Seguendo l’acqua

Ponte sull'Adda

Marco Bellini

Si può seguire il corso di un fiume come fa l’acqua, che obbedisce alla forza di gravità e così compie il suo destino, oppure cercando le anse, le pozzanghere, quei luoghi cioè dove c’è il tempo per riposare e guardarsi attorno. E’ forse una questione di prospettiva e di punti di vista: rallentare permette di fissare lo sguardo sulle cose e sulle persone, di guardare le case dall’interno dei cortili e non dalla strada, scorgere dal basso il ponte e la traiettoria del salto definitivo dei suicidi.
L’Adda di Marco Bellini è un corso d’acqua fortemente radicato nella geografia e nella realtà, ma che conserva in sé la storia delle persone. Tiene memoria del dolore e del rumore del mare, riporta a galla la piccola-grande cronaca che resta solo pochi giorni sulle pagine dei giornali ma condiziona per sempre un’esistenza. “Domani ne avrebbero parlato / se non c’era altro”: qui per fortuna non c’è altro, è il tempo di raccontare – con una poesia asciutta eppure evocativa – “lo scarto sfuggito di quelle voci annegate”, di dare dignità a questo taglio di mondo, perché un fiume, come una vita, è anche una traccia nella terra. (ft)

***

 

Poesie tratte da
Seguendo l’acqua
(L’Adda)

 

La radice

Nelle valli che guardano Bormio
la nascita dalla morte dei ghiacci
come il predatore dalla preda.
I rumori dei millenni sciolgono gli spigoli,
i gocciolii muovono le pietre, si scoprono i fossili.
Finisce un tempo solido, il primo rigagnolo
tra i muschi e il filo spinato di una guerra
cerca un solco; ne farà un letto.
L’ombra del muso, sopra si muove un camoscio.

Da lì si stacca verso paesi appoggiati
luci gialle, pentole e tinozze per i giorni.
Saranno trecentotredici chilometri.

 

L’alta via

Il sentiero di montagna sembra il rimedio.
Nella differenza dal cemento, i colori finti,
la possibilità di una leggerezza, abbandonarsi
alle fibre di ogni passo, specchiarsi
nella corteccia di un larice.
Gli scarponi muovono il pietrisco
che risponde dentro un rumore ruvido.
è la forma del contatto che afferma
un attimo, un posto per le pietre,
per me. Ci si può nascondere
anche in piena luce sopra la carne
della montagna, presenza verticale
capace di ghiaccio e accoglienza.
In basso al parcheggio, l’auto
con il cellulare l’orologio gli appuntamenti.
In alto lungo l’alta via, il tempo
riposa dentro una conchiglia fossile,
riposa del rumore il mare.

 

Le nuove abitudini

Essere una moglie per trent’anni
era stata una buona scuola: aspettarlo sempre.
Le mattine che si aprivano sulle domeniche, portavano
il suo ritorno con il bosco sotto i piedi;
allora toccava a lei, i funghi da seccare o le castagne da incidere.

Ricordava esattamente dove si trovava
quando aveva ricevuto le telefonate; la prima,
il chiasso dell’incrocio, un piede rimasto giù dal marciapiede:
non era tornato al punto concordato. L’altra
al supermercato, la musica diffusa nelle corsie:
piegato, stava tra i cespugli, fermato
nei suoi boschi; così il ritrovamento.

I pochi giorni in cui
si era definita la situazione, come un cardine,
sarebbero stati un appoggio
per il tempo messo dopo, senza più pensare
ai cespugli, quel sentiero pericoloso, lui piegato, lui
che non la faceva più aspettare.
Gettare via i vestiti usati, il bastone curvo
(ci spostava le foglie), la rabbia
come un odore pesante nella casa,
i disguidi accettati come normalità.

Le nuove abitudini premute sopra.

 

Scomposto il braccio

Il lago portò un corpo, una restituzione
incerta, una confessione tra le barche
a riposo. Scomposto, il braccio piegato
a indicare le case di Pescarenico, il lavatoio
le mani di donne chinate e il sapone
a levare i sogni, le bottiglie d’acqua
appena discoste dalle porte, così
per la distanza dei gatti. La somma del tempo
in quella carne faceva ventidue anni
il nome non si leggeva.

Domani ne avrebbero parlato
se non c’era altro.

