va molto bene, ascoltare un cantante che abbia estensioni inarrivabili va benissimo. Bisogna spingersi ad ammettere che l’unicità è un valore assoluto anche per la Letteratura, e soprattutto per la Poesia. Nell’invitare alla lettura di Blotto, o almeno alla scoperta della sua esistenza, vorremmo poter fare come quei libri di consigli “per le donne belle”, o guide “per i tipi intelligenti”, assicurandoci il successo fin dalla scelta del titolo. Ma intendiamo rivolgerci a lettori curiosi e disposti a praticare strade senza indicazioni, non certo a persone disposte a lasciarsi ingannare da qualche trucchetto. Basterà una poesia, o anche solo un verso, per cominciare. Per sollevare il mondo, si sa, basta un punto d’appoggio qualunque. Qui siamo di fronte al mondo riletto e capovolto, non possiamo fare altro che invitare ciascuno a trovare il proprio punto d’appoggio. Da parte nostra, possiamo solo garantire che si tratta di una lettura in cui non ci si perde affatto, seppure non si approdi mai, vista l’estensione del navigabile. Ma è davvero un viaggiare dolcissimo, in questo mare.

Stefano La Notte
novembre 2011

 

A piene mani

5 poesie inedite

 

Svegliarsi di buonumore è un preciso dovere
per chi faccia poesia? Considerato
quel che passa il convento, in fatto di musi
lunghi, direi di sì.

 

da «Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin”»

 

Penso che buzzi viola, in noi, quando piangiamo,
stiano, gorgia fiord ghiaccio; ma non piangiamo
mai, nemmeno quando il disgelo
fièna a cotogna di campi coloriture
che si particellano
                                Indosso, infatti,
un po’ a lato, sussiste la memoria,
popolata di appoggi e seguire le usanze,
che sempre fiata a me, coincidendomi,
nei pericoli scheggiosi, nei parapetti aggirati
dal circondurre membra – o buonsenso
                                                       Perduti
per strada, i volere in qualche modo
interessarsi ai congiunti, o anche al globo
intessuto (con passi e barricate)
meno del mai messo in dubbio sperare,
mira in lieve salita rettilinea
il frigno biondo dello sprecarsi (fabbriche
dell’Ulster vengono in mente, lumi-
-narie con sequela limaccie) mai
quanto si sarebbe dovuto: pei tanti
contemporanei eppure viventi, valeva
la pena oscurar ancora più in dedito
la pochezza barrata, o il tradimento
– da sotto – dei sensi che han cenciato
buttarsi via del mio anzi testamento
montato a sto livello come si dice
di panna

             E’ il tempo del ramicello
forcuto su lavagna di sciolventesi
– in notte, spento lapis i frulli mosci –
coscia di cielo da balcone in città
ben stringàtasi; le molle-maglia
del non avvedersi, che s’incomincia a capire
degno di quasi apprezzo, elàsticano
il buio di relativo ragionato
progressivo ai viali di orlato duro (verdone)
se scampassimo fino a posseder vista
nei mesi a venire che non han di composto
nulla ancora
                    Il lanceolar d’isole
(come ghiaccio che sfiori, costola, terriccio)
penserà a noi, prima che vergogna
ci rilasci i muscoli e la tinta soffonda
mimando in cenni muti che pretese
sono state deposte?
                             Getti verdi
di brutalità lusso e sudo, esperienze
gonnellate d’ignoto estremo, nella luce
da denti e negri di frequentatori
di Las Vegas, esemplificano il punto
cardinale di viaggio torbido, aver influito
proprio no sulla vita degli altri, [noi] spezzati-
-no (o tegamino) di contratta e piccola
cattiveria, strabuzzi stortati
(anse di spinterogeno) in un ambiente
i cui minuziosi riferimenti, anche
di carta da parati, sola chance
di guanto oltre gli spini, me ne sono
dimenticato di gravarvi, [sì,] allora, preferendo
cassone grigio-tardo d’ottuso sguardo d’insieme,
pacco d’aria distogliente, [e] a velocità notevole

Mondovì
dicembre 2010

 

*

 

La modernità del sangue, assolutezza
che usa i cantini per plorare, finis
vèspera su introire singulto i colli
da cui ci avviamo ad essere, se non
abbandonati, almeno raggruppati
in sfida ringhio di esoso ribelle:
perché, in realtà, il rigoglio non ci sa-
-rebbe, ma neanche forse nel passato

Morire per donna aspetta una sera
affettuosa di attività virili
modellate in atteggiamenti da tavolo
e panca, scontroso cubo di arti,
su cui il meditare connette
bordi dei movimenti:
                             altri che noi
potrebbe aver turbato tal pallore
puntinato? di viaggio con coincidenze
afferrate? di smussar decisioni
purché proseguano (e il sonno imperi)?
                                                    Federa
inzuppata di contrito, è l’anima
femminile, operaia; l’esangue
ne è la divisa, sotto i paltò snellati
da cintura: vi si cerca di dediti
conservare l’oggetto di “casa”, il rude
anemico per cui una vita si accolla
appunto “il bruno ronzare dell’oggi”
ambrato, sempre rimandante gli scopi

