La passione dell’origine

Lucetta Frisa

Lucetta Frisa

In una pagina particolarmente significativa e premonitrice del Libro delle Interrogazioni, nel fervore di un dialogo serrato, estremo, con una parola che è vertiginosa coscienza del vuoto su cui il suo dire si staglia (il deserto che si profila in forma di risposta ad ogni domanda, l’assenza inesprimibile che il segno annuncia nell’attimo in cui depone sulla pagina la traccia febbrile del suo passaggio), Edmond Jabès annota, e ci lascia in eredità come una testimonianza gravida di futuro, una riflessione che è anche un preciso e inequivocabile indirizzo di poetica e di ricerca di senso: “Scrivere è avere la passione dell’origine; provare a toccare il fondo. Il fondo è sempre l’inizio. Anche nella morte, certo, una moltitudine di fondi costituisce l’abisso, tanto che scrivere non significa fermarsi alla meta, ma oltrepassarla senza fine“. La vocazione al superamento e all’oltranza, quantunque l’approdo finale del percorso, una volta varcata la soglia che la domanda dischiude come un precipizio, non sia altro che la certezza del silenzio, la memoria metamorfica di tutti i silenzi attraversati e da attraversare in un movimento infinito e circolare, si definisce nell’idea in atto di una sostanziale restituzione al pensiero della visione originaria, raccolta e addensata in tracce e in barlumi affioranti dal profondo, della caotica dismisura delle sue radici, ovvero nel disvelamento dell’enigma che la sua luce inglobante, ordinatrice e categoriale, riversa sulla superficie accompagnando gli esseri e le cose in tutto il tragitto della loro terrestre vicenda.

     L’estrema tensione augurale del testo jabesiano, “alba e tramonto in una sola luce”, si materializza netta e inequivocabile davanti agli occhi della mente, con tutta la sua elementare progettualità di ethos nascente e la sua naturale inclinazione a definirsi in misura di paradigma estetico, ad ogni approccio a questi Sonetti dolenti e balordi di Lucetta Frisa, imponendosi come chiave gnoseologica ed ermeneutica privilegiata, disponendo ed orientando non solo la lettura e l’analisi dei testi, ma fornendo al contempo la mappa più precisa per collocare quest’opera in posizione di rilievo all’interno della produzione complessiva dell’autrice. Le liriche, infatti, non sono il frutto di una occasionale o momentanea e, quindi, immediatamente contestualizzabile accensione, quanto piuttosto “sogni” che “si sarebbero un giorno fatti carne”, il riaffiorare, in natura di lampi ed intuizioni erratiche, di frammenti lungamente covati nel corso degli anni, cresciuti sui margini in ombra di un disegno poetico che da La follia dei morti a Se fossimo immortali, da Ritorno alla spiaggia a L’emozione dell’aria, è venuto costruendosi nel tempo, con rigore, sapienza ideativa e padronanza crescente delle linee e delle strutture fondanti, come un’architettura intimamente e intellettualmente riconoscibile, solida e lineare nella sua voluta e ricercata esposizione ai punti cardinali della percezione e dello sguardo.

     La passione delle origini, allora, quasi a sparigliare volutamente l’ordine del discorso, si ammanta in quest’opera di sfumature e colori affatto nuovi e li ricombina declinandosi in forme e modalità “balorde”, sottilmente e deliberatamente “sovversive”, refrattarie all’imperativo di poetiche organizzate unicamente in funzione della trasparenza e costrette, inevitabilmente, entro i reticoli e i codici escludenti di un orizzonte rappresentativo asettico e uniforme, monocromatico e monodico. Tutto ciò riesce possibile, e si realizza con esiti sorprendenti, in forza di scelte lessicali etimologicamente spurie e perturbanti, di un balzo nella penombra del non-detto e del non-ancora tanto sul piano dell’utilizzo sghembo e obliquo, disarmonico e dissonante, di strutture metrico-sintattiche consolidate (il sonetto richiamato dal titolo), quanto su quello di una suggestiva e spiazzante inversione del moto ascensionale che caratterizza, per tradizione o per consolidata convenzione filosofica, ogni processo consapevolmente e compiutamente conoscitivo. Un processo la cui progressione verticale viene rovesciata in una vertiginosa discesa nell’abisso, fino alle viscere ribollenti della materia e dell’essere (“Per vivere ho bisogno del mistero / occhi di un’altra specie sacre pietre / dipinte o incise nel buio delle grotte”): una metamorfosi tutta inglobata e interiorizzata, che comporta la rinuncia a ogni pregressa coordinata razionale e a qualsivoglia permanenza statica del soggetto nel cerchio di una verità e di un senso dati, capace di tramutare in mistero il chiarore, di farne avvertire tutta l’insostenibilità, tutto il peso della carica radiante che ci tiene indissolubilmente legati all’esistenza attraverso una rappresentazione astratta e geometricamente riproducibile del creato, attraverso la ricezione unilaterale della molteplice e polifonica cadenza dei nostri stessi passi (“un enigma per me / camminare in superficie”): da qui la necessità, pungente fino allo spasmo ultimo e alla dissoluzione, dello svelamento, l’urgenza della restituzione di ogni luce alla matrice oscura da cui promana (perché solo “il nero nel sottosuolo / tiene il seme del mondo”), di ogni orma sonora alla dimora da cui si parte, si diffonde e si fa eco e pensiero, mappa udibile e leggibile, plurale, di ogni possibile cammino.

