Non copiare dagli occhi

Francesco Balsamo

Vedo, e torna la mia vita rimossa. Non dico la dolorosa, ma pure la minima, o la fantasticata, o l’insulsa, la maggior parte di me che ha visto inconsultamente, irresponsabile. Classico esempio di come quel che vedi dilaga, allaga gli occhi, esonda nella scatola cranica ed evapora, volendo, fino all’aura. Ma sta attaccato a te, continua intorno a te il colloquio. Con tutti quelli che ti sono presenti. I passati. (Renata Morresi)

Francesco Balsamo
Non copiare dagli occhi
(Quaranta disegni a matita e carboncino su carta)
Con testi di Guido Giuffrè
e Renata Morresi
Incerti Editori, 2012

Non copiare dagli occhi

     Il titolo – qui ripetuto – che Balsamo ha dato a questi suoi disegni traendolo dal regista polacco Dziga Vertov (Denis Arkadevic Kaufman), si adatta come meglio non potrebbe al mondo poetico dell’artista catanese; e si vuole qui sottolineare l’aggettivo poetico che concerne tutto il suo lavoro: di pittore e, appunto, di raffinato e affermato poeta. In verità Balsamo ha adoperato l’olio – che più di altri medium fonderebbe l’appellativo di pittore – soltanto all’inizio e quasi a titolo sperimentale. Se non nei lavori di questo ciclo di disegni, quasi sempre egli ha magistralmente gestito la tempera e, con altrettanta maestria, le matite colorate, combinando insieme i due mezzi e chiamando spesso il risultato “tecnica mista”. Ma solo un occhio particolarmente esperto vi decifrerebbe gli strumenti impiegati, la cui perfetta fusione giustifica, sia pure con una punta di sommarietà, il termine di pittore.
pag. 16     Taluno ha riscontrato netta opposizione fra le poesie di Balsamo e i suoi disegni, riassumendo in quest’ultima espressione quanto qui si è chiamato genericamente pittura: opposizione fra l’aerea, apparentemente svagata liricità dei versi, e la vena più allarmante se non più cupa che percorre le immagini figurate. In realtà un filo, quanto che sia sottile, raccorda due rami che muovono dal medesimo ceppo, e questo vale anche per i fogli odierni, fra i più novatori in tutto l’iter dell’artista. Si direbbe anzi che meglio si leggono codesti fogli se non si dimenticano le aperture fantastiche – vere e proprie cesure liriche – che nelle poesie sgambettano l’affettuoso, talora finemente malinconico fluire descrittivo-narrativo.
pag. 22     Il percorso del poeta è più uniforme di quello del pittore, nel quale i mutamenti sono stati invece relativamente frequenti. Essi tuttavia hanno, per così dire, cambiato appena l’ordine dei fattori, accentuandone taluni, sfumandone altri, e mantenendo l’irrinunciabile coerenza di una libertà immaginativa sciolta da canoni precostituiti. Balsamo, che non ha mai “copiato dagli occhi”, mai per contro ha rinunciato allo sguardo. Ma quanto lo sguardo coglieva con penetrante, analitica lucidità, veniva immerso, di là dall’ovvio e statico contesto quotidiano, in quel mare fluttuante della memoria che ne sostituiva i nessi logici con una sorprendente, fortemente creativa incongruità – dove precisamente era il perfetto e calibratissimo alito della poesia. … Se batti forte con le mani / d’un colpo vedi / neri piumaggi d’uccelli…, aveva squisitamente verseggiato Balsamo già nel 2000, oltre un lustro prima di disegnare le stanze abitate da disparati volatili in singolare domestica convivenza; e ancora, … invecchiare con le fotografie di famiglia / intinte nell’inchiostro degli anni…, otto anni prima del ciclo intitolato “Da nessun luogo con affetto”, che muoveva giustappunto dalla rivisitazione di antiche fotografie di famiglia.
pag. 38     Ma proprio in quest’ultimo ciclo, ad esempio nel foglio intitolato “Comparse”, non è difficile scorgere il segreto preannunzio degli esiti di oggi. Vi si vedeva un vecchio seduto accanto a una giovane-non-più-giovane in atteggiamenti e abiti d’altra epoca, grigi, baluginanti sul fondo nero e corrosi sia dall’usura del tempo che dalla sottilmente amara, dolente ironia di chi li manipolava. Toltane proprio la pur partecipe ironia, alcuni penetranti fogli odierni non sono lontani da quell’approccio: ad esempio il vegliardo che sconsolatamente contempla i buchi dai quali sente forse sfilarsi la vita (n.27), o la coppia in muto colloquio, nera come la notte su un chiarore che ne accresce l’inquietante oscurità (n.29), o ancora un’altra coppia – o la medesima? – ora seduta, al cui colloquio e al cui mutismo l’immagine dà voce desolata e intensa (n.37). Sono esempi significativi ma non decisivi. Vi emerge intanto, fattasi esplicita, una sorta di condanna che grava e opprime ciascuna figura soffocandone gli accenti e zavorrandone, se non deturpandone, lo stesso aspetto fisico. A volte i personaggi si piegano sotto un peso talora visivamente evidente (nn.35 e 36), a volte sono piuttosto sovreccitati predicatori in cocente seppure inarticolata farneticazione (n.40), a volte, infine, con quasi inavvertibili slittamenti assumono forme più zoomorfe che umane (n.33).
