Era l’unica cosa da fare

Federico Federici, Wo licht ist, 2012

Natàlia Castaldi

Era l’unica cosa da fare

     “Era l’unica cosa da fare”, ripeteva tra sé, stringendo i lembi del cappotto sul petto. Non aveva mai creduto alle cose durature, all’eterno manco a parlarne, ma non riusciva a dimenticare quel volto, quello che avrebbe dovuto cancellare col suo solito cinismo.
     La stagione delle cose passate, quella degli ideali per cui lottare si era spenta dentro il suo sguardo cupo, che a guardarlo bene fino in fondo, rifletteva un abisso di paure e rimpianti infantili, che solo gli abbandoni ingiustificati possono generare.
     Aveva visto disfarsi ogni angolo dalla casa. La famiglia sgretolata dai suoi errori. I suoi errori erosi dall’amore morboso di una borghesia esistenziale che lo voleva incastrare.
     “Come si nasce anarchici?”, si chiedeva.
     “A ben vedere è un dato esistenziale”, diceva.
     “Genetico”, gli avrei voluto suggerire, tuttavia l’aggettivo che avevo scelto cozzava, ingiustificato, con la postura perfettamente adagiata all’equazione sociale che la sua famiglia aveva sempre espresso, godendo del rispetto e della stima di tutto l’apparato partitico e familiare di quella città così piccola e tanto stretta da farlo soffocare.
     “Eppure nascere diversi è una colpa che non ci appartiene, è un dato di fatto che ci ritroviamo tra le mani”, continuava in quel monologo silenzioso e stretto, che lo attraversava in un principio freddo di primavera.
     Era stato bello, lo era ancora. Segnato, logorato, ma ancora saldo in un portamento fermo nelle sue necessarie rinunce, nella sua smania di cercare sempre e ancora oltre ciò che sapeva di non potere più superare.
     Il vento freddo e umido lo spinse ad allungare il passo. Richiudersi tra le vecchie mura di quella vecchia casa panoramica che, ormai muta e libera dagli sfarzi della generazione precedente, era decaduta nell’essenziale alla sopravvivenza del suo incessante riflettere sulla natura ferma e ineluttabile delle cose, degli oggetti e della sua stessa esistenza, era la sola cosa che potesse chiedere al mattino per ricondursi tragicamente alla sera.
     Leggeva, leggeva incessantemente, divorava libri saltando le pagine dalla fine all’inizio e ancora e di nuovo, fino a cercarne il punto focale, la risposta inesistente alla sua consapevole finzione. Lo ossessionava l’idea del tempo. “È solo un’estensione dello spazio, la misura con cui misuriamo la lunghezza del percorso”, concludeva ad ogni lettura.
     La penombra della casa era una soluzione necessaria ad annientare il tempo nella staticità della luce, che la manteneva intatta nel suo percorrerla avanti e indietro in cerca di una frase, un appiglio, un’idea necessaria per potersi rimettere a scrivere.
     Si rifiutava di scrivere al computer, lo schermo era troppo luminoso, troppo finto per permettergli di inventarsi di nuovo in carne ed ossa, come la fatica della mano sull’Olivetti gli imponeva. Riavvolgere il tempo nella successione degli eventi rimescolati in un’unica esperienza di vita che si moltiplicava ad ogni capoverso, gli procurava il godimento della spinta manuale del carrello a fine margine per tornare indietro, ma un rigo avanti e ancora, nell’ironia del ritorno e del sorpasso di sé ad ogni ora.
     Una donna non avrebbe mai potuto accordarsi a quella noia metodica e coltivata con tanta sapienza, con tanto garbo silenzioso, elegante nella sua ribellione.
     Di tanto in tanto lasciava che qualcuna varcasse la soglia, scopavano, poi lei se ne andava sapendo bene che lui non avrebbe mai fatto nulla per ripetere la scena, per riportarla dentro quelle lenzuola, per riviverla ancora.
     Era un atto consapevole e consenziente di puro soddisfacimento sessuale. Il nome non gli interessava, né il colore dei capelli, né lo sguardo, né l’ansimare. Finiva tutto nell’istante stesso dell’eiaculazione: un’espulsione veloce e necessaria di piacere ed endorfine necessarie per riprendersi la noia, il silenzio e la superesistenza dei personaggi che, di lì a poco, avrebbe dovuto ricominciare a inventare.
     Quando anni prima la incontrò sotto una pioggia leggera e incessante, si ritrovarono a ripararsi sotto lo stesso cornicione. Lui amava osservare i tram salire e scendere per le strade di Lisbona e lei era quella che avrebbe scritto in mille storie, con i suoi capelli sfatti dalla pioggia e lo sguardo smarrito da gattino spelacchiato. Una donna anonima per il resto del mondo, una donna semplice dai tratti visibilmente materni, per nulla seducenti, che sapevano di affanno, di cucina, di figli da prendere all’uscita della scuola.
     Tutto questo l’avrebbe resa unica e ossessiva nella sua memoria, come quell’unico tradimento che consumarono insieme, velocemente, in una squallida camera d’albergo in un borgo interno nel centro di Lisbona.
     “Era l’unica cosa da fare”, si ripeteva andando avanti e indietro nella penombra della sua stanza, lontana quattro ore di volo da quella camera d’albergo, dal saliscendi dei tram, dall’odore di cucina buona nei suoi capelli.
     Prese il foglio e lo arrotolò nell’Olivetti metodicamente, con la passione di un amante che cura ogni dettaglio prima di sfiorare il corpo perfetto del suo desiderio da soddisfare.
     La riscrisse ancora e ancora, chiusa e sola nel rimorso del suo unico peccato, nella rincorsa dei figli che crescevano, nelle rughe che le segnavano di ricordi il viso.
     La riscrisse oltre la morte violenta nel saliscendi di uno dei tram di Lisbona. Il trafiletto della cronaca nera riportava il suicidio di una donna fragile di mente.
     Di lei sapeva i capelli, il dettaglio dei nei, la semplicità del nome, ma era l’unica cosa da fare: “solo il rimpianto sopravvive al vivere nel ripetersi del morire”.

 

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Tratto da:
Solo la parola sopravvive
(inedito)
Ora in “Quaderni di RebStein
XLV, Maggio 2013
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2 pensieri riguardo “Era l’unica cosa da fare”

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