Oltreverso

Oltreverso (il latte sulla porta )

Doris Emilia Bragagnini

[…] “Contro il silenzio e il rumore invento la Parola, libertà che si inventa e mi inventa ogni giorno”, scrive Octavio Paz, e la Bragagnini lo segue come una fedele allieva. La sua è una poesia solitaria, per solitari, spiriti aristocratici, che non cercano la complicità delle passioni, ma la lampada che ti guida all’ingresso del sogno, la bilancia che pesa la verità e il desiderio, l’osso fiorito per attraversare “un labirinto da tradurre / quella morsa attorno al collo/ come ciondolo di morte” (pag.73).

E’ la poesia della solitudine, dell’insonnia, della sterilità, della frammentazione, della disgregazione, della morte. Che non ha paura delle trappole, delle insidie, delle mani vuote, dei movimenti delle nubi, del tremore degli alberi, dello stupore dello spazio, degli assoluti, dell’eternità con i suoi angeli e demoni. L’inferno e il paradiso stanno già su questa terra. Nessuna chiesa, nessun partito, nessuna ideologia, e persino l’erotismo, il grande feticcio del nostro secolo freddo e crudele, salva dalla distanza, dalla dissolvenza, dall’autodistruzione […]

Eppure questa poesia “oltre verso” che va oltre tutte le lacerazioni, gli incroci sui binari, i salti nel buio e i fiumi rossi, questa poesia fatta di parole “contro”, che è senza frastuoni e priva d’ogni retorica, sempre sul filo del rasoio tantrico-poetico-funzionale, questa poesia fedele ai passi cronologici e ai singoli livelli di crescita, non è mai fine a se stessa; si fa ponte fragile di parole, mediazione, diventa voce del linguaggio, particella di realtà e verità osservabile, che è di tutti e di nessuno, dimensione metafisica tra qui e un “altrove” misterioso. E per un attimo, chissà, forse ti svela quale sia il sentiero da percorrere, la porta o il pertugio, la via di fuga da attraversare, il punto meno buio, il fosfeno che si accende nella tenebra e ti conduce là dov’è – forse –la vita vera.

(Augusto Benemeglio, dalla Prefazione)

 

Testi

 

dalla sezione: al click

 

Film

Mi pervade questo vuoto di te, ora
così implicito, metamorfosi di un sogno
(misticismo improprio o credere bambino)
quando proseguire contando passi
nel ripetere il tuo nome (all’infinito)
è stato dirmi – tu – chi eri
celebrando il nientenulla muto
come appropriazione debita
a riprodurti dentro senza lembo di confine
nell’appartenermi ancora

Potrei scendere all’inferno non sapessi di trovarti
è che – fino al certo punto – non mi basta

Voglio toccare il fondo di valigie controluce
sapere che all’aperto si spiegano teloni
per il film del nostro ieri
prima fila e denti bianchi
smerigliati dal sapere carne figlia di enne enne
il delirio di un amore che sparpaglia
questi sensi disparati, dove affondi mentre godi
e io muoio sul
THE END

 

Così è

Sei l’inappetenza che ho dell’ordinario
un – rigo verticale – sulla bocca
la nota che incupisce gli angoli
se alla chiave del tuo orgoglio giungo in punta
tra il taciuto e l’evidente, l’increspatura a pelle
l’oscillazione all’antro del permettermi un refrain

Così è l’eterno al gioco
sbattere su gradi di caviglie, la mano a spingere sul collo
mentre è – dentro – che mi piego mio malgrado e
i colpi sono densi, provocazioni a vivere
che flettono in salita giusto all’attimo di contenere il grido

nell’assesto più profondo

 

il latte sulla porta

come una marea
che – liscia e liscia

passi questa tomba scabra
come bocca disseccata e
a nulla vale il latte sulla porta
l’andirivieni della notte con i suoi alterni opali
pasti indotti, di una giovane falena

tendimi la pelle
fanne un tamburo per giorni muti
quando a sgranocchiare ore non ci penseranno i denti
ma una lingua, che si farà lasciva
nel porgerti le scuse d’essere stata onesta

ti laverò dal mio peccato – non del tutto – originale
luciderò quella salsedine, trama su papille scure
sarà l’estinguersi del solco a brindare al ventre storto

 

siderale

vorrei zittirlo, il non detto
quando arraffa stretto il seno
il non scorrere dei rami lungo i vetri
e paesaggi ininterrotti, artigliati
intorno a zigomi di sbieco

un orecchino solo
il resto reclinato sotto muri ceralacca
e gambe, senza rete – a filo –
dritto il laccio, fiore o perla da sedare
ciò che dentro è tonfo sordo (Griet)

di dirigere a memoria
cerchi piccoli, con la punta delle dita
brucia il palmo teso avanti
un giorno dopo l’altro – a capo
tra cuscini di un giardino siderale

sciogliere il vermiglio, la gota spaiata
deciderà l’inverno, torbido indietro di crespo
o – sapore di lago – trementina, sulle labbra