     Il poeta sa che il suo canto, parto ed erede della dicibilità del mondo e della progressione razionale della voce tra le maglie di un universo che si rende decifrabile solo nella persistenza inclusiva ed univoca dell’ordine e della luce, ha bisogno di sguardi altri (“occhi di un’altra specie”) ai quali sorreggersi e dai quali lasciarsi guidare in questa catabasi fino alla dimora abissale del principio: altri occhi che parlino, attraverso lo stupore ammutolito dei suoi, la lingua umbratile delle origini, il verbo oltraggioso e inafferrabile di un panteismo apocrifo e pagano, l’alfabeto ferito e sanguinante di chi ha lungamente sperimentato il dolore, la follia, l’esclusione, l’inesistenza, la morte pur di aprire una breccia, con lo stilo, la passione e il furore del suo “grido inascoltato”, nel “silenzio di dio”. Il dolore e il lutto cercano i suoi occhi e la sua bocca, finalmente liberi dalle catene di una luce che esclude il suo rovescio simmetrico, per farsi specchio e visione, per seminare nella nudità del giorno il loro carico di spine e di memorie, la loro sete inappagata di riconciliazione.

     Il viaggio oracolare, ossimoricamente dissoluto e aggregante (“io dei balordi sono la vestale”), si articola in sequenze pulsanti come partiture di un coro senza requie, dove le parole si cercano, si allontanano, si rincorrono e si riafferrano come respiri vaporati dai pori di un unico immenso corpo danzante: in ognuna di esse si apre un vortice visivo, un centro immaginale che raccoglie e recupera voci e volti privi di ogni anteriorità e di ogni futuro, presenti da sempre come macchie invisibili d’inchiostro sui bordi levigati di testualità già precedentemente meditate e scritte, come stimmate che, ora, dalla pagina irraggiano nella carne la luce demente o saggia dell’attesa – che covano, all’insaputa dei giorni, il sogno inesauribile di una vita sul limitare di una nuova “apertura”, la risalita dal caos informe della morte agli orizzonti della ricomposizione. Sono profili che parlano, da lontananze estreme, l’alfabeto familiare dell’insonnia, ombre protettive con le quali lungamente abbiamo dialogato perché le sapevamo, da sempre, portatrici di un verbo innominabile, di un dolore inesprimibile, l’unico capace di contenere e di rivelare “divinità nascoste” scorticandole “fino alla nudità”: sogni senza tempo di un’epifania suprema, lo squarcio tra le pieghe del reale che annuncia la risalita dagli abissi di Kitež, la città invisibile che dimora gli spazi inesplorati e incontaminati delle nostre esistenze.

     Presenze e paesaggi familiari emergono e si profilano lungo quel sentiero, ombre mute di guardia al vivo e straziato incanto di un universo dove ciò che è polvere riacquista corpo e voce e parla la lingua indivisa degli antri e delle fonti, della sabbia e della goccia che la fa rifiorire, del faro che smania luce dalla voragine oscura che si spalanca al richiamo del suo desiderio e la lascia sciamare libera nell’aria. Qui si respira la follia di dio: un soffio che per la pupilla murata del presente, per la sua cecità “che costringe / azioni ed emozioni a recitare”, è canto balordo, illusione demente e distorta, ma che, per armonia e risonanza indicibile di poesia, si trasforma in matrice di stupori impensabili, stupori di un tempo senza tempo, di una terra senza nascita e senza morte. Qui Nadežda può ricomporre il volto dell’amato strappandolo agli artigli della storia, custodire il segreto del suo nome a “protezione dal male / della terra”, e col suo canto trasformare in preghiera il furore dei lupi che l’assediano; qui Andrea Salos, investito dalla stessa pazzia celeste, può riaprire la sua bocca, muta da secoli, che ha conservato e vegliato parole potenti e fraterne come un abbraccio, pronte ad accogliere l’ultimo volo dei perseguitati dal destino; qui la donna velata di Elea ancora ritorna a riprendersi la “luce sparsa” dal suo corpo sotterrato e la ridipinge “per chi resta”, ripetendo il miracolo della vegetazione, degli astri e delle stagioni, del disfacimento e della rinascita. Qui il lutto di Alejandra è il dolore taciuto di tutte le creature che trascorrono la loro esistenza “acquattate come bestie in allarme”, che “si dolgono di solitudine / incurabili, inascoltate”: volti perduti per sempre, ai quali può ridare voce solo chi stringe nelle sue mani il filo che tiene i vivi e i morti insieme: solo chi sa farsi lacrima che eternamente migra, di vita in vita, fino a lambire l’immobile riva degli occhi di dio. (fm)

