Perché non leggo più poesia

Giuliano Mesa visto da Davide Racca

Alcor

Ieri, cercando in rete materiali su Giuliano Mesa, un poeta che amo molto, uno dei pochi, anzi, dei pochissimi che quando leggo mi è assieme compatriota e guida in terra incognita, che mi dà al tempo stesso piacere e lavoro da fare, sono incappata nello scambio tra due poeti. Uno, pessimo a mio avviso, al punto da irritarmi fin quasi allo sghignazzo per lo sforzo e l’intellettualismo e la mancanza di talento, ma che frequenta assai bene, e l’altro, anche quello a mio avviso privo di talento, ma con un’ “anima di poeta”, ahimè, che l’altro, più astuto, si guarda bene dall’avere, e se l’avesse, cosa che non mi risulta, di mostrare. Il secondo non mi irrita, perché è talmente ingenuo da scrivere poesie di bruttezza “evidente” (cosa che l’altro, molto più consapevole e sgamato di lui, non farebbe mai, preferendo giustamente l’area meno rischiosa in cui la parola bruttezza neppure si pone, per la sua ingenuità). Parlo di quella bruttezza che si raggiunge soltanto cercando di arrivare alla “poesia” con tutti i propri sentimenti e la propria volontà ma privi di ogni senso critico, di ogni consapevolezza intellettuale, privi anche di quel genio, piccino piccino picciò, che è il genio dello spirito del tempo, il genio scorpione. Insomma, per me, entrambi pessimi, ma interessanti antropologicamente, perché rappresentano le due armate scalcagnatissime che si combattono oggi sul terreno scivoloso della poesia e che le fanno male ognuna a suo modo. Continua a leggere Perché non leggo più poesia

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La generazione cancellata (III) – Remo Pagnanelli

Remo Pagnanelli

Remo Pagnanelli, poeta e critico letterario tra i più complessi della sua generazione, nasce a Macerata il 6 maggio 1955, dove muore il 22 novembre 1987. Nel 1978 si laurea cum laude in Lettere moderne con una tesi su Vittorio Sereni. Nello stesso anno esordisce come poeta con la plaquette Dopo, cui fanno seguito nel 1984 Musica da Viaggio, nel 1985 Atelier d’inverno e il poemetto L’orto botanico, per il quale è tra i sei giovani poeti vincitori del premio di poesia internazionale “Montale 1985”. Vengono pubblicati postumi l’ultima raccolta di versi Preparativi per la villeggiatura ed Epigrammi dell’inconsistenza. L’opera poetica di Pagnanelli è stata raccolta nel volume complessivo a cura di Daniela Marcheschi Le poesie.

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La morte del corniciaio

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Andrea Pomella

La morte del corniciaio

Sulla serranda è scritto “Chiuso per lutto”. Torno a casa camminando mano nella mano con mio figlio. Svoltiamo l’angolo e c’è il portiere che confabula con una signora: “Ci ho parlato stamattina, non è morto di vecchiaia”. Il portiere ci tiene a precisarlo, non è la vecchiaia che ha ucciso il corniciaio, è un’altra cosa, anche se aveva ottant’anni e passa, non si può dare un indirizzo generico alla morte. O sarà che anche il portiere si avvia ineluttabilmente a quell’età che magari muori all’improvviso e la gente dice che sei morto di vecchiaia perché non ha la pazienza di trovare una causa alla tua morte, cosicché la vecchiaia, essendo di per sé una cosa già tanto brutta, la si rende colpevole di ogni nefandezza. Continua a leggere La morte del corniciaio

Le anime

J. L. T. Géricault

Antonio Scavone

Le anime
(Una nomenklatura)

     Noi umani abbiamo due piedi con dita stabilizzatrici, due gambe, due testicoli/due ovaie, due braccia, due mani con dita strumentali, due narici, due occhi, due orecchie, due emisferi cerebrali. Siamo esseri binari, dotati di organi e apparati a coppie per una capacità singolare: possiamo spostarci avanti o indietro, di qua o di là, in alto o in basso, muoverci o stare fermi. Possiamo correre o camminare, mangiare o digiunare, parlare o tacere: ci dividiamo in un senso e nel suo opposto, in un modo e nel suo contrario. Continua a leggere Le anime

John Berryman: tutti i volti del suicidio

John Berryman, Canti Onirici e Altre Poesie, 1978
John Berryman, Canti Onirici e Altre Poesie, 1978

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Associazioni e poetiche: Charles Simić, Joseph Cornell e Andrew Wyeth

Andrew Wyeth, Around the corner, 1994
Andrew Wyeth, Around the corner, 1994

Parlare della poesia di Charles Simić associandola alle fascinazioni delle scatole, delle pellicole assemblate e dei collage di Joseph Cornell, è scontato almeno quanto associare la poetica di Mark Strand ai lavori di Hopper.
Eppure credo che superando la fascinazione e il dichiarato amore di Simić per l’accattonaggio magico di Cornell – cui ha reso omaggio dedicandogli un intero libro che si apre con la citazione di Gérard de Nerval:

«Io? Inseguo un’immagine, nient’altro»

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nelle pause del tuo disamore

Raymond Meeks
Raymond Meeks

Pier Maria Galli

5 semplici righe perché è un quasi sera, ed è inverno.
perché oggi potevo potarti le rose
con l’equilibrio di un bambino e non l’ho fatto.
perché è di un’irresponsabile bellezza
la sciagura di certe felicità inconsolabili

.
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Nel cuore della parola

Ida Travi

[Alessandra Pigliaru, Nel cuore della parola. Postfazione a IDA TRAVIIl mio nome è Inna. Scene dal casolare rosso, Bergamo, Moretti&Vitali 2012]

«Hai memoria di questo mondo? | Sai come si chiama questo mondo? || Tutti lo chiamano mondo, ma qual è | il suo vero nome? || Il sole, sai come si chiama il sole? | Perché non risponde mai? E l’incendio?… È già finito? | E l’acqua… Che nome ha | che nome ha? || E tu che mi chiami di notte | come mi chiami? | Ti ricordi il colore dei miei capelli?».