pag.4   E c’è un ulteriore motivo di continuità col lavoro precedente. Altrove si è accennato a una vena larvatamente surreale sottesa alle immagini stranianti di cui, sia pure sottolineandone la differenza dall’area propriamente surrealista, si è già detto. Codesta vena che, se non proprio surreale, resta certo di ordinaria irredimibile follia, non soltanto permane ma può considerarsi portante in tutto il presente ciclo di disegni: a cominciare dalla figura, uomo o donna, che perdutamente soffia – o aspira? – in un ampio imprecisato mammellone (n.21), o il nudo personaggio che vanamente attende di librarsi appeso a uno sgonfio palloncino (n.39), o il vagabondo pellegrino che puntellato al suo bastone sembra o s’illude di volare (n.31). Ma Balsamo si spinge oltre, e un altro nudo si appoggia diversamente a un bastone che è insieme una sorta di equivoca coda (n.32).
pag. 24     Forse una trama segreta collega fra loro i disegni del ciclo, segreta appunto, ma significativamente suggerita da ciascuna immagine. Balsamo non smentisce la trascorsa e tuttora vitalissima libertà fantastica, ma oggi più ancora vi traspare l’ampia cultura che lo nutre. Certe accolte di personaggi, di cui abbigliamento e atteggiamento denunciano l’estrazione contadina (n.28), sembrano ricordare i vigorosi affondi di Käthe Kollwitz: anche se il nostro artista, quasi a ribadire i suoi ben diversi intenti, ripropone quei personaggi, includendovi l’elemento femminile, in una sorta di sabba paesano che smentisce ogni ipotesi affermativa e populista (n.5). Non basta; in più di un foglio appare, esplicito eppure contrabbandato, il riferimento alla dureriana Melancholia I (n.7). L’enigmatica fanciulla del grande tedesco è qui una vecchia, in due fogli appoggiata al braccio sinistro, come in Dürer (nn.23 e 26), in altri due (nn.22 e 24) al destro, ma in tutti l’enigma è sciolto sostituendo alla penetrante e indecifrata meditazione che pervade uno dei più celebri bulini della storia dell’incisione, il muto abbandono di una deserta povertà contadina – intrigata tuttavia dalle misteriose presenze che le fanno contorno: ora uno strano alambicco, ora una sorta di pulviscolare città in miniatura. Per non dire di quel nudo maschile, del tutto estraneo al tedesco, che sembra interrogare proprio il medesimo poliedro bene in vista nella Melancholia I.
pag. 15     Potrebbe non bastare ancora; Balsamo ben conosce le tragiche raffigurazioni di Bosch e deve aver meditato tra l’altro sul famoso trittico delle “Tentazioni di Sant’Antonio” di Lisbona, in particolare sul gruppo ripiegato e rattratto del pannello col “Sant’Antonio riconfortato”; e restando in area fiamminga lo hanno certo intrigato alcune appena più tarde figure di Bruegel, ad esempio “I cacciatori sulla neve” di Vienna; o ancora, risalendo di quasi un secolo, tanti disegni del nostro Pisanello e della sua cerchia, anche qui con le figure scorciate e sommarie proprio come tante delle sue.
pag. 17     Ma sono tutt’altro che citazioni. Nelle forzature del vero i maestri citati (e così ogni artista degno di questo nome, nel cerchio della propria epoca e cultura) adunavano i moti dell’animo, la personale visione del mondo. E così Balsamo. Ma egli opera a ridosso di un secolo le cui innovazioni hanno mutato il corso dell’arte come mai prima: e non ci si riferisce alle inerti ma rumorose degenerazioni post-avanguardie. La letteratura e la musica nutrono Balsamo non meno delle arti visive, fra le quali egli ha ben meditato, tra l’altro, le proposte di movimenti come il dadaismo o il surrealismo: assimilando, soppesando, più ancora scartando – sempre fedele alla propria irrinunciabile vocazione: nelle poesie, lievemente e talora malinconicamente spaesante (oggi le cornacchie della penna / volano basse / si posano sui pali / della carta a quadretti. / Seduto mi guardo / come da un palco, …); più pungente, e oggi altrettanto spaesante ma più amara, nei disegni di questo recente ciclo oltremodo cattivante.

