Canto della dimenticanza

verlak

Iole Toini

Iole Toini conosce il valore delle parole, sa che devono essere usate per il peso che possono avere; per questo forse non è molto incline all’esposizione mediatica, e assume un atteggiamento parsimonioso che evoca rispetto verso il proprio e l’altrui silenzio. E’ nel silenzio che sembra maturare la sua poesia, quel silenzio che la accompagna dai tempi dello splendido Spaccasangue (Le Voci della Luna, 2009), esordio che però rivelava una scrittura già estremamente matura, urticante nei contrasti e nelle fratture, indifesa davanti allo stupore.
Questa selezione di testi inediti evidenzia come, pur restando nel solco di una sostanziale continuità, la poesia di Iole Toini abbia nel corso di questi anni amplificato le sfaccettature e gli spigoli di cui già si nutriva prima: convivono infatti momenti spontaneamente prosastici, in cui le immagini si accumulano con nitidezza documentaristica davanti agli occhi per poi rivelare quei lati che davanti a una telecamera non potrebbero vedersi, ed altri in cui la poesia procede a scatti, per intuizioni successive, in un percorso di avvicinamento – anche lessicale – fra persone e cose e natura.
Sono comunque “cose da uomini, cose che fanno male”, perché non è dimenticando il dolore si riesce a restituire dignità a chi lo vive, o a noi stessi quando lo viviamo; ma accanto e oltre a ciò la poesia è pervasa da una fortissima spiritualità laica, da una tensione verso l’infinito che è anche quello delle piccole cose – l’erba, i fiori – dall’accecarsi nella sorpresa come quando le nubi si aprono all’improvviso dopo un temporale, “noce-meraviglia / della luce compiuta terra”. (ft)

 

Testi

 

Me pias vardal el furm, quand l’è vèrt
– Franco Loi

Uomo vecchio, le tue mani piene di vento portano dove la carne brucia.]

Con l’asta infilzata alla lingua solchi precipizi dentro la gola.
Portano l’odore dei campi.
Tu la chiameresti merda che fa fiorire il cuore.

In fondo agli occhi hai vertigini; raschiano come l’aria in inverno.
La tua parola sputa cose schifose, come la solitudine.
Dici : “varda en fondo”: siamo le puttane che cacano semi e farfalle;]
ci si fa le cose; si chiava, si parla bene e male.

Tira forte il vento, lì dove sei. L’aria si spalanca, muove strade
piene di donne, cani, piscio.

Sembra che tu non abbia paura, uomo vecchio; apri le mani, lasci entrare le cose.]
Cose da uomini, cose che fanno male, come la carne quando muore nell’altra carne,]
come l’amore.

 

*

 

Casa di riposo

I vecchi nella stanza sono seduti in cerchio.
Al centro, una donna canta e suona la fisarmonica.
“Lassuuu sulleee montaaagneeeee…. “
Dai finestroni entra luce. L’infermiera
con un carrello distribuisce te e biscotti.
Una vecchia sulla carrozzina allarga le braccia
che diventano rami, o radici.
Poco più in là un’altra vecchia dondola
il suo canto ad occhi chiusi. Ha i capelli
raccolti a coda; indossa un maglioncino
rosa su una gonna azzurra. Un vecchio
guarda prima la donna con la fisarmonica,
poi la vecchia con la coda; una volta
batte le mani, un’altra annuisce e ride.

La donna con la fisarmonica tocca i vecchi
uno a uno; la musica diventa mano, terra di montagna.
Uno a uno i vecchi si aprono come fiori.

E’ povera la vita, bella quanto basta
a farti morire nel pieno di niente più di un corpo.
È faccenda di nessuno la carne flaccida,
le braccia a piombo sul selciato.
Lo sguardo è lontano come la luna;
niente in suo confronto.
Negli occhi la visione è colta;
nei piedi trascinati, nella mani
che non sanno più portare il cibo in bocca.

La bellezza si fa sottile, si insinua metà sorriso, metà agonia.

Un vecchio, alto, bello, lo sguardo dritto
segue la fisarmonica a passi piccoli;
si arrende la sua forza, diventa fluida luce
di questo unico giorno, unica ora, unico minuto.