 

«Arimo»

a Vittorio

«Arimo»: quando l’infanzia viene a trovarti,
dentro una parola rimasta senza voce.
E la riconosci, ti apre, torna feconda.
«Arimo»: era per tirare il fiato
mettere una pausa nella corsa dei giochi.
Davanti a questa parola anche le lucciole
posavano la lanterna. Poi si ricominciava.

E penso a Vittorio, a quando il fianco
di un prato ci nascondeva
e arimo era una possibilità di festa
e morirai una parola nella sua tasca.
Lui che da grande, finiti troppo presto
gli amori, alla vita disse «arimo» e alla tasca
l’ascolto. L’ultimo gioco fu in un bosco
a tagliare legna e il suo futuro.
E adesso come una figurina
si stacca dalla memoria, da quel bosco
battuto da un vento arido, adesso
che a dire «arimo» ci siamo noi.

 

Al San Michele

I

Un falco proprio oggi sostava sul parapetto
le ali tacevano. Quel freddo persistente
dicono che è la presenza dell’acqua, la valle
in quel punto chiusa sul fiume a decidere
del freddo che non va via.
è accaduto ancora, i giornali locali
tutti sul pezzo, la notizia sui tavoli dei bar
il caffè in mano e la domanda:
«a quanti siamo quest’anno?»
e poi il rigore negato, l’attaccante che non va.
Si chiamava Ciro e si era portato lo sgabello
da casa. Lo sgabello è rimasto sul ponte
il San Michele, ottantacinque metri sopra l’Adda.
E i nomi sono tanti, vengono da lontano
sparsi sulle date scalfite nella ruggine
numeri esatti nell’attimo di una fine.
Il salto per accelerare, arrivare prima
magari vedono una porta, magari
è una vittoria. Per noi una disarmonia
l’esagerazione dentro un no scagliato di là
scagliato troppo forte. Noi
restiamo indietro, in ritardo.

 

II

La gelateria all’avvio del ponte è accogliente,
i tavolini fuori, la vista sullo scheletro metallico,
l’armonia dell’arco leggero sopra le passeggiate estive,
le biciclette. Il cardiofrequenzimetro misura le vene.

Capita che alcuni di loro
prima vengano lì, lascino qualcosa;
qualcosa che si stacca, che aumenta il vuoto
e li prepara. Lì, perdono un segno
portato sul viso, che li faceva figli
mariti, madri. Lì ritrovano parole
dette per caso, messe vicino alla birra
ordinata per nascondere. E così,
rimane attaccata l’accoglienza di un suono,
uno strano sostegno capace di portarli lontano,
per un giorno, una settimana, prima di tornare
alla ringhiera che sembra un cancello,
all’aria verticale che aspetta.

Nei paesi vicini la gente affianca, scioglie
la paura in queste parole:
«vado al ponte di Paderno».

 

La Vergine delle rocce

Dicono che qui dove l’acqua si ferisce
con le rocce, tra le schegge liquide e l’aria,
il fiume restituisca la voce dei morti.
Le stesse rocce che strappate alla corrente segnano
il volo del martin pescatore e un tempo,
il pennello del pittore. Sono stati i colonnati
offerti alla Vergine delle rocce e le porte,
decise da Leonardo per guidare l’acqua,
a deviare nei musei, nelle pagine conservate
lo scarto sfuggito di quelle voci annegate.

 

Un altro nome

Conclude senza scosse, affida
il rigoglio della radice al punto dell’incontro
sotto l’ontano proteso sui riflessi.
Tiene assieme le cose, nate lì sulle distanze
nelle valli attraversate e i salti messi in fila.
Sulle sue rive generazioni hanno fatto
gesti di poco conto, piccoli atti di coraggio
trascinati, consumati e le tracce insufficienti
sono il contrappunto della storia. Fanno silenzio
come in tutti i fiumi le vite portate via;
qualcuno si è offerto ha fatto un passo, altri no.
L’acqua portata per mano non è più sua
un altro nome veste la nervatura, finisce
la fatica di un letto, finiscono
i suoi trecentotredici chilometri.
Non ci rimane che cercare ancora
camminando lungo gli argini
le ossa sparse
nella voce di un pescatore.

***

 

bellini

__________________
Marco Bellini, Sotto l’ultima pietra
Milano, La Vita Felice, 2013
__________________

 

 

3 pensieri su “Seguendo l’acqua”

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