La memoria e l’oblio

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Marina Giovannelli

Madre – metaforicamente parlando – della futura dea Afrodite, Ishtar presiede all’amore, sia sacro che profano, ma anche al suo doppio: la guerra.
L’intero mito di questa complessa divinità femminile sembra percorso, in realtà, da diadi antitetiche e complementari: luce e ombra, vita e morte, maschile e femminile, perdita e ritrovamento, angoscia e sollievo, tempo ciclico – quello delle stagioni che Ishtar deve riconquistare e tutelare – e tempo soggettivo e lineare, dotato di un inizio e di una fine – quello impiegato dalla dea nel corso della sua discesa agli Inferi –.
Ed è questa discesa agli inferi che l’autrice ripercorre e ritrae, accompagnando Ishtar nel suo tentativo di riportare in vita il suo sposo/figlio, Tammuz: solo così sarà infatti possibile assicurare alla terra la rinascita della vegetazione e degli animali, la luce primaverile, la ciclicità dell’esistenza che riprende a pulsare dopo il buio e il sonno invernali.
Quello di Ishtar è dunque un mito sulla vita, sulla morte e sulla possibile rinascita dopo una morte, ma è anche un mito sull’amore, sulla perdita e sulla volontà di reagire alla perdita.
Ed è, ancora, narrazione di un viaggio nell’altrove spaziotemporale per eccellenza: quello della morte.
[…]
Nel corso di questo viaggio attraverso l’altrove, sette sono le porte che Ishtar dovrà oltrepassare, sette le tappe a cui sarà sottoposto il percorso della dea. A ogni soglia Ishtar dovrà rinunciare a un indumento o a un ornamento, perché nel regno dei morti si entra nudi, come nudi si è venuti al mondo: privi di ogni copertura, di ogni forma di difesa, di ogni dichiarazione di status e di ogni possibile sovrastruttura, si tratti di incrostazioni culturali, ideologiche o sociali.
Nella prima sezione del poemetto Ishtar deporrà dunque lo scettro, il serto, il pettorale, gli orecchini, ’anello, la cintura, l’abito: scioglierà ogni legame di appartenenza, si lascerà alle spalle le certezze garantite dal proprio ruolo e dalla propria identità, trancerà ogni nodo con la vita stessa, così come lei fino ad allora l’ha conosciuta e vissuta.
[…]
Per riportare in vita il suo sposo la dea si spoglia ora anche di parte di sé, rinunciando alla propria stessa fisicità e riducendosi a essenza impalpabile e incorporea – “ho visto la mia pelle appesa a un chiodo bisaccia informe mero scarto” –, mentre la ricerca prosegue in un montare di angoscia e di nostalgia, in un drammatico incalzare di quesiti, nel premere serrato dei ricordi e in ostaggio di un feroce desiderio: “le mie mani il mio non volto il nulla della mia persona / ricomposti per te se solo udissi la tua voce / intonare del nostro amore il canto inconcluso”.
Nella poesia finale, “Il flauto”, la narratrice, come nel mito originario, riguadagna il mondo dei vivi, garantendo la possibilità di un tempo nuovo e di nuove fioriture per una terra che viene ora detta “amena d’acqua e raccolti”: il percorso tenace e appassionato, di donna e di dea, è riuscito a strappare qualcosa al regno dei morti, e Ishtar riemerge in superficie con il flauto di lapislazzuli, così che Tammuz, lo sposo perso, possa ora rinascere in musica.
(dalla prefazione di Antonella Sbuelz)

 

Testi

 

Dalla sezione “La discesa”

 

Il pettorale

Con te ho indossato l’ametista
all’altezza del cuore
grani viola per infilare
sussurri di parole gravi
sicura della mia ragione
perduta e ritrovata
immune dalla nefasta
signoria dei maligni pensieri
sinuosi menestrelli
insistono tormento
nel cavo labirinto
viola di pietra mistica
viola d’acquario
viola scorpione.

Era necessario il rubino
appuntato sul petto
per splendere passione
a lume spento
sempre avanza una favola
a forare l’oscuro
con l’antidoto vivo
alla malinconia
dal buio salgono i fantasmi
le vesti perse
esili larve anelano
un rivo chiaro
ma il carbonchio altero
disperde le ombre.

Sì lo smeraldo
che m’illumini il seno
perché l’amore è saggio
la saggezza amorosa
nell’alveo di sotterranea corrente
s’incontrano le opposizioni
nell’acqua tutto si compone
si converte in pienezza
vita feconda era il miraggio.

le mie gioie vere qui le depongo.

