Micro Prose

Jaume Plensa, 2011

Maurizio Manzo

MECCANISMO

Il meccanismo richiedeva di provare a stendere le braccia così come alcuni millepiedi le zampe e abbracciare più tempo rimasto a scivolare sulla schiena. Molto cantavano i nervi stirati nel percorso irato tra lo iato e il dattilo scritto a mano e il peso conteso tra la lingua e il candore. Sempre articolata anche l’anca dolorante deambulante pari a un sogno svegliato che si astiene confuso mentre era ancora visibile il fumo soffiato via dal mare per le stelle cadute a spegnersi così come quando smette di stringerti la vita e rilascia scaglie forate di derma creando un polverone che parla in controluce.

STARNUTO

Anche anchilosata la palpebra non riusciva a smettere di far filtrare luce quasi come annegare annaspare tra il brillante e il farsi opaco uguale così il giorno prima e l’altro ancora senza chiedere tanto ma anche i santi per un momento chiudono gli occhi annuiscono alle preghiere ma non immaginavi alla luce come dolore che potesse passare di parte in parte il pensiero e sbriciolarlo mentre uno starnuto qualsiasi lo spolvera via.

AUTOREVERSE

Il ricordo era lì per lì rotolante che mi sfuggiva e lo inseguivo saltellante fino a sbattere la testa su di una nuvola che s’era persa scivolando verso il basso appesantita dalla pioggia che non riusciva a riversare sulla punta delle foglie che si sarebbero piegate al peso trasparente della goccia rilasciata allargata nella terra prosciugata nell’abbraccio distaccato dal germoglio dal colore tenero che sollevandosi scrollava a terra la sua forma ondeggiando con il movimento d’ali di una farfalla che incuriosita solleticando la pancia veniva soffiata via da uno sbadiglio provocato dalla noia della fame placata digerita nel sonno terminato nel risveglio del ricordo che sfuggiva alla memoria al desiderio di rivedere il fumo sfumare tra le fessure delle dita.

FRAME RATE

La frequenza di quadro che sfarfalla scolpisce a cinquanta hertz dentro l’occhio il rumore che rintrona la testa.
E cammini nel lungo puntellato tremolio e ti accompagna una luna irregolare nel cerchio nei contorni scheggiata che echeggia lontano e da una parte rilascia un polverone brillante.
È poi questa cometa da seguire in silenzio che ci parla con sbuffi delle tante maniere di morte della conta di vite trattenuta alla punta delle dita con forza.
Ripensando al dettaglio non apparve neanche un lupo intirizzito e mannaro spolverarsi la nuvola di dosso poderoso ringhioso in controluce ululante.
Se poi il giorno rivela che la luce pestava illividendo la notte ti soffermi a guardare deragliare detriti vomitare bambini melamina dispersa.

SEGNO

Le ore che passano quando la parola tarda sono interminabili. Labili lamenti inascoltati. Da che parte dovevo girare con il corpo impedito non riuscivo a capire. Mi si era legato pari a un movimento della lingua tra i denti. Non riuscivo a scalare il palato a recuperare l’afflato anche senza pensare di cantare. Finché il tratto rilascia un colore che somiglia al segno. Sembrerebbe qualcosa vicino alla gioia se non fosse che non ricordi com’è la gioia nel nascere né nel finire giacché si dice breve l’evento.

ZAFFERANO

Quel boccone d’acqua scivolato ai vasi di fiori sul davanzale lucido del balcone si è spiaccicato asciugato sul suolo bollente idrorepellente così come l’acqua lasciata cadere a raggiera sul prato era accolta ingoiata dalla terra ingorda assetata e ti passava di spalla in braccio come il giorno che pioveva sulla spiaggia che sembrava indurirsi sotto i piedi e i capelli si univano come fili d’erba falciati attaccati alle sopraciglia e ti spostavi le righe d’acqua dagli zigomi come si sposta una montagna e le tue labbra cominciavano a intirizzirsi a farsi del colore del cielo su un campo di zafferano.

VARIAZIONI

Ho ascoltato non appena spento la luce e sembravi morta
così ho rotto il foglio in mille pezzi e li ho lasciati cadere
sperando di sentire qualcosa anche se spiritosa animarsi
poi mi sono seduto e ho sollevato il lenzuolo che sembrava
di sollevare il buio dal cielo e ho sorriso come si può sorridere
al buio pensando di non essere visto poi ho riabbassato
il lenzuolo e ho aggiunto qualche stella.

CORI

Vanto per quanto sentivi nella carezza col guanto
davanti al giorno che il pianto pestava i cori festivi
santi erano tanti che attraversavano con la strada
la marea che si ritirava assorbita dai talloni
fino a guadagnare il marciapiede per sfilare agli incroci
svenire sotto i lampioni la loro luce malata.

