Il muro dove volano gli uccelli

N. De Staël, Noon Landscape

Marco Ercolani
Lucetta Frisa

Il muro dove volano gli uccelli

Gli uccelli di Braque sono molto più pesanti dell’aria, come sono realmente gli uccelli, ma volano meglio di tutti gli altri, perché, come i veri uccelli, partono dal suolo, ridiscendono a nutrirsene e ripartono in volo.
Francis Ponge

Oltrepassare me stesso, non so come accadrà né quando.
Nicolas de Staël

Sparire dalla vita

Il concetto di “eresia” (airesis, scelta) è strettamente legato a quello di “scelta” (dùnaton, possibilità). Solo dove c’è l’una può crescere anche l’altra. La “scelta-possibilità” è fondamentale per definire il concetto di libertà e di libero arbitrio. L’eresia – scrive Voltaire – è “frutto di un po’ di scienza e un po’ d’ozio” perché il “sognare” è caratteristica dell’otium e lo “scegliere” contraddistingue il lavoro scientifico. E se l’eresia fosse proprio una scelta, sì, ma all’interno di un sogno? in altre parole, una possibile definizione di utopia?

Scrive il pittore: «Probabilmente mi preme affermare che ci sono due cose valide in arte: la folgorazione dell’autorità e la folgorazione dell’esitazione». Il termine “folgorazione” è comune alle due definizioni. Da un lato, è necessario tenere viva l’attenzione alla forma autorevole, al rigore dell’opera, dall’altro occorre concedersi a un’inafferrabilità dei significati, a un’esitazione del senso, a una ferita sempre beante, non colmabile dalla pienezza dell’atto artistico. Ma rigore ed esitazione, uno strettamente vincolato all’altro, sono l’esperienza, appunto, della folgorazione.

Ci sono modi diversi per esprimerla. Il più impulsivo e intransigente è il suicidio. Nicolas de Staël, a 41 anni, il 16 marzo del 1955, si uccide non per qualche dolore personale o particolare senso di colpa. Non si sente più in grado di rispondere alla “chiamata” della sua opera (hazard terribile che reclamava da lui un’energia creativa di cui si sentiva svuotato) e quindi si getta nel vuoto, dalla finestra del suo atelier di Antibes. Inadeguato all’opera assoluta che vorrebbe realizzare, ne testimonia l’insufficienza con l’atto definitivo: il sigillo del suicidio. È questa la sua folgorazione: un repentino movimento di caduta simultaneo all’atto megalomanico del volo.

Ma la “folgorazione” può essere uno stato più sottile e insidioso, come se un musicista scegliesse una tonalità “minore” per la sua ultima bagattella, rinunciando alla pienezza della forma-sonata.
Robert Walser, non da musicista ma da scrittore, annota, nella “microscrittura” dei suoi ultimi anni, frammenti e poesie leggibili solo da se stesso. Qualora decidesse di pubblicarli, allora e solo allora li ricopierà in bella copia per l’editore. Nell’abituale esercizio di scrivere, Walser si nasconde nei caratteri della sua stessa scrittura, cancellandola ed esponendola allo stesso tempo. Anche la sua morte non si risolverà nello slancio fulmineo di de Staël ma nel lento sprofondare dentro la neve, in un giorno d’inverno, durante una passeggiata solitaria: ormai vecchio, privo del desiderio di aggiungere scrittura a scrittura, ansioso di trovare l’ultima tana, l’ultimo nascondimento, l’ultima invisibile e immobile scrittura, si fa ricoprire dal freddo mortale della neve. Secondo Vila-Matas «Walser voleva essere una nullità e il suo maggior desiderio era venire dimenticato. Cosciente che ogni scrittore deve venire dimenticato appena smette di scrivere, perché quella pagina l’ha già persa, gli è letteralmente volata via dalle mani». E Luigi Sasso commenta: «Scriveva e infilava fogli nel cassetto […] Sentiva irresistibile il richiamo della solitudine e dell’abisso. La notte era, da qualche parte, ad attenderlo».