 

issando il gesto

issando il gesto
a saperlo tenere in punta di ciglia
scivolato, non di -piena- trasparente
rimanendo assorta, liquida
la goccia a zampillare come dal centro il latte
ché nutrire il ricordo rende gravide le mani
strette a coppa (forte), per l’offerta

e tu sia l’artiglio
o la tigre del cerchio – il fuoco

la mia –lingua– come di madre al cucciolo
non ti sarà confine, impasto di carne e storia
l’areola scoperta, le pieghe lambite
sterpaglia lasciata all’alcova dei venti
quando immobili e stanchi, indivisi
lasceremo le armi

 

ring

ho provato a mantenerti sogno, annientarti
dentro al ring di un modo d’essere, ammansendo il gesto
trattenerlo dentro, pensando cosìpiano da stordire l’intrusione

avrei chiuso il giunco dentro l’onda di salsedine
e tracciato nel profilo un trampolo di morte
incubo incapace a sospendere giudizio

se ciò che chiamo è furore cieco
che si addormenta attento, forse sciame, di brividi retrattili
sotto il bordo di un così vasto soliloquio, come una lisca
a consegnarmi ferma, stivo il dolore a rostro così scoscesa da salirti

e se spingo sull’orecchio, dove si annida il fiato
una colata a bassa distorsione non risparmia – accordi osceni –
corde d’ultimo piacere i nostri vincoli, il mio succhiare spago
che sfilaccia di sapore lungo l’argine che ci siamo dati

tu vieni e sverni, dentro le fessure della mia levigata inapparenza
un lampo d’improvviso, fame, a incupirti gli occhi
diagonali di controllo in briglie un po’ allentate, scioglimenti al ruolo
sotto ciglia di ragazzo, pronto a mietere respiri

 

Il balzo

Come una stretta (ma no, è fretta)
di polmoni latrati
e un cuscino appoggiato, a rapprendere il balzo

potrei morirmi tra le braccia – ora
tanto stringo quanto manca
soffocando di parole inerti
restituendo al mondo quanto non ho tolto

– finalmente dirlo – nel lasciarlo andare
precipitarlo con un vestito sceso, scalciato sotto il letto
e chiuderò la stanza la pelle a raggrinzire
orrendamente offerta a quanto più non voglio

Sfregavo il ghiaccio e mi sfaldavo io
sopra giorni rattrappiti, schiacciati
come insetti sul soffitto

ne sgombrerò la vista con un gesto freddo
zucchero negli occhi asciutti
quanto il tuo restarmi dentro – eterno – d’umido sgranato
ex voto, cera dura a lume spento

 

oppure un

sarà come lavarmi il viso
sorprendere di fresco gli occhi chiusi
e sbatterli di nuovo (e ancora) menta fino al verde

una goccia – estrema – capace di curvare l’angolo
che anche il fuso Rosaspina, inciso il polso
piange sonni e sangue immacolato, le voglie di paglia
la sete inappagata, hanno muso di sterpo e teche
a sorreggere le gambe, la corsa fuori
nuda oltre la tenda, ha voce di sabbia

“non avrei saputo dire il nome come simbolo d’amore”
un suono affastellato sulla lingua o rumore vicino l’ombelico
un pensiero di vento, oppure un vento che recita il tuo nome
all’improvviso, come vita in origàmi (o voli) sulla tua carne bruna

 

MetroNOmia (tema di)

Nel molleggio ipnotico
di una coda bianca
metronomia toltami dagli occhi
scorre – poi – il cilindro della vita

alla tempia quel gennaio
ripetutosi nel rosso
divorante/dissipato tra le cosce
che i giorni contati (tiratura limitata)
sono proiettili di gomma “per signore”
filano e nemmeno te ne accorgi

non lo sapevo allora
lo credevo malattia, vincolo segreto
da scontare in mimetica d’assalto:
il grembiule d’ordinanza
giusto il fiocco esonerato
a pareggio forse, dello stesso colore
s e g n a l e t i c o tra i banchi

Ora servo una cortina
si studiano le mosse, se si brucia è d’immenso
si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli
solo – si osa – abbassare lo sguardo
così, come un grilletto

 

__________________________

Doris Emilia Bragagnini
Oltreverso (il latte sulla porta)
Prefazione di Augusto Benemeglio
Arezzo, Zona Editrice, 2012

 

***

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4 pensieri riguardo “Oltreverso”

  1. autrice elegante e appassionata la Bragagnini, che da anni apprezzo, questo suo nuovo libro, a voler giudicare dal sostanzioso assaggio su questa pagina è all’altezza dell’ottimo giudizio che do di lei

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