 

L’abito

Avvolta nel colore
di luna scivolo
incontro al mio signore
la veste scende morbida
lusinga al passo cauto
vela le braccia il seno
pieghe cangianti al collo
prisma di ghiaccio

pensavo il rossogiallo della festa
fluttuare alle caviglie
volo di seta
perché così vuole il momento
arancio e veglie d’alba
prima che l’astro sbianchi
i corni chiari nel latte del mattino

o l’abito azzurrino
delle corse nei campi
ai fianchi arrotolato
per filare leggera
tra cardi e spighe
nell’azzardo di serpi
agguato di leopardi
ogni colore ha la sua ora
predestinata così il verde
e il giallo vanno alla bambina
le sue capriole sventate
di selvatica gatta

ma il manto va alla sposa
che copre il volto
solo gli occhi fiammeggiano
neri d’attesa nell’indaco
delle crespe viluppo di profumo

e bruno medicamentoso
d’aspide per la tunica
di megera sapiente
risarcimento informe
alle sue mani levatrici
fodera per la culla
drappo di bara

per me mi riconosco
nel bel chador del lutto
argento e luce
pallida notturna
ultima lontananza
alla mia meta

senza timore a terra lo distendo.

 

Dalla sezione “La città del buio”

 

Non ti vedo so bene
che sei qui a portata di voce
dietro soltanto a fragile
parete di caligine e vento
e ti chiamo ti chiamo
ora al mio lato
non aspetterò domani.

Con i sensi offuscati ai guardiani ho lasciato i miei poteri
ho visto la mia pelle appesa a un chiodo bisaccia informe
mero scarto]
per inseguire ancora la tua traccia aroma soffio etere respiro
più che nuda ti cerco ma non so morire.

 

***

Non ti vedo ma di te ho memoria dei tuoi pensieri fini
dei tuoi passi imprudenti nel labirinto dei palazzi
quando il sorriso mascherava timidezza
e le mani indicavano asimmetriche costellazioni
rubate al mantello della notte incise nell’argilla
labbra intonavano note d’incanto siderale
e voci di carole apprese dalle madri all’infinito ripetute
nei cortili della città la città nostra dall’alta ziqqurat
vicoli e androni a intersecarsi fra mercato e giochi.

 

***

Non ti vedo e mi manca il tuo sguardo in ascolto
mi manca la parola mai definitiva che interroga la tristezza
del pensiero lo stupore di bimbo alla fioritura del mandorlo
la tua presenza assorta le gambe accavallate
lenta la mano scorre le tavole le righe allineate apprende
e mèmora dell’universo il catalogo aperto
mi manca il germogliare inesausto di domande
la ricerca di una ragione plausibile al venir meno delle stelle
la musica straniata del tuo fiato.

 

***

Non ti vedo ma ancora non perdo la speranza
nel buio denso s’aprirà forse un sospiro
tiepido a sfiorare l’ombra di me che qui si aggira
non scema il desiderio dell’incontro contro la norma
contro la ragione contro la volontà di chi comanda
le mie non mani il non volto il nulla della mia persona
ricomposti per te se solo udissi la tua voce
intonare del nostro amore il canto inconcluso
della terra le inquiete rivoluzioni

 

Il flauto

Polvere e fango attorno
e sono viva
mi respinge da sé questa città
non mi consente dissolvere in vento
svanirmi alla parvenza
che la memoria insiste le figure
felici del passato
l’etere fosco inventa di colori
insegue scie di aromi
musiche nei recessi
del continente perso

è il tuo flauto che guida
il mio cammino d’aria
canto ribelle gioia
oltre il decreto
note che riconosco
innamorate
per questa terra amena
d’acqua e raccolti.

Flauto di pietra dura
inflessibile coi potenti
pallida verità
se ci hai lasciato
flauto di pietra rara
accendi un’altra storia
per i bambini attenti
stretti alla voce

verde flauto nel vano
dell’estrema dimora
che nessuno silenzi
l’eco delle tue nebbie

la tua cifra dall’ombra
ritorna ad ogni estate
col tamarisco

profumata d’incenso
nella nuova stagione
la tua parola benedetta

notturno e luna
intona ancora il canto
l’amato in sogno

Tammuz di lapislazzuli
accorda lo strumento
tu che scendi il solstizio
rinasci in musica.

 

***


giovannelli

__________________
Marina Giovannelli, Il libro della memoria e dell’oblio
Samuele Editore, Collana Scilla, 2013
__________________

 

***

Un pensiero su “La memoria e l’oblio”

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