Fra rifugio e assenza

Daniele Ventre

Di fronte alla ragione delle cose
ti si impone il principio d’una scelta.
Così nel giorno ti sorride il chiaro
della nube dischiusa allo spiraglio
fra le lacrime liete della pioggia.

 

Testi inediti
(2013)

 

Il sì che rispondevi nell’intero
del tuo grembo dischiuso era misura
del tuo tempo nel mondo, era la scelta
antica oltre la sponda del rifiuto.
Così l’abbraccio colorava i giorni
del senso che si coglie all’orizzonte
dallo specchio che in te riflette l’alba.

 

*

 

Nella sfiducia seminavi il gelo
lungo il greto del no che hai già percorso.
Ma certo quel che è stato è forma piena
di carne e volto nel tuo gesto conscio.
Così nella memoria ormai ti neghi
alla via che fu già della memoria.

Nella scelta del senso è l’affidarsi
del passo che consente al tuo cammino:
l’assenso all’orma che lasciò nel fango
l’ombra soffusa d’una forma netta.

 

*

 

Non c’è misura fra rifugio e assenza,
fra lo sguardo del giorno e gli occhi chiusi
nell’utero notturno oltre le ciglia.
Questa ragione siede dall’origine
in quell’amore che il risveglio schiude
dalla prima sfiducia all’indolenza.

 

*

 

Ma nel mattino che ti contraddice
nel passo sdrucciolevole che impatta
tu vedi la presenza delle cose.

Questa fede animale si compatta
dalla materia in densità corrose
per l’enigma che fonda e che non dice

come si regga un marmo di colonne
su un ondeggiare liquido di gonne.

 

*

 

Io non so quale senso abbia scavare
nelle ferite che mi porto dietro
e spargerle di sale. In troppe forme
ho ingannato me stesso nel tuo volto
per l’impronta esteriore degli incontri,
quasi che a volte ci restasse ancora
un residuo di segno nello sguardo
o un atomo di suono in questa voce.

 

*

 

Sembra che il giorno nulla più ci porti
se non l’aprirsi di muri alle crepe
e la ruggine ai cardini distorti
del cancello non chiuso oltre la siepe
e il fischio stanco dei respiri corti.

E adesso alla remota primavera
che ti sorride per non tue finestre
chiedi ancora gli esagoni di cera
e il miele verde nell’oro silvestre
e il sussurrio del sogno in questa sera.

 

*

 

In questo tempo gridano soltanto
le voci rauche dei giullari pazzi.
Ma tu vorresti che tornasse senso
al mondo fra le viete salmodie
che tramano di nebbia i giorni estorti
al vuoto del futuro.
Adesso il muro
degli anni torna nei cristalli diacci
che spazza ai rami il vento delle brine:
non esiste più senso alle rapine
sottese al gioco dei poteri arguti.

 

*

 

Ascolta: nel mutismo delle notti
una voce sussurra i tuoi tesori,
ma il tintinnio delle bugie sonanti
la zittisce o un frastuono di lamiere,
o il grido d’uno sparo.
In questo vuoto
non esiste più voce che guarisca
il tuo vagare, il tuo piegare al segno
della catena che ti serra ai polsi
la tenebra muscosa oltre le sbarre

 

*

 

Di fronte alla ragione delle cose
ti si impone il principio d’una scelta.
Così nel giorno ti sorride il chiaro
della nube dischiusa allo spiraglio
fra le lacrime liete della pioggia.

 

*

 

Raccontano che un tempo il seme dell’oro
sbocciasse nel miele che cadeva a gocce lente
dalle foglie di timo, o nel sapore rude
delle ghiande, o nell’acqua che scorreva piana
per silfidi-ruscello –il gusto della sete
le mutava in cristalli di nettare fra le labbra.

Quel tempo è tramontato con la polvere delle nubi
nel respiro delle folle soffocate dal piombo.
Qui i futili cantori nessuno li ascolta
nel frastuono di metallo dei proiettili erranti:
le loro voci arrochite cantano calligrammi
e i libellisti ironici che svendono drammi
ci incartano il vuoto in confezioni di nausea.
Ma noi dovremmo intendere e infine disperderci,
svanire ai quattro venti fra i residui di plastica
combusti nella notte dei sorrisi d’asfalto,
nell’odore caramelloso e acre della gomma,
fra gli incensieri del tempio dalle colonne di ruggine
e i lampioni spenti –dimenticare la parola,
la lingua da cui nascemmo, che non conosce altra voce
se non l’invidia sorda degli schiavi sorridenti
e l’austero disprezzo del sussiego.

 

____________________
Daniele VentreDaniele Ventre (Napoli 19/05/1974) vive e lavora a Napoli come docente di latino e greco. Partecipa alla redazione dei blog Nazione Indiana e Poetarum Silva. Nel 2010 pubblica per l’ed. Mesogea (Messina) una traduzione dell’Iliade, che ha ricevuto il primo premio dalla Fondazione Achille Marazza (Borgomanero, Novara). Nello stesso anno parte della sua raccolta Il senso delle forme si nasconde è pubblicata nel registro di poesia della Casa Editrice d’If. Nel marzo 2012 è invitato alla Sorbona dal prof. Philippe Brunet al convegno sulle traduzioni isometre di Omero in lingue moderne. Nell’anno 2012 esce, sempre per la ed. D’If, la sua prima raccolta completa, E fragile è lo stallo in riva al tempo. Nel 2013, sempre dalla casa ed. Mesogea, è stata pubblicata la sua traduzione de Il Ciclope di Euripide e de L’Odissea.
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***

2 pensieri riguardo “Fra rifugio e assenza”

  1. il volto della Neapolis che amo e che mi ha formato, è ciò che intravedo in Daniele Ventre al quale vorrei inviare una imago che, credo, resti in linea con il suo ricercare ideativo..
    r.m.

  2. Voce che è più d’un atomo di suono; materia viva e vibrante le energie, fra i poli positivi e negativi del reale, fra rifugio e assenza, fra “marmi di colonne” in versi, dove risiede il suo cantore, che si reggono ancora maestose sul vuoto del “terreno” su cui camminiamo…

    Un applauso a Daniele!

    Grazie dimora :-)

    Francesca

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