Lucetta Frisa
Sonetti dolenti e balordi
Prefazione di Francesco Marotta
Piateda (SO), CFR-Edizioni, 2013

Testi

Io sono così quieto
così morto dentro
che sento le api succhiare sull’orlo dei calici

Max Kommerell

sequenza dell’uscire da sé

Bisogna uscire da sé consegnare
i nervi e i pensieri al nulla che non
ha corpo e non soffre. Subire le offese
farsi strappare abiti e voce e allo specchio
ridere dell’estremo lusso di sé
pensando finalmente sono arrivato
a fine viaggio e sono folle vuoto
di voi e di me, questo è il Paradiso
l’Eden il Nirvana di questa terra
e non ce n’è un altro, un altro di me
non nascerà sono irripetibile
non siamo non saremo più, solo
atomi allo sbando cani sciolti
nell’aria, selvaggi, alleggeriti.

*

Bisogna uscire da sé per entrare
negli altri nel loro dolore come
nella loro gioia entrare nell’erba
negli occhi dei cani nel cuore algido
dei metalli e dei sassi docilmente
entrare ovunque dicendo scusate
non siamo invadenti ma è per conoscenza
siamo divisi solo in apparenza
ad ognuno la sua parte e la sua voce
e la sua futura polvere. Sapete
chi siete e dove andate? Amateci
fate finta di parlarci compatirci
anche noi come voi siamo gli attori
di questa tragedia d’odio e amore.

*

Uscire da sé: se il desiderio
ci disegna il mondo la sua assenza
lo cancella e la montagna è un cumulo
di sassi e noi gli automi con la voce
fessa. Come uscire da sé come
non guardarci più allo specchio sapendo
che non esistiamo e neppure lui.
Siamo spezzati da un pezzo i frammenti
sparsi per strada e nei libri e chi li coglie
sarà creatura aliena più di noi.
Fraintesi non importa solo se adesso
potessimo dirci tutto occhi negli occhi
non ancora invasi dagli insetti e prima
che i tetti si rovescino, impudichi.

*

Uscire da sé come un giorno
chiudemmo la porta di casa dietro
di noi senza le chiavi e permesso
dove vai – ci chiesero – non lo so.
Non contavamo i passi le parole
degli altri credevamo nei numeri
senza interruzione. Nelle foto
l’occhio è intontito l’abito inadatto
e quella pioggia di città era nera
come in certi film. Si salì in ascensore
fino all’ultimo piano e poi giù giù
non si fermava mai noi a tastoni
si cercava il pulsante dell’allarme
la luce e la maniglia come adesso.

Parole dell’insonnia

il sogno è verticale
contiene luce
come schiena di foglia
linfa
è materia-terra
canto
soffio
dentro la pietra-
sale e risuona.
Il nero nel sottosuolo
tiene il seme del mondo
mi dirai che la vita
nasce dalla morte
ti dirò che il buio si apre
se lo penetra il sogno
e ruberò l’udito agli uccelli
per poterti ascoltare
tu prendi le mie domande tra le tue
prendi il mio pianto
che non è seme di nulla.

*

non c’eravamo né tu né io
a parlare del bosco
ci chiamavamo
alberi foglie rami uccelli
cantavamo
stupiti
ancora senza nome
e il bosco
lassù
come fumo bianco
volando

*

chiedo
qualcosa d’intero
a saldare il desiderio senza nome
che consumò la mia vita
e la ruppe

datemi la moneta
sopra le palpebre
per un altro sogno
datemi la moneta
sopra la lingua
per farmi udire

*

quando la terra si estende in apparenza
e tutta nella sua chiara pelle splende
dal mio vecchio corpo mi defilo
lo chiudo dietro i vetri
col suo osso
però l’estate non interrompe il passo

*

e qui si continua
parlandoci senza bocca
ascoltando
con le orecchie chiuse
scrivendo
con le dita tagliate

Non lasceremo
nessuna scia di stella
né bava di lumaca

*

volevo l’estasi

Per Alejandra Pizarnik

I

Vedi, io vivo con un coltello
dentro lo stomaco.
Mi taglia a pezzi l’infanzia
mi taglia le pupille
che vedono solo notte e squarci.

