Sta cambiando l’odore dell’aria

camuffo

Pericle Camuffo

“Solare è l’anima di Grado, ad onta dell’opaca miseria della sua gente: e quando una creatura apre l’anima sua, la luce la inonda, e se canto nasce, è intriso del tremito del sole sul mare, nei meriggi commossi e silenziosi dell’estate.” Così scriveva del suo paese Biagio Marin in un brano solo recentemente pubblicato. Di Grado è originario anche Pericle Camuffo, che non a caso di Biagio Marin è studioso e profondo conoscitore, ma la Grado di Camuffo è quella che Marin nello stesso brano riusciva soltanto a immaginare: ”Già costruiscono il ponte che congiungerà Primero con la bonifica della Vittoria, e la strada asfaltata percorrerà la Rotta, dove ben presto sorgeranno ville e alberghi”. Gli alberghi sono stati costruiti, il Nordest è diventato terra di esplosione economica e commerciale sacrificando le proprie radici, e poi, quando l’esplosione si è rivelata illusione, si è affacciato sul vuoto. La mancanza di lavoro, l’odissea del precariato non comportano solamente l’incertezza economica, ma – e soprattutto – uno spaesamento umano, la certezza che per molto si è vissuto sull’orlo di una voragine apparentemente invisibile ma ben presente. La prosa tagliente e aspra di Pericle Camuffo racconta allora di personaggi che potrebbero ricordare atteggiamenti dell’epoca beat, ma della vita sulla strada è rimasta soltanto la strada, e spesso sembra proprio che non conduca da nessuna parte. (ft)

 