Abbiamo detto “autorità” ed “esitazione”. Ma esiste un artista che non sia orgoglioso del suo testo come di qualcosa di insostituibile e nello stesso tempo non lo sottoponga a una critica inflessibile, distruttiva? Gogol e Kafka, esprimendo il desiderio che le loro pagine venissero bruciate, ci dicono che ripudiano anche le tracce minime di un’opera a loro giudizio imperfetta, o in cui non si identificano più. E non è forse vero che Antonin Artaud, lasciando alla sua morte migliaia di pagine da decifrare di quaderni scritti e disegnati, voleva in realtà dirci che esiste soltanto l’opera imperfetta? E che in lui «si segue la pulsazione di un pensiero che avanza, non per concatenazioni, ma per associazioni sovrapposte» (Bernard Noël). L’opera compiuta – il primo testimone è Leonardo – non esiste, o è qualcosa di ortodosso e di prevedibile, un sepolcro che ospita ossa di morti e parole ordinate in libri, e non le lettere vive e ardenti della scrittura di un “condannato al rogo che fa segni attraverso le fiamme” (Artaud).

E allora cosa scegliere? Una rapida via maior, tragica e impulsiva – il suicidio – o una lenta via minor, insidiosa e indiretta – lo sgretolamento? C’è chi, volendo lasciare al mondo una certa immagine di sé, si toglie la vita prima del suo tempo. È il caso di Alan Ladd, celebre attore hollywoodiano che, non sopportando il disfacimento fisico, si uccide con un’overdose di barbiturici. In modo analogo, ma con una grazia quasi walseriana, Greta Garbo invecchia in solitudine, nasconde il suo viso a tutti, diventa invisibile. Ma c’è chi continua a sopravvivere anche quando il suo tempo appare concluso, e si espone intero e impudico nella sua vecchiaia. Un esempio conturbante è il viso di Buster Keaton mentre fissa il muro della stanza in Film di Beckett, o quando in Sunset Boulevard bisbiglia “Passo!” durante una partita di carte fra vecchie glorie del cinema. In Navigator, il suo giovane viso impassibile già preannunciava questo beckettiano fallimento.
Gli artisti dovrebbero, idealmente, scrivere sullo stesso foglio di carta, giustapponendo riga sopra riga, come i cerchi che, nelle corteccie degli alberi, indicano lo scorrere del tempo. Uno sguardo profondo sa leggere l’età del palinsesto senza essere ingannato dalla sua ultima superficie.
Parlando dell’atto creativo, ancora Nicolas de Staël scrive: «Cerco sempre di fare più o meno un’azione decisiva delle mie possibilità di pittore e, quando mi aggiro su una tela di formato grande, quando diventa bella, sento atrocemente una parte troppo forte di casualità, come una vertigine […] Non padroneggio niente nel senso vero della parola, se questa parola ha un senso».
La scrittura è qualcosa di simile: intensa e fulminea, traversa la schiena come un brivido. Ci colpisce non al cervello, che può dominare il linguaggio, ma nella colonna vertebrale, che sente la trafittura fisica delle parole, la loro intransigenza. Così il poeta Gottfried Benn: «Non parlo di questi o di quei versi, ma dell’atto di cui il poeta si addossa il peso: trasformare un codice di significati in una lezione di eresia».

Chi arresta la sua vita nell’atto suicida, vuole essere giudicato proprio a partire da quell’atto, esponendo la sua opera e la sua esistenza nell’attimo estremo dell’interruzione.
Chi invece arresta la sua vita da vivo, tentando di nascondersi agli occhi del mondo, diventa simile al melvilliano Bartleby, che a qualsiasi domanda risponderà sempre: “Preferisco di no”.

Queste due forme assolute di eresia – sparire dalla vita letteralmente o simbolicamente – ci ricordano, per analogia, che ogni gesto artistico è, sempre e comunque, irriducibile e vitale “eresia” contro la vita biologica, considerata come inaccettabile schiavitù di un tempo che umilia il corpo e cancella la coscienza.

