Parole come ortiche

parole inutili

Monique Pistolato

E’ come la consuetudine di tracciare nell’aria le virgolette con le mani quando non siamo in grado o non abbiamo voglia di pensare la parola giusta: ci si accontenta, non è proprio quello che voglio dire ma tu cerca di capire, più o meno funziona così. Possiamo lamentarci che le mails, gli sms, le chat impoveriscano la lingua, ma è vero fino ad un certo punto: impoveriscono il lessico, è possibile, ma la prima forma di svilimento sta nel non rispettare le parole, nel non cercare per pigrizia o fretta le giuste parole. Così lentamente e impercettibilmente ci si accomoda nell’omogeneità, ci si appoggia su espressioni talmente comuni da perdere il loro senso senza acquistarne in cambio uno di uguale valore. Qui non si discute la purezza della lingua, ma l’attenzione di chi la parla o la scrive. La reazione allergica di Monique Pistolato ad alcune di queste espressioni purtroppo non è contagiosa, ma merita di essere fatta propria. (ft)

 

***

Pungenti, ne sono allergica per un dizionario interiore che è solo mio. Quando le sento sono a rischio di choc anafilattico. Le respingo a colpi di lancia e scudo.
Un alfabeto affettivo, senza pretese di assoluto.

 

Normale

Per chi? Per me, per te, per l’altro. Chi dà il grado della normalità su una persona, una situazione, una cosa?
Viene di solito usata per l’uomo che commette una strage. Per il ragazzo di buona famiglia che si scopre tossico, per lo scolaro che incendia la scuola, per la casalinga che si prostituisce per una borsa di Prada. Sì, era un tipo “normale” commentano i vicini, l’edicolante, il barista…
Piatta, insulsa, vuota. Asettica. Vorrei abolirla, multare chi la usa. Prenderlo per il colletto e dirgli: l’hai scelta per non sporcarti, perché sei orbo, o semplicemente ti accontenti della vernice dell’apparenza?

 

Scrittura al femminile

Ne esiste forse una al maschile? Le parole sono di genere?
Per me un bel racconto, romanzo o poesia, è bello o brutto a prescindere da chi l’ha scritto: il linguaggio ha il suo corpo semplicemente. Ciascuno ha un suo sguardo sensibile nello scrutare, narrare, e trovare parole.
E questa storia della scrittura al femminile sa di muffa.
Certo che entrando in libreria o in una biblioteca, e consultando gli scaffali della narrativa italiana, ci si accorge che le autrici sono una minoranza, una riserva indiana.
Scriviamo meno o semplicemente siamo meno visibili? La letteratura è un terreno dominato dagli uomini? Perché solo a marzo fioccano le proposte di presentazioni, convegni, tavole rotonde, nei recinti femminili? Ma questa è un’altra storia e per un ragionamento, non di pancia, servono i dati… nel frattempo ho un po’ d’invidia per chi vive in Svezia e in Finlandia e non si trova ai convegni a fare la ciliegina.

 

Escort

Versione elegante e firmata per abilitare ad alto rango un mestiere consumato.
Certe parole bisognerebbe scartarle come si fa con le caramelle, guardarne il cuore.
Una puttana è una puttana. E chi va con una puttana compra un corpo, paga un affetto che non c’è.
E chi si vende per i lussi deve avere il suo vocabolo nudo, l’abbellimento è disonesto soprattutto nei confronti di chi è costretto a farlo per fame e schiavitù.
L’unica escort che posso accettare è la vecchia Ford, magari per un noir ambientato a Berlino, le altre le lascio ai mandrilli che misurano la loro virilità nel numero di scopate.

 

Non sono razzista ma…

È la premessa per pugni di stereotipi che si caricano tutti su quel “ma”.
“Gli zingari sono tutti ladri. I neri si lavano poco. Sei vestito peggio di un albanese. Puzzi come uno slavo… ”Rami di pregiudizi spinosi, duri da potare, da scomporre in particelle umane che guardano al prossimo con curiosità . Sarebbe meglio mettere le mani in quella melma che ci fa paura e dire “sono razzista ma sto cercando di migliorare”.

 

Badante

Termine striminzito per una professione che ci tocca. Profondamente. Eppure quando la sento pronunciare prende subito una connotazione sinistra. “Bada a qualcuno”. Ma non stiamo parlando di cani o oche. E queste donne e uomini ergastolani della sofferenza altrui, dell’alzheimer di un genitore o dell’autismo di un figlio, meriterebbero un po’ di più, a cominciare dalle parole e preferisco “Irina la signora che si prende cura di…” piuttosto che questo vocabolo senza riconoscenza.

 

Onestà intellettuale

Spesa troppe volte, stropicciata dall’uso senza coerenza. Nelle assemblee sindacali, dai pulpiti politici, nei salotti… Brandita per ragioni d’ombelico.
Più che dire bisognerebbe essere e fare. La dimensione etica oggi ha necessità di testimoni e queste due parole sono già mammelle secche.

 

Superlativi

Straordinario, eccezionale, bellissimo… Ne diffido per quel loro eccesso, per la frivolezza con cui vengono elargiti come coriandoli a carnevale. Non vengono mai tarati nel loro ingombro. Buttati a manciate preferisco scansarli.
Richiederebbero parsimonia invece ne siamo assediati saziandoci di un immenso che spesso è polvere.

 

Per sempre

Romantico. Poetico. Definitivo. Un tulle bianco con promesse di eternità, ma le fatiche del quotidiano macchiano anche l’acciaio inossidabile. Lo riservo ad un perdita, per il resto mi piace pensare che nei gesti di ogni giorno ci siano tante possibilità uniche ma non definitive.

 

Società consumistica

Sì, il primo mondo è un piranha vorace e ingordo. Che non intende dividere i suoi bottini con nessuno, men che meno con chi è produttore dei suoi lussi materiali.
Ma questa espressione è lisa come un abito lavato troppe volte. La si toglie dalla naftalina per l’avvento e la quaresima richiamando quella falsa morale dei troppi doni, dei nastri e dei panettoni, a cui però nessuno rinuncia. Se la trasformassimo in società opportunistica?

 

Paziente

Quando stai male l’unica cosa che veramente manca è la pazienza. Chiuso nel tuo dolore ti afflosci in una poltrona, sotto una luce al neon anemica, in lunghe ore d’attesa per una visita, un esame, dal dentista che ti rapina ma ha sempre un’emergenza prima di te. Chissà perché le agende dei medici non conoscono il trillo della sveglia. E quando entri in ambulatorio non si scusano mai per il ritardo.
È consolidato: stai male? Devi attendere. Devi attendere perché sei paziente.
Abbiamo finito tutte le scorte di pazienza e non pensate di convertirci in utenti o clienti. Sofferenti, chiamateci sofferenti, che chiedono l’attenzione di un tempo più giusto.

 

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Monique Pistolato

La carta non è impaziente.
Lettura e scrittura: piccole forme d’eternità
Ibis, 2012
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carta impaziente

 

 

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