Fui quell’inoltrantesi, betulle
chiodando di forelli il chiaro airiato
arrivante, come Docks mezzogiorno
sùdino d’arancione blu, nei porti
boreali; le ginocchia, altro che
piegarsi, seppero utilizzare
la molla del grande momento che passa, e con scudo
non ci pensammo due volte a coprire
Ifigenia, ad avanzarci di un passo
(ruotando in spazio un marchio di difesa)

L’affermazione che così si visse
riceve raggi di conforto dai modesti
cantoni che il frequentare
ci porge, fortunato cadere di stimoli
stellari, nel cosciotto perfino un po’ lepido
dell’aria abituata al qui di solo e eccello

Qual vaniglia e saliva nei giorni
lume della miseria! ci avesse schiacciato
un carro, non sentivamo niente! il nostro
posto, tutto di un erto apportare!

Poi però si tenne fede, ere
la cui sciarposa cometa mi vermiglia ancor
la fronte, come se da sotto casa
mia immaginassi il modo di vivere dentro
l’appartamento, bandierante prolungo in polvere
d’un serico, internazionale giorno a maggio

Gattinara
ottobre 2010

 

*

 

Che mai i paesi si siano immaginati
visti così bene, azzurri in lor cruna
e armatura, come dall’entusiasmo
fiordaliso in lunghezza di chi vi parla
– radiocronaca contemporanea, intimissima
di contenta certezza di bassezza –
custode, in quantità pascolatoria,
di numeri, pendori e aguglie attesi
tosto dal lacuale, ch’è spazzato
in tosoni e vialetti, grigio glomero
dopo tosto la pioggia che nutre i verdi
a gran matassa (sporchi appena in cenci
di virgole, il diaspro sommesso, lo
stravento, dell’arruffo temporale)

Quell’io che vi ho veduti, quasi imperio,
non ho imbarazzo a abbandonarvi (ceci
di rii; ombra circolare sotto:
un olmo? quercia? non abbado a tali
inferimenti non so quanto legittimi,
assurément pàtula (schienale) per quanto le membra
ricordino (essudato); sormonto
di colli dichiarati scarsamente
visibili per lor intensità
amianto (il massimo della sfusa
soddisfazione è in tale pronome);
velocità che scarta perché greche-
-tte di margini sommin questi medi
colli concomitanti a fruir acrocoro
se si dovesse misurare coi millenni
il poveraccio sincero, contritosi
su sé, come un grembo sa ben fascina
(onice che scorre sul riposo
castagno, prato ripido pulito,
accomunanza di tempo nel chiamarlo
che sia qui, formicolo celestino
del presente marron, borsine tutte
allineatamente scompaginate, effetto
del rugghio di una potenza poco presa
sul serio ma che non per questo
non russa chiotto chiotto i suoi barbierumi
di non dimentico e chissà un giorno intervengo)

Abbandono che, se figgesse il costato,
presto l’incuranza della visione (prateria?
atleticità? angolo con ritagli
ferrosi?) successiva sventante
bòcca a un porto d’atterrissage – stelluzze
di lamiera -; perché stupirsi? vorrei
semplicemente che vi avvicinaste. Ve ne
accorgereste (téndine? piede
azzoppato? acqua lurida in feltro?
ma no, oggi o poi, solo una manata che vi sorpassi
o tutti cari!)
                  Bah, troppo bello,
terra formata
da cose, per lasciarti
                               cose che adagiano
lunghezza, o esperar di cilestrino,
pensatrici cose di terra, o addirittura
di terreno, sgombre come in limpido
disposte ad accolare aria aguzza
                                             Son qui
a testimoniar il vacillìo dei buon suoli?
Posso affermare che in realtà il lor solido
non ci pensa neanche a schienottare?
gli basta la sicurezza, come…
a lui?
       Questa capacità di essere
mi pare strano non averla tutta
svoltata in esperir composto, quell’
attaccamento al corretto che il nuvolo
ci materna, guancia di ponticello
tipo Giverny se inventassi posarsi
peluzzi di nebbia ferrea sulla gioia
che un soppiattar di lontra ci riporta in comune
a quella cambusa a tentoni ch’è il nostro cervello
di cui non saprei né dir male se non spalancando le braccia

in TGV dopo il Morvan
giugno 2009

 

*

 

da «Basta, buon continuare»

 