Nicolas De Staël

La malattia dell’illuminazione

Una irriducibile eresia si propone come potente atto creativo. «Più voi capirete che l’esplosione è tutto, in me, come si apre una finestra, e più capirete che non posso fermarla rifinendo meglio le cose, e più capirete questo più avrete veri argomenti per difendere ciò che faccio (1955)». Così Nicolas de Staël afferma che l’esplodere infinito dell’atto artistico mai si concilia con la necessità di rifinire i contorni del dipinto. «Io credo all’azzardo, esattamente come voi, con ostinazione costante (1954)».
Così Maria Zambrano descrive il Don Chisciotte di Cervantes: «…ha inventato se stesso. Ha condotto il proprio sogno di libertà tra le realtà. Ma, siccome la realtà non lo ospitava, ha dovuto trasformare la realtà nell’unico modo a lui possibile, sognandola». Le sue parole ci fanno pensare a de Staël, che trasforma la realtà nel sogno appassionato di rappresentarla. «Troppo vicino e troppo lontano dal soggetto, non voglio essere sistematicamente né l’uno né l’altro, e con questo all’ossessione ci tengo, perché senza ossessione non farei nulla, ma l’ossessione del sogno o l’ossessione diretta, non so quale sia la migliore, e poi di fatto me ne frego, visto che questo si equilibra come può, di preferenza senza equilibrio. Il contatto con la tela lo perdo all’istante, lo ritrovo e lo perdo. Bisogna pure che io creda all’accidente, non posso che avanzare di accidente in accidente, fin da quando la sento troppo logica la logica mi snerva e va naturalmente verso l’illogico (1955)».

L’ossessione diretta sembra essere la realtà che i suoi occhi vedono e non possono rimuovere, e l’ossessione del sogno l’interpretazione di questa realtà nei modi luminosi e deformanti della ri-creazione. De Staël non vuole stare vicino al soggetto del quadro ma neppure troppo lontano. Lavorando nel crinale tra forma e non-forma, non soggiace al rigore dell’informale e alla prevedibilità della figurazione. Ha fiducia in una logica totale che, nella sua assolutezza, tende all’illogico. Non avanza per teorie sistematiche ma fa un viaggio irregolare e personale attraverso piccoli accidenti e minime catastrofi, inseguendo i dettagli della sua ossessione nel presente del quadro a cui lavora.
«Sordo, muto, gli occhi che si abbassano ogni giorno a forza di guardare, farò dei quadri come potrò per i dieci anni che vi aspetterete dalle mie mani di pittore (1954)». «Ho ancora bisogno di elevare i miei conflitti a un’altezza unica, non fosse che per presentarli in tutta umiltà, e ciò indica molta familiarità con tutto ciò che traversa il cielo – andirivieni di ombre, luci, composizione fantastica, molto semplice, di elementi (1952)». «Dipingo come posso, e cerco ogni volta di aggiungere qualcosa elevandomi su ciò che mi soffoca. Non sono Jean-Baptiste Corot, non vedo che da lontano, e avere il naso sul quadro mi è impossibile, talvolta c’è troppo schizzo senza schizzo, soprattutto da vicino non c’è nulla, bisogna abituarsi di più a finire senza finire, ma non è facile…(1954)».

Pur volendo familiarizzare con le nuvole, l’occhio del pittore è costretto ad abbassarsi per guardarle meglio, per rifinirne il contorno: il mondo gli appare come un’architettura instabile, turneriana, dissolta da un eccesso di luce. Quella luce interna e vibrante è rappresentabile solo attraverso le cose dipinte, ostacoli e simultaneamente strumenti del suo viaggio interiore: «Si finisce per avere una sensibilità molto prossima alla follia quando si è vicini a quegli invisibili ostacoli che si scelgono sempre quando lo scacco è imminente».
Lo psicoanalista André Green parla di una psicosi rossa, “cruenta”, appassionata, che percepisce il dolore della distruzione, e di una psicosi bianca, atonica, indifferente, che va oltre il dolore di quella distruzione. De Staël sperimenta entrambi gli stati, spesso contemporaneamente, a volte prima uno e poi l’altro. Spalanca gli occhi per fissare la luce che cancella i confini delle cose illuminate. Realista fino alla veggenza, scruta il suo desiderio, eccessivo, di una forma che racchiuda, scorticata, tutte le vibrazioni, tutto il farsi e disfarsi della materia nella luce. «In de Staël la tragedia non si svolge in profondità, ma in una struttura complessa e vertiginosa, come le Carceri piranesiane. Se in van Gogh c’è sprofondamento, e poi dal basso un riaffiorare del colore, in de Staël c’è il crollo, lo scorticarsi sottile della materia come pelle esposta, sfogliata, L’andare al fondo di se stessi è per de Staël toccare una terra – inaccettabile per van Gogh – in cui suicidio e assassinio si equivalgono» (Antonella Anedda).