(Testo di Guido Giuffrè)

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Nota biobibliografica

Francesco Balsamo è nato a Catania, dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera e Catania e alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania. Sin dai suoi esordi si muove nell’ambito di una creatività composita, dove si intrecciano molte passioni: il disegno, la pittura e la scrittura in versi. Nel 2001 è tra i vincitori del premio Eugenio Montale – sezione inediti – con Appendere l’ombra a un chiodo, poesie pubblicate nell’antologia dei premiati edita da Crocetti nel 2002; nello stesso anno riceve il premio Sandro Penna, per l’inedito, con Discorso dell’albero alle sue foglie, edito da Stamperia dell’Arancio nel 2003. Recentemente (2010) pubblica con Incerti Editori la raccolta Ortografia della neve. Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste («Hortus», «I racconti di Luvi», «Poeti e Poesia», «Ore piccole») e su antologie (Centro Montale – Vent’anni di poesia, Ci sono ancora le lucciole, Poeti e Poesia – Poeti nati negli anni sessanta, dieci poesie tradotte in polacco in La comunità dei vulcani). Una sua raccolta é stata tradotta in finlandese e pubblicata a Helsinki nel 2004. Dal 2003 numerose le sue partecipazioni a mostra personali e collettive in Italia ed est Europa.
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3 pensieri riguardo “Non copiare dagli occhi”

  1. I lavori di Francesco sono quanto di più bello abbia visto negli ultimi anni. Non saprei scegliere tra le diverse serie dei suoi lavori, però non posso non sottolineare la bellezza di “Seguendo il passo leggero di una matita”, con il suo sapore in bilico tra la rappresentazione scenico-teatrale e l’assemblaggio onirico di elementi d’interno e naturali (anche molto English, no?); così come mi fa sussultare “Da nessun luogo con affetto”, che mi ricorda la dissolvenza della memoria nei volti familiari ormai sbiaditi, insieme a certe movenze e ombre di una terra antica, statica e visionaria al contempo; mentre raggelo nella desolazione della freddezza delle voci appese e perdute, cadute e così ben rappresentate nella videoinstallazione “Voce della durata”, che mi ricorda i lavori di Kiefer e quello stretto legame tra silenzio e memoria assordante nell’inchiodatura di migliaia di campanelle.
    Detto questo, qui ora scopro questo nuovo ultimo lavoro, così ben accompagnato dai testi di Morresi e Giuffè e ne sono felice; lo comprerò certamente.

  2. Un artista “non alla moda”, Balsamo. Bravissimo, al suo passo poetico e il tratto personalissimo. Il disegno è molto vicino alla scrittura. Nel lavoro di Francesco si compie questo “discorso”, avviene. Mi fa pensare a Michaux, a Klee e a Balsamo.
    Cari saluti, grazie di questo prezioso passaggio.
    G. Dp

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