Dal silenzio alla scelta esiste un’età propizia e congrua in cui apprendere l’esercizio del ritmo. Ricordarlo e accoglierlo mentre (ci) avanza. Il corpo della poesia si sa trasfigurare dunque in un orizzonte dirimente; non c’è più un taglio che lascia attoniti, c’è invece l’edificazione della scelta e della distinzione del tempo e dello spazio.

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Ortografia della neve

Francesco Balsamo

Francesco Balsamo

Sembra che non ne abbia abbastanza d’inchiostro. Ha una scrittura leggera, la neve e, lenta, ma fitta, depone i suoi segni, in un’ampiezza che va oltre la cova del tempo, come da un pennino fatto a foglia. Scrive, la neve, con una china diluita nel solvente delle nuvole, ed è come memoria, che s’inbrina in ogni minuscola farfalla di gelo. Qualcosa s’imbriglia e vediamo, finalmente. Nelle maglie della rete c’è qualcosa che, dentro, era corsa come acqua e aveva sedimentato, scritture che non leggevamo più. Servono lampade, dietro la lavagna del ricordo, dentro cui si è deposto il bianco del gesso, la riga elementale della sostanza, che ci tiene in piedi, parola, nella guancia della vita, che ci nevica addosso, un abito da leggere. Ma non si lascia trattenere, la neve, sotto il violento bagliore della lampada. Si sfalda, segno per segno, nella gola, dopo che nel bicchiere l’hai raccolta per mangiartene un po’. Quella carne bianchissima, quel lievito degli angeli, o il fiato dei morti, forse. Forse il giocattolo di dio. Lo zero matematico, di un insieme ricomposto, che tutto trattiene nell’appartenenza ad una retta, nell’infinito annodata ad altre, grafie dello stesso universo, di un inverno che si fila, che si affila nel ricordo. […]

(Fernanda Ferraresso, da qui)

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Il cacciatore di immagini

Joseph Cornell

Charles Simić

E’ dunque possibile che, malgrado le sue mura di mattoni e i suoi volti ben rasati, questo mondo nel quale viviamo sia orlato di meraviglie e che io stesso e l’umanità intera, sotto gli stereotipi con i quali ci ammantiamo, celiamo enigmi che nemmeno le stelle, forse nemmeno i serafini più sublimi, sono in grado di risolvere?” scrive Melville in Pierre.

Domenica di giugno, prima mattina. Ha piovuto dopo mezzanotte e l’aria e il cielo sono meravigliosamente tersi. Le strade sono vuote e i negozi chiusi. Un’occhiata alle cose prima che altri le vedano. Un vecchio edificio commerciale si staglia vuoto all’angolo. Lo stanno restaurando. I muri sono stati ridipinti, e le sue sedici finestre, lavate di recente, ora sfavillavano. All’interno si vedono specchi e altre finestre che danno sul retro, ma niente mobili. E’ tutto molto in ordine, a parte qualche crepa ancora visibile sulla facciata e schizzi di colore sul marciapiede.

La chiarezza della visione è un’opera d’arte.

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Sta cambiando l’odore dell’aria

camuffo

Pericle Camuffo

“Solare è l’anima di Grado, ad onta dell’opaca miseria della sua gente: e quando una creatura apre l’anima sua, la luce la inonda, e se canto nasce, è intriso del tremito del sole sul mare, nei meriggi commossi e silenziosi dell’estate.” Così scriveva del suo paese Biagio Marin in un brano solo recentemente pubblicato. Di Grado è originario anche Pericle Camuffo, che non a caso di Biagio Marin è studioso e profondo conoscitore, ma la Grado di Camuffo è quella che Marin nello stesso brano riusciva soltanto a immaginare: ”Già costruiscono il ponte che congiungerà Primero con la bonifica della Vittoria, e la strada asfaltata percorrerà la Rotta, dove ben presto sorgeranno ville e alberghi”. Continua a leggere Sta cambiando l’odore dell’aria

Canto della dimenticanza

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Iole Toini

Iole Toini conosce il valore delle parole, sa che devono essere usate per il peso che possono avere; per questo forse non è molto incline all’esposizione mediatica, e assume un atteggiamento parsimonioso che evoca rispetto verso il proprio e l’altrui silenzio. E’ nel silenzio che sembra maturare la sua poesia, quel silenzio che la accompagna dai tempi dello splendido Spaccasangue (Le Voci della Luna, 2009), esordio che però rivelava una scrittura già estremamente matura, urticante nei contrasti e nelle fratture, indifesa davanti allo stupore. Continua a leggere Canto della dimenticanza