De Staël muore perché la sua opera è imperfetta. Perché lui, come artista, non realizza mai il quadro che vorrebbe. Muore per mancanza di equilibrio ed eccesso di desiderio. Qualcosa lo spinge sempre oltre, come se scalasse una montagna la cui cima si perde tra le nuvole: «Più si sale, più tutto si complica ed è impossibile, non ho mai abbastanza cielo in montagna».
Quanto cielo vorrebbe de Staël? Quanta luce? Non c’è mai abbastanza luce o abbastanza cielo. L’opera è sempre annunciata, ma mai finita. Il pittore fa quello che può, con la luce delle sue forme cancella le forme del mondo visibile, le dissolve, ma non vuole un mondo altro da quello che sente e che vede dentro e davanti a sé.
Lo scacco di de Staël è la luminosa autorità che lo spinge verso un’opera fedele alla luce che la assorbe e la pervade e l’oscura esitazione che gli fa sentire quella stessa opera come inadeguata. Non c’è corrispondenza fra il possibile, che si realizza, e l’impossibile, che si cerca. Georges Braque, venerato da de Staël, scrive: «Se dovessi cercare di vedere qual è il cammino dei miei quadri, direi che dapprima c’è un lasciarsi impregnare: poi – la parola non mi piace ma si avvicina alla verità – ne segue un’allucinazione, che a sua volta diventa ossessione e per liberarsi dall’ossessione bisogna fare il quadro o si muore».

De Staël, non ha saputo liberarsi del quadro. «Lo spazio pittorico» – scrive – «è un muro ma tutti gli uccelli vi volano liberamente». E ancora, in una lettera al poeta René Char, scrive: «Solo un poeta può mettersi lui stesso ai piedi del muro, peggior nemico e miglior amico di se stesso, e non esitare, semplicemente». Il pittore preferisce morire dentro quel «muro» ben sapendo che non potrà mai vibrare della sua folle utopia: il libero volo di tutti gli uccelli che lo hanno attraversato.
Si potrebbe dire, di Nicolas de Staël, ciò che Bernard Noël afferma di Artaud: «Artaud non scrive e non disegna come si scrive e si disegna: lo fa così eccessivamente e così costantemente che ne consegue un espandersi della vita fisiologica nella grafia che la raccoglie e la registra. È come un getto verbale. Un getto dove si distinguono serie di assonanze che si chiamano, si succedono, si completano».

A Pierre Courthion il pittore scrive: «È troppo facile definire assurdo ciò che essenzialmente è organico, vitale, ciò senza cui non si può vivere, e che forse sarà l’equilibrio di base per tutto ciò che verrà. No, è grave pronunciare una parola come questa, quando il punto più acuto di tutta questa bella storia è un’illuminazione senza precedenti».
La “malattia” del pittore è la ricerca, implacabile, di questa “illuminazione” che gli sfugge. La verità della pittura contemporanea è mostrare il cuore organico delle cose investite dall’aria e dalla luce. De Staël afferma perfino che quell’”assurdo” e quella verità saranno in futuro l’equilibrio dell’arte e del mondo.

Matisse, negli ultimi anni della sua esistenza, dipingeva con gli occhi bendati, benché non fosse cieco; voleva che la mano scorresse fluida sul foglio, guidata dalla matita o dal carboncino, perché lo tormentava essere schiavo del mondo che non avrebbe più visto. De Staël, invece, vivendo la sfida tra vedere e non vedere, considera la sua opera inadatta all’oltre luminoso di cui deve essere segno. Già il suo viaggio in Sicilia, in cui le forme trovavano simultaneamente una visibilità perturbante e un’abbagliata astrazione, è un flebile ricordo. Quadri come Route d’Uzès, Grand nu orange, Port de Marseille, Agrigente, – in cui la densità della materia pittorica si attenua per dare spazio a macchie colorate più ariose, più fluide, – sembrano un’illusione del passato. L’impulsivo atto finale è imminente: il volo in cui il corpo si solleva, si innalza e, libero dalla vita e dall’opera, si schianta.

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Tratto da:
M. Ercolani/L. Frisa
Il muro dove volano gli uccelli

La prima parte dell’opera è leggibile integralmente in:
La Biblioteca di RebStein, XLII, 2013
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9 pensieri riguardo “Il muro dove volano gli uccelli”

  1. Son felice di aver occasione di conoscere la brava Lucetta Frisa il 20 aprile a Piateda in occasione della premiazione del Fortini…
    mi complimento per la bellezza dei versi, e per la definizione che ne da Gianmario Lucini: lettrice a voce alta!