Tutte le cose hanno lame spille
angoli punti spigoli
e parole spinose.
Le mie
stanno acquattate come bestie in allarme
si dolgono di solitudine
incurabili, inascoltate.

II

Non c’è nulla di morbido al mondo.
Nella culla
al posto dei cuscini e dei ninnoli
mi misero le scarpe slacciate
le bambole rotte il latte amaro
e il pensiero della morte.

Mi cullarono con le forbici
trapanato il sesso scorticata
la bocca perché parlassi
solo di ossa
della colonna vertebrale del mondo
albero sempre invernale.

III

Volevo l’estasi
il perpetuo orgasmo tra terra e parole
volevo
il corpo emotivo della bellezza.

Nell’aldilà
troverò piume e sete
sentirò volare i miei capelli
dolcemente snodati
dalle ariose dita di un dio primaverile.

__________________________
Una prima versione dei Sonetti dolenti e balordi è stata pubblicata nel dicembre 2010 nella Biblioteca di Rebstein, vol. XV.

Qui una lettura dell’opera a cura di Francesco Scaramozzino.
__________________________

***

14 pensieri riguardo “La passione dell’origine”

  1. Fuori d’ogni ozioso luogo comune, non sussiste parola (almeno, da parte mia) degna di commentare tanta bellezza. Grazie, Lucetta; grazie, Francesco.

  2. sono io che devo ringraziare chi mi commenta: Mirko, Francesca, Roberto.
    Ma sopratutto e tutti devo ringraziare ancora una volta e ancora il grande FRANCESCO MAROTTA che ha scritto una splendida prefazione al mio libro che,insieme, creano una felice unione…
    lucetta

  3. Poesia coinvolgente.
    Uno sguardo che sa percepire il centro nudo dell’occhio, ne fa cuore di luce per portarsi ( o farsi) fuori , fin nel suo più profondo corpo. A battere l’intensità del sentire.

  4. è un libro spendido, e noto una particolare cura per l’estetica della parola…impossibile non accorgersi della ricerca interiore espressa nella sua realizzazione.

    complimenti Lucetta!

  5. ho leetto d’un fiato questo libro, Lucetta. le tue sequenze mi hanno attraversata avolte fino all’ustione. perché questa é parola imperdonabile, capace di ” uscire da sé per entrare negli altri”. quel sapore di congedo e insieme di consegna negli addii- la stessa cosmica adesione creaturale-
    ad una persona cara, come ad un gatto che muore ” graffiando il sole”. raramente mi accade di avvertire-solo da poche voci finora in poesia- come in questa scrittura, la stessa sensazione, che pure Francesco ha
    colto e dilatato- di trovarci di fronte ad una poesia che ci parla di cose ultime
    e grandi , come la Grande Illusione : Dioé il silenzio. dell’universo e l’uomo il grido inascoltato che gli da senso.” Un libro che terró accanto, caro. grazie, Lucettal’uomograndiegrandiaduna poesia che ci parla di cose grandi eaduna una poesia che parla di cose grandi e ultime. Come la Grande gatto che muore ” graffiand
    o il sole”

  6. ancora un immenso GRAZIE a chi ha seguito con interesse questo post con dei commenti acutissimi e bellissimi.: a te Iole, Carla, Annamaria
    un abbraccio
    lucetta.

  7. caro francesco ti mando il pdf e la copertina del nuovo libro. esce il 20 maggio. spero che stai bene. un abbraccio da sud

  8. Luce risonante e chiara, scavo impietoso lucido, e levità di sguardo benevolo sulla finitudine,naturale abbraccio cosmico, sorriso tra le lacrime, anche per questo mi è caro questo libro, mi sei cara Tu, Luce, tanto!

  9. Grazie a te, cara Rita, che mi sei altrettanto cara, come mi sono cari i tuoi versi. E’ raro trovare un rispecchiamento senza ombre tra i versi e il poeta che li scrive. Guarda Montale, grande poeta, uomo infimo…
    Un abbraccio a te e ancora a Carla e non, ad esempio, e un saluto a Franco Arminio che scrive qui dei messaggi diretti a Francesco ma non guarda la mia poesia dentro cui è-immagino involontariamente- capitato….

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