Incerti umani

Simone Pellegrini, Nodi, 2008

Domenico Brancale

Senza riprendere mai fiato. Si dice soprattutto dell’impossibilitato amore, del verso spezzato – incontro a un tu, nella distanza mantenuta promessa della cenere. Nell’immediato tracciato della voce. Raggiungere un «prima del respiro», l’incerto umano. Questa estremità, per quella svolta della voce nel punto che muore… che il poema canta le cose mancate da e per sempre dove la parola soffocata e rifiatata è condannata all’erranza, a un precipizio sui cui è possibile affermare il proprio frammento d’incertezza… che il resto è poesia in cui soffia la creta smarrita.

 

Domenico Brancale

 

Domenico Brancale
Incerti umani
Firenze, Passigli Editori, 2013

 

… poiché ti scrivo con tutti i pesi possibili

per inaccessibili sentieri del pensiero
posando questo labbro sporgente sul lobo

in realtà forse irrealizzabile progetto
chiedere perdono

tu fortemente assente
ancor prima di farti nome
nel mio pronunciare impronunciato a venire

          nudo

(in piena oscurità)

          dove si eccede il corpo

 

QUESTA ESTREMITÀ

«In un impeto amoroso
e non privo di speranza
volai così in alto, così in alto
che raggiunsi la preda»

JUAN DE LA CRUZ

 

nient’altro che neve sulle ossa
neve
prima che spargessero sale

prima che fossi tu
a venticinque latti luce dalla mia sete
prima che non fosse bianco
venticinque chiuse labbra
di un’altra meta

faresti a meno di te
dalla vita in giù
di là dalla scogliera di ghiaccio

lontano dal bacio può la bocca essere bocca

seme essere seme
di quella pietra
fiorita altrove
nei dintorni della storia
nella scrematura dell’orizzonte

dalla vita in giù
a meno di te
nessuna bocca parla sesso
senza secreto

 

*

 

pratica respirazioni fronte a fronte
qui ora la mia resa

tra di noi conversò il mal fidato

prima che fossi tu corolla

accerchiamento di questa che vita crediamo

era ciò che non torna
era assideramento di ogni stelo

ho bisogno di pensare a un mare di papaveri che sogna
la luce
         (dove non è scritto)

la dimenticanza

 

*

 

il vuoto del corpo blindato a quattro mandate
non apre al tempo

lontano da chiavi
serrato è dentro

sussurrartelo, avrei dovuto tacerlo

chi di noi è l’aperto
chi l’aperto senza contrari rimedi
           senza serrami

e continui a lasciarmi unto
a fare ciechi gli istanti presso il labbro parlante

inviolabile solo

come sono vicino all’evanescenza
al tu intimato senso
da tutto
           da noi
                   da niente

… ci sono ancora chiavistelli da spezzare

 

VUOTO PRESO IN PAROLA

essere vuole dire poter cadere all’infinito

 

proprio lui
seduto nella sedia del posto accanto nel vuoto banco
a lui nell’eco inchiodato alla voce che lo riscatta
una mano marina fa cenno di ritornare

proprio lui assente in persona
mi è cresciuto fin dentro il volto

si è scurito in oltre

 

*

 

voce di uno che grida nella creta
disossata
             bianca

di uno nessuno che ha dovuto ascoltarla

voce smentita nella gola incerta
in abisso
ustionata

nella rincorsa
                  impossibile

altro non pervenuto

voce disintimata

presto sarà io
semenza nel prima del respiro

 

*

 

nessuna voce franca
nessun luogo di respirazione
qui è un qualcuno a credere al sale degli occhi
qui messo a dimora

vuoto preso in parola

tu nella ripetizione a mente per confondere io
attraverso questo essere irrimediabilmente traccia
fossile
a predire il cammino
udibile a malapena
nell’orma vuota che giace sotto i passi

l’istante è varco e diga

lungosenna del volto
di uno che annega parlando con la «colpa dell’amore»
accanto alle proprie mura edificate
convivendo macerie
ai margini d’infinite pupille

volto all’assente
spietrato
dalla lingua corrente che annoda

 

*

 

strappato da qualunque argine
indetto a muta perenne

ora che un nonnulla t’incera le mani
l’esilio è sotto l’unghia incarnita della notte

avevo appena versato le negre lacrime prime
non avrei mai dovuto imparare a sparlare

a fingermi tu …

 

DOVE IO NON È

«senza qui né altrove là dove mai avvicineranno
o allontaneranno neppure minimamente
tutti i passi della terra»

SAMUEL BECKETT

 

è lui qui con la matassa a svolgere
il solito compito forse troppo alto
tanto quanto la bassura che il corpo insegue
nell’al di là dell’altro

 

*

 

finché percorreremo questa fuga
nel vicolo cieco della lingua
del tutto

a portata di luci
di stenti
di estreme sordità

i passi avranno il suono di chi ora
mai è disperso
di orme scavate nell’aria
di seguaci

              antelucani ovunque nella deriva

con il fiato alle spalle sfiorate da un’ombra bianca
capace di richiudersi a buio
a riccio
a parte
a esilio

restando
restando

sterminata alba

nel cranio confitti

 

*

 

          per Castor Seibel

un’ora franca tra le mani
non è per passare

dispiega la linea che porta al fronte dell’occhio
verremo ciechi alla luce
gioisce la pietra nella controra

non dire più io dopo di allora

non è per passare
                        che accetta

(se accade)

quando null’altro è nel corpo
che questo breve eternamente ardore

promesso è dire tu

 

*

 

chi parla
chi tace
uno stesso volto
in questo cranio di parole
dove a parlare verso il dentro
una voce nel cristallo del passato

            assorda

se non sei tu
quello che vuole ascoltare
un chi essere
un chi balbetta
uno stato d’incondizionata resa
prima del sussurro

e nemmeno io
ciò che è scritto

raggiungi la mano
dove un giorno è stata la pietra
scagliata per noi

chiamati fuori di qui

 

__________________________
Nota biobibliografica

Domenico Brancale è nato nel 1976 in Basilicata. Ha scritto Cani e Porci (2001), Canti affilati (2003), L’ossario del sole (2007), Controre (Effigie, 2013) e incerti umani (Passigli, 2013). Ha curato il libro Cristina Campo In immagini e parole (2006). E tradotto Cioran, John Giorno, Michaux, Claude Royet-Journoud.

__________________________

 

***

3 pensieri su “Incerti umani”

  1. “i passi avranno il suono di chi ora
    mai è disperso
    di orme scavate nell’aria
    di seguaci

    antelucani ovunque nella deriva

    con il fiato alle spalle sfiorate da un’ombra bianca
    capace di richiudersi a buio
    a riccio
    a parte
    a esilio

    restando
    restando

    sterminata alba

    nel cranio confitti”

    Scelgo questi versi come accesso agli “Incerti umani”, eterni erranti di Domenico Brancale.che precedono, sezionano, analizzano il respiro.

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