    Molto bello anche l’acquarello che apre alla lettura, chi è l’artista?

    una buona giornata!
    c.

  2. Mi scuso per la domanda che chiaramente, ad una lettura più attenta, è risultata superflua.
    ne approfitto per aggiungere che non conoscevo gli artisti in questione e le domande sollevate dalla loro sperimentazione, in particolare mi riferisco a quella folgorazione a cui alludono, di due tipi, che spesso tormenta anche lo scrittore.

    potrebbe uscirne un buon dibattito, se ognuno cercasse di focalizzarne il punto fermo e quello in movimento.

    il muro per me è riuscire a oltrepassare la barriera della voce, quella che separa l’anima dal corpo.

    un carissimo saluto
    c.

  3. la voce non separa, è come un ponte che unisce…Almeno io la vedo così. In questo caso,il muro può essere uno specchio,una lente o un illusorio sfondamento della vista che si trasforma in visione,in spazio per immaginare altri mondi e non solo per circoscriverli.
    cara e gentile Carla, anch’io ho piacere di conoscerti.Non siamo ancora del tutto sicuri della nostra presenza,ma ci spero.
    Un’altra precisazione:la definizione ” lettrice a voce alta”,è ormai diventata una definizione abbastanza diffusa. per chi legge al pubblico dei testi poetici e non.E’ un’attività che svolgo da molti anni, passando da quello di attrice a quello di semplice lettrice(piuttosto interpretativa). Grazie per avermi dato modo di parlarne.

  4. Carissima, mi piace come la vedi tu al riguardo, dal canto mio mi eserciterò ad espellerla con esercizi di Om…potrebbero aiutarmi ad oltrepassare la barriera che ho sempre nutrito verso di essa.
    sembra semplice ma ti assicuro che non lo è
    certo l’esercizio del teatro aiuta molto, immagino, e sono curiosa e impaziente di avere l’opportunità di poterti stringere la mano.
    spero che verrai :-)

    (tra l’altro in Valtellina cucinano i pizzoccheri che è una meraviglia:-)

    a presto

    riguardo all’interpretazione…anche io penso che serva in poesia…tanti dicono di no.

  5. grazie Lucetta e grazie Marco, mi avete riportato al ricordo della folgorazione che provai la prima volta che m’immersi nella pittura di De Stael ad Antibes, un ‘coup de foudre’ assoluto come mai mi era accaduto, un amore che cresce e si arrichcisce nel tempo nutrito anche da letture come questa vostra, analitica, lucida,luminosa.

  6. Grazie, Rita. È proprio la parola “folgorazione” la sola capace di restituirmi il senso della pittura di Stael.
    Ne approfitto per ricordare qui, ai rari lettori, che il libro in post, come ricorda Francesco, è solo una parte del libro completo (che comprende anche testi dedicati a Giacometti, a Michaux, al volto nella pittura, e al tema dei graffiti preistorici.
    m.

  7. molto bella “la folgorazione dell’esitazione”, l’attimo nel quale sospesi gli occhi e i sensi tutti, certamente sospesi i giudizi,(magari anche abbagliato dalla “folgorazione della autorità” ) perché non è dato ancora di scegliere, né di essere “scelto”. Solo dopo c’è l’autore che “sceglie” la propria autorialità (e autorità) e la propria esitazione del continuare a “ridefinire” (come vibrando attorno alla imperfezione).
    D’altra parte, come scrive lo stesso Walser in “Ritratti di pittori”:
    «orbi in certa misura lo siamo tutti, tutti, benché dotati di occhi per vedere» e l’esitazione sta anche (sempre Walser) “nel sentirsi in obbligo, per ciò che riguarda le mie osservazioni, di pormi un limite. Quanto ho tralasciato potrà essere detto” (visto) “da altri”.

    Bellissimo il titolo e bello (almeno dall’estratto) il libro, oltre che belli i quadri “appesi”. Bravi.
    (Anzi, a proposito, spero/credo che sia vostra anche questa esitazione e questo piacere : (è sempre W.): “Parlare in sintesi di molti quadri costituisce per me una difficoltà di cui, in un certo senso, mi compiaccio sinceramente”)

    ciao

  8. “Io sono così musicale che posso rinunciare del tutto all’ascolto della musica. In me è un continuo risuonare di accordi, credetemi”
    Walser, “Ritratti di pittori”.
    Grazie del tuo passo di danza, Margherita.

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