 

*

 

Se qualche volta scrivo è perché certe cose
non vogliono separarsi da me come io da loro.
– Cristina Campo

Le due del pomeriggio, il corridoio suona il vuoto.
Ogni passo una porta socchiusa; odore
senza corso come chi si è perso in uno stagno.
Le stanze si somigliano:
un crocifisso, due letti, due corpi stesi.
Cerco l’infermiera. Non ho tempo di restare.
Nel salone, una vecchia in carrozzina.
Sorride, ma non mi vede. Lo sguardo è appeso
all’aria, le mani volano sole.
Un bisbiglio cuce secondo a secondo.
Eppure il tempo è dilatato. O inesistente.
Come una preghiera che rinuncia.
Rinunci alle tentazioni? Rinuncio.
Rinunci al vento al treno all’odore del fogliame?
Mio cuore, non remi, non ponti.
E’ alto il fiume e io sono senza piedi.
Non è mio il corpo, non mia l’attesa, non mio
il rosso delle fragole, il calore del pane.
Il freddo rompe le vene. Le ossa sono stanche.
Mio cuore, perdona questo restare senza fame, senza sonno.
A questo niente, io rinuncio.
Rinuncio alla carne inferma, rinuncio al seno spento,
al marcio dentro il ventre, alle ossa di farina, all’occhio
che galleggia l’aria chiusa.
Rinuncia io, ma il corpo si tiene saldo
a questo poco intorno, a questo poco tanto.

L’infermiera arriva ciabattando.
Natalinaaaa, cooomeestaaaaiiiiioggiii? Bella sei!
e tira un pizzicotto alla pelle grinzita.
Gli occhi della vecchia ruotano appena il tempo
di sentire la donna svoltare l’angolo.
“Venga signora, in un attimo abbiamo fatto”.
Senza girarmi, la seguo.
Il mio peso striscia il pavimento.

 

*

 

Canto della dimenticanza

Nel corpo; nel corpo del grano e della cicoria; nel corpo di tutti i vulcani; nella carne del vento e delle cicale; nelle vene aperte della terra; nelle sacre paure; nella paura di tutte le paure, una preghiera si offre alle mani, alle mani di tutte le cose, a quelle che chiedono, a quelle che restano ferme, alle dita inferme, a quelle che accusano, alle sorelle mani, alle mani zingare, alle mani della talpa e del fiume: sorridete mani, sorridete al vento e alla luce, sorridete in questo nero-colore- di-fame, in questa terra di confine, in questa fame alta in fronte al molo, fame volta alle coste lontane;
sorridete corpi stipati sotto al tendone, pena dei fianchi, pena che fluttua a compagni di scodella, a compagni di coperte e di cartone; sorridete boschi, sorridete alti sopra gli spari, sopra le teste degli aerei, sopra la polvere dei mortai, sorride più alti dei cieli dei gabbiani.

Nella bocca della parola malata, nei gitani della morte.
Ascolta donna che stendi lenzuola all’aria vuota; ascoltate chiese spente, ascoltate i presepi degli ospizi, i presepi dei barconi della notte, presepi spaventati dei bambini, presepi di gesù della contrada, grazia della povertà della parola, grazia della solitudine e dell’angoscia.

Si è persa la storia, perso il frastuono della battaglia, persi i tuoni di conquista, persi i campi delle ossa ammassate, persa la vittoria.

Apriti cielo rosso rosso, avanza negli occhi smarriti, nel seme ammuffito della notte, avanza, apri al silenzio. Silenzio dei morti di vuote cattedrali, i morti del deserto delle piazze, morti delle baracche e dei rifiuti, i morti fioriti dai tulipani.

Aprici shock di Dio, aprici Dio di questo tutto perduto che non ricorda, non ricorda…

 

*

 

Il cuore non basterebbe.
Nemmeno la voce che lo custodisce.
Non basterebbe il castagno dietro la casa, il gesto
di versarci il caffè. Non il Sud Africa, Nelson Mandela,
o l’anno del giubileo. Non basterebbe Bob Dylan,
un viaggio a Calcutta, il mare dietro la porta.