METEO

Presto hai smesso di prenderti libertà allo specchio più o meno quando ha finito di sorprenderti il giorno che lento scorreva seguito dalla sera fino alla notte e dal sonno finché anche il sogno cercava d’insinuarsi tra la regolare sobrietà del tempo trascorso e i bollettini meteorologici che ti descrivono l’eternità in mezzo alle nuvole a pecorelle anche il sole e la pioggia a catinelle e tu mi chiedevi di stare lì vicino a te mentre evaporavi e lei ricordo mi chiese di abbracciarla giorni prima pochi giorni prima di stratificarsi e un alone di perturbazione avrebbe attraversato la mia atmosfera.

IPOTESI

S’era appesa di colpo all’ombra la strana figura della mia mente e mi chiedevo di poterla vedere muoversi come le visioni che può avere un’ala spezzettata mentre cade con velocità inattesa. Il giorno avevo anche provato a sollevarmi salendo su di una scala traballante portando l’aria ad accerchiare più profondamente quello che pensavo, ma il soffitto spingeva più potente delle mie gambe e sentivo cedere le forze verso il basso. Il quadro mi ritraeva spalmato nel sole panciuto d’un cielo e avevo diversi raggi spuntare tra i capelli, anche alcune forme viventi accostatesi più vicino prendevano fuoco disintegrandosi. Poi di colpo quello che molti chiamerebbero oscurità si fece invadente e allo specchio vidi i sibili scontenti della lampadina che spuntavano dalla mia nuca tra il ronzare di zanzare la strage d’assilli troncati sanguinanti, vessillo dell’ingordigia e finivo così anche quel giorno, a pensare che non sei tu a passare le giornate ma sono loro a trapassarti incuranti.

BLUE DOWN

in fondo sostare tra le pieghe talvolta capitava di colpo anche a te sfiorando uno strano tessuto corporeo rugoso schiumoso sfuggente cosparso di luce stagnante. Il caldo sudore bagnava il tuo viso disteso al piacere sospeso tra colpi costanti e baci radenti cadenti sulle ciglia e pensavi che tanto del cielo sorpreso a guardare la resina cadere più lenta del sangue succoso avvolgente di un albero contuso, restava lo stupore pallido tradito da sbuffi che muoveva di lato nuvole a tratti stordite nel muto spiacere chinato piovoso tra il manto d’ombrelli e carrelli d’ortensie e passavi sconvolta a cadenza di tango, sospinta d’angoscia e il pensiero rapito il respiro scalfito osmosi del tempo.

DISPERSIONE

Ero attento a non dimenticarti prima ancora di farmi liquido da annusare speravo di riuscire a tenerti tra le braccia che anziché abbracciarti colavano intorno al tuo collo e lasciavano salsedine e cheratina che si asciugava aggrinzendo la tua pelle. Rilasciavo oltre a me stesso il giorno che poteva essere di continua osservazione di luce e ombra che s’inseguivano senza sorrisi strattonandosi come due bambini sudati estenuati dal gioco. Invece ho perso il segno senza riuscire a tornare al punto di partenza per dire pronti via rieccomi.

PRESSIONI

Oggi è come se cammini in mezzo a file di macchine e ogni tanto t’inchini e ti aprono gli sportelli in fronte e non pensi che sia perché si dice cammina a testa alta perché anche il mondo tutto preme e non si può più camminare a testa alta e dici che strana la vita come quando credi di avere un’allucinazione nell’attimo più reale e sei sorpreso dei sorpresi e sospese provi a guardare le persone spostarsi finché ti chiedono se la vita sia clitoridea o vaginale se conosco il modo di fotterla se anche l’orchidea sfuggita al sole sia immortale.

DIRETTIVE

Quando rincorro ciò che vedo prima di pensare mi sembra di rinunciare a seguirmi, di sfinire la fiducia. A quel punto chiudere gli occhi non ha più senso, non frena niente e anche restare fermo aspettare che il pensiero si porti avanti non rallenta la fine la figuraccia di figurina doppia che attraversa l’istante. Così penso di diventare del colore del muro anche se non ha un colore definito e sparisco come il sole nel mare senza fare fumo e senza più abbagliare. Allora ascolto prima di vedere senza rispondere e anche loro parlano di cose immaginate prima del pensiero, prima del farsi, e ho capito che l’insegnamento è promettersi da se stessi cose impossibili e pensare di riuscire a farle, come di vivere semplicemente la propria vita anche dignitosamente un attimo prima di annullarsi completamente.

***

Annunci

3 pensieri su “Micro Prose”

  1. Non è facile lasciare un contributo a questa poetica che si avvinghia alla carne provocandone stridori e dolore…è tutto un percepire, sotto pelle, figure visionarie, e se ci si lascia guidare dalla loro traiettoria…si giunge ad uno scontro frontale.

    Le pennellate sono acri e dense, come in un quadro di Van Gogh…la luce stride!

    ciao Maurizio, un abbraccio anche a te! :-)

    1. Facile o difficile, molto gradito questo contributo, Carla.
      un abbraccio e un caro saluto ai “mi piace” e a chi è passato in silenzio.
      Un grazie per lo spazio e un carissimo saluto anche a Francesco.
      mm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...