Questa faccia terminerà, è noto,
di guardarmi bonaria, effervescente,
o impalmata di barba-fiacco a sera d’albergo.
                                                              E allora
tutto sarà finito anche per voi
                                          Come non sarebbero avvenuti
neanche tanti lutti, a miei cari, se fossi stato con loro
Verde surpluato d’api, immergimi nel ditone
da manicotto delle tanto carpate valli!
                                                    Non vi è nulla in comune
fra il sepolcro quarantennale del mio inizio, commosso,
e questa recisità d’erba, materna
come la torta vaccale, iridio di fiori cribretti
nel sottile acciaiare della vaniglia o lumacone
tra vetri, cupo essendo il cespo
                                            E le vòltole
morbide, del reale sottoposto a scadenza
dolce, di temporali pomeridiani, marron
come un granetto, un glomerare; scrosciato
dal nudo nitido, esse, matrone,
maioliche, madonne, fienano
o falciano pianissimamente, rotolando
quasi non si avverta quasi, in un rosolo
di romaneità smeraldo, gonfia e per tituboni
trascinante di rastrello nel vis del vivo di liberazioni
persuase
Una schiena modello
assunse la forma del me materna studiosa
in quei verecondi tempi, zelanti e vispi: l’arrivo
al paese della fantesca in prunelle d’occhi
serî smagrì il fianco, lateriziò il lavoro,
lingotti celesti di assiedersi in paradiso nocchiero
e grèmbico stabilirono la lontananza dalla città
di studi, di successi, il ritorno intontito a palla di dito,
assiduamente sempre pensato in lacuale
atmosfera di briglia e ammiraglio, affezionatissima ai silenzi di sera:
ai proponimenti, da masures
(il vetro rotto fra lumaconi e ortiche)

Chambéry, Val Romey
poi Prazzo
giugno 1989

 

*

 

da «Veramente quando»

 

CON PENSIERO AI NUOVI, PER FINE oppure NON FACCIO LA GUERRA, FACCIO L’AMORE oppure anche I GIOVINCELLI SE AFFRONTANO HENRY MILLER o anche PENSANDO A BELLOCCHIO (UNA SUA INTERVISTA) oppure PRIMA IO, POI…

 

Concentra la rettilineità
dei voleri a lungo, topografici, la persione
felice come di stagni, di noi or or prossimi
all’indomani in pianura: così pelurie arancio,
strisciate, sulle auto mastice, una penombra.

Un passo inclaverà soldelli, proseguendo,
batterà i leggeri vetri dell’essere
sospeso, come una lingua grossa
di felice: forse un riunire e soldato
tenueran dei voleri.
                           Natale o giallastrerie
di pianure di latte, in questo angolo poco incline
a [com]portarsi non schivo, forman il dormire
appuntito di tempia, penso, e indirizzato di mento
comunque, a perplessare l’impaziente;
un turchese d’odore che cade, un riccio di carbone
sulle vie prospettantisi il notturno, fumate
di quella aerovoltura di “invio!” da trecciar
portici o zuccheri, una silentìa apprensiva,
e zingaresco il suo viola di saltoni, nudità
da cavoli del pompelmino di bistro
                                              Feud’occhio
bello, d’anitra e non stupire! Olmi a neve
donanti il gratto d’apprezzo alla torre; a me
capiterà, scoppiettìo d’infan’festa, di andare verso,
bruciori chiusi a ombrello d’un nullo zucchero
alle strade fangate daran quel po’ di toro
che sempre è ammesso nel bilioso azzurro
d’un progetto, ritondino e il suo verde gradua
sopra asfalti, come far un sogno boario,
avvicinarsi alle corti e aver notte,
oppure aver percorso di latte.
                                    Qua la
– cioè dir tutte le cose, grossolane appuntino –
mano, traduco questo dirmi; ondate
di credere al rovinato un futuro cibo
grassamente medagliatore, con lo scopo lucente
del messia focaccia su pianure spronano
a apprivoiser, ed i gomiti grettini
come l’argilla fa una scimmia, o battìo
d’occhi alla piana distanza,tutta cune
nere, odorini pastellati, oche
e rotaie molli: un farsi sempre più cattivi,
come è la sincerità e il lucente, negli uomini
che sono scampati e pensano al minestrone
di lor lagrime e gloroso prossimo, suicidio
ad esempio, o vagabondaggio, giovani
come uno [che] dimentichi la giacca, sempre freddi:
la luna meravigliosa di cibaccio e liquo
rappresenta l’intensità malvagia
e facente per finta paraggi alacri con le mani
e allegri, tutta la storia dell’indipendenza,
erettìna e credula giustamente al sé
per metro, che si diffonde in futuro, problemi
suscitando, come giudicare un conflitto.
Problemi misteriosi perché un poco stupidi
alla prima apparenza, come miglia lontane
questo conflitto comporti, una radentìa grigia
che si dà il caso (per noi) di osservare con cruccio
attentivo, per i suoi mestoli di ben pochetto,
e appunto per il semplice lagrimone o cibo fatto
a forma di foglia che involva palla di cazzo
con cui vociano un arancione di andar vicini quasi senza menti
– il mento dell’interrogativo o dell’annuso –
e retri, il troppo intelligente, per i nostri gusti,
d’una rivoluzione esigente discutere, uccellona candida

Retriva e scurrile ribellionuccia mia,
guarda i paesaggi, più o men ci valiamo,
(farsi nascere oppure condannarsi-dispero, tutti e due i sensi)
eh già, questo è lo sgrondo di parola
che noto nella lagrimona della rivoluzion accentrata,
minestrosa, appoggiata sulla franchezza.

Solerette, Savigliano
dicembre 1966

 

Augusto Blotto
A piene mani. Cinque testi inediti
Le edizioni di [dia.foria
Collana “altroche“, 2011

 

Augusto Blotto

 

***

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