Per questo grande impossibile, per questo impossibile
valico d’alberi che ordina la confusione, dimentico che ogni cosa
ha forma più vasta, il nome ancora da compiere, quello che lega
e recide, madre e padre del fiato e della neve.

Ogni cosa è più in là di quello che io sappia tenere
un solo secondo fra il buio e me.

 

*

 

Più dei fiori

essere il grano nel becco della luce,
entrare nella spina della rosa,
stare tonda nella vena, scoprirmi cosa
d’aria, levare dalle spighe l’ala
della luna, tenere in bocca il buio,
vivere di distanza piena, il nome
che avanza vicinissimo
al vuoto toccato a tutto palmo
quando la carezza sa farsi bosco;
più dei fiori posso essere muschio,
stelo minimo nel colpo della falce
levata volo nello spasmo
di un bacio scampato alla calura,
poi neve nelle grotte della pelle
quando l’orma del pensiero
tocca il battito lucente dello stare fermi.

Mentre cado faccio terra
nello sguardo che mima la pazienza e la difesa;
come un fioreuccello si straluna
sul pioppo levigato dalla pioggia,
nasce noce-meraviglia
della luce compiuta terra.

/

Poco è detto, meno il fatto
di essere solo mani,
tensione muscolare che teme il nulla
della carne, e duole sola e sente
nello strappo l’altissimo mai colto
grido conducimi o lasciami
terra in terra, volto appagante intero.

 

*

 

Quando le case salgono al vento lente di sole, si colmano
del sonno che muove allo stesso modo alberi e chimere.
Nel calore spalancato tutto si scioglie, senza corpo.
Così il pensiero è catturato: non più lui governa ossa, nervi.
Gli occhi si fanno grandi come lumi. Dentro incede
un essere possente; trascina all’aspro incontro,
che non ha battaglia, che tuona in cima al monte
con scudi e lame e brilla sangue vivo, semina
i suoi morti senza croci, si inginocchia, prega, piange,
il corpo perso a terra, il cuore già lontano.

 

*

 

Tutta sei, e sola,
magnificata fuga, mia nuda
fosforescenza;
mi piego alla tua cruna, alla tua stella
per nessun nessun nome
per nessuna memoria
più di questa
capovolta verdissima apertura.

 

***

10 pensieri su “Canto della dimenticanza”

  1. Questi testi inediti sono splendidi. Nel suo “percorso di avvicinamento” Iole arriva a cogliere l’essenza delle cose, restituendo a chi legge una verità che è luce, anche quando è miseria di ossa stanche e solitudine di corpi malati.
    Grazie.
    Stefania

  2. Leggere i testi poetici di Iole è sempre una meraviglia che si rinnova; il canto che propone è un flusso calibratissimo e raffinato di energie che inchiodano e fanno largo. Sarà forse per questo suo speciale modo di farsi vedente che mi lascia ogni volta stupefatta. Arriverà presto anche un nuovo lavoro di carta? Io spero tanto di sì perché c’è bisogno di parole circolanti e piene come le sue.
    Nel frattempo, grazie a lei e alla Dimora.
    Un abbraccio a fm.
    Alessandra*

  3. Esistono poeti importanti, di cui seguire le opere con attenzione. Jole Toini è uno di questi poeti, e la Dimora ne è testimone. Queste poesie sono ancora più intense, e scabre, delle ultime che ho letto.

  4. Notevoli!
    Mi hanno rievocato alcuni poeti che stimo per la capacità di sottolineare certi passi ma anche per la cura degli a capo, davvero precisa.

    Quel nessun nome ripetuto negli ultimi versi
    la verdissima apertura (Anna Farabbi)
    e poi il verso lungo che inevitabilmente, nel contesto, mi riporta ad Amelia Rosselli.

    piccole mie connessioni…
    Stimolante!

  5. Si fa sempre più rara oggi una parola che smuove e fa pensare di non essere più gli stessi, dopo la lettura. La poesia di Iole ha questo potere. Un cammino prezioso che continuerò a seguire.

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