Solo un’altra notte, una delle ultime

Ultima notte con Johnny l’americano, da El Paso, Texas. Notte trascinata tra tavoli sudici e panchine dure e scomode a dirci che ne è passata di gente qui, e noi sempre pronti, sempre attenti, all’erta ad ogni fruscio lontano di persone senza nome e senza sonno tanto per tirare tardi, finché si può.
E adesso è una notte di quelle in cui si tirano le somme e si ricorda e si ride anche un po’, a rincorrere sogni e canzoni e ricostruire volti resi vaghi dal buio e dalla birra, e occasioni lasciate, o perse con un filo di voce.
Lui è ubriaco, lo vedo, ubriaco da oggi pomeriggio in un tintinnio di barattoli vuoti e di sigarette spente nella sabbia. Manda un po’ tutti ‘affanculo ma è solo uno sfogo per resistere ancora, lo dice a se stesso più che a quelli che passano ciabattando per andare al bagno con il rotolo di carta igienica sotto l’ascella.
Johhny ha sessant’anni e ho visto di rado persone che si ubriacano con la deliberata intenzione di farlo, e di farlo fino in fondo, senza mezze misure. Me l’aveva detto ieri che oggi si sarebbe ridotto così, e l’ha detto non per farmi interessare alla cosa o per avvertirmi, ma solo per passarmi questa informazione con la massima neutralità possibile, come se non lo riguardasse, se non fosse cosa sua. Ma la sbronza che si è preso lo riguarda da vicino, è cosa sua dai capelli alle unghie dei piedi, e lui se la tiene stretta, non vuole che se ne vada e continua ad aprire barattoli ghiacciati per versarseli addosso in piccoli rivoli che gli scivolano dalle labbra sottili che non riesce a chiudere del tutto, non ne ha più la forza, o forse non c’è più posto per altra birra. E’ piegato in due, sembra tagliato a metà, ma ha puntato il gomito sul tavolo per non spezzarsi, come fosse un rampone da ficcare nel ghiaccio, quello che ti dà l’appoggio, quello che ti salva la vita. Sembra una bottiglia piegata e lasciata aperta a svuotarsi. Solo gli occhi azzurri restano fermi dove sono a dire che dentro è ancora tutto intero, che dentro di lui c’è ancora la luce e che non si spegnerà così facilmente.
La giacca mimetica US army lo tiene insieme come nastro adesivo, piena di spille e bandiere fury from the sky, perché l’America lui ce l’ha addosso oltre che dentro, e sul suo boccale di birra c’è scritto God bless America, come una promessa, e nel cuore ha Elvis e la sua piccola casa a Ponca City, Oklahoma, dove andrà tra qualche anno per finire i suoi giorni, in silenzio. Si muove lento come a cercare nell’aria qualche appiglio da afferrare e con l’indice non riesce a colpire la sigaretta per far cadere la cenere, lo agita a vuoto, quel dito, come fosse un pupazzo di latta caricato a molla.
Ma questa è anche una notte di tristezza, notte 3 di settembre che l’estate se ne va in nuvole pazze di corsa nel cielo, mentre io e Johnny stiamo qui a sognare l’America con le nostre vite appese alle cosce di Teresa austriaca di Graz, diciassette anni, mostrate con la disinvoltura da vino bianco e con la gonna che ormai è solo un leggero schiaffo di vento. Questo spettacolo ci tiene inchiodati al tavolo perché è tra quelle cosce che vorremmo terminare il nostro viaggio fatto di racconti e di bilanci soffiati sulla sabbia, bilanci in cui si è sempre in debito, perché c’è sempre da pagare in notti così. E poi Johnny mi racconta di motoraduni e di suoi amici tedeschi che ormai saranno morti alcolizzati che giravano con furgoni anni Sessanta pieni di birra e lasciavano le loro donne allo sbando a farsi sbattere da chi capitava perché i tedeschi sono tipi strani, mi dice, quando bevono, bevono e basta e non gliene frega niente di quello che succede attorno, così quando in questi raduni lui vedeva un gruppo di tedeschi ormai fulminati, andava lì a far festa con loro e gli scopava le mogli anche davanti agli occhi, tanto sembravano contenti o comunque non ci facevano caso, sapevano che si sarebbero ubriacati e che qualcuno si sarebbe fatto le loro donne, ma andava bene così.
Parla cercando le parole dentro di sé come tirasse fuori i numeri dal sacchetto della tombola. C’è molto spazio tra una parola e l’altra. Lo guardo mentre accende le luci nelle stanze del suo passato dove tutto è rimasto tale e quale a quel preciso istante di vita, poi il tempo ha spento la luce e chiuso la porta per entrare in un’altra stanza vuota e riempirla e così via per l’intera sua esistenza, per l’intera mia esistenza, per quella di ogni uomo. Siamo un immenso albergo, abbiamo miliardi di stanze dietro le spalle e ogni tanto ne apriamo qualcuna per controllare cosa c’è rimasto tra la polvere. Io e Johnny stiamo girando con le chiavi in mano questa notte di fine estate, che a vederla adesso dispiace che se ne vada, adesso che la bora ci taglia la faccia e si inizia a mettersi una maglia sopra l’altra con la stessa velocità con cui ce l’eravamo tolte a maggio. Si va verso l’inverno, c’è poco da fare, verso l’inverno e la sua disgrazia di nebbia e pioggia. E se anche non ne potevo più di fare il guardiano notturno di questo campeggio, lasciare tutto costa fatica perché è vita che si lascia, vita che se n’è andata. Cinque mesi passati qui dentro, e non avrò più cosce bianche di giovani ragazzine da desiderare e sfiorare. E c’è quella sensazione come se si tornasse da un lungo viaggio, fa piacere, certo, ma dentro c’è quel vuoto che non è ancora ricordo ma solo malinconia di volti e parole amalgamati al tuo stomaco, tutto ciò che era consueto diventa assenza con cui pian piano si faranno i conti.
Sta cambiando anche l’odore dell’aria. Solo chi è cresciuto su quest’isola sa riconoscerlo, è l’odore della fine, quello che annunciava l’inizio della scuola, e adesso che a scuola non ci vado più, l’odore di settembre è solo il campanello d’allarme, l’ultimo giro di birre prima di chiudere e andare a casa a morire di noia lasciando il mondo al di là di porte blindate, finestre blindate, vite blindate.
Non parliamo più. Ognuno ricorda per se stesso seguendo improvvisati itinerari all’interno della propria memoria. E’ inutile parlare, ha detto Johnny qualche sera fa, è meglio restare in silenzio, bere e fumare.
Teresa austriaca di Graz se n’è andata lasciando che la gonna si alzasse fino al suo culo di marmo, ultima visione di questo settembre appena cominciato ma già duro da mandare giù. Johnny non ce la fa più, lo conosco, ha iniziato a lanciare i barattoli dappertutto e non riesce neanche più a parlare. Si alza, va a pisciare sbattendo sulle siepi e alzando il braccio per salutarmi. So che non tornerà più qui e che andrà a svenire nella sua tenda. Lo lascio andare, ci siamo già salutati troppe volte questa notte, e farlo ancora sarebbe inutile.
Vado in spiaggia. Una passerella di legno per galleggiare sulla sabbia che punge le gambe piena di vento e di rumore, e più in fondo il mare, che è solo calda vibrazione di buio, di risacca, un tormento dell’infinito oltre i dossi di terra ancora umida che la luna fa di piombo e di ghiaccio. Le sdraio per terra, abbandonate dal sole, e gli ombrelloni chiusi, legati stretti perché l’estate non si sieda più sotto di loro, e giocattoli annegati nella polvere e qualche canotto sgonfio, esausto, beccheggia sulle piccole onde pigre. Insegne che sbattono all’aria fredda di nord est le loro indicazioni per il nulla, e l’abbandono, tutt’attorno, e grida di gabbiani e rumore di pescherecci. La costa istriana addobbata a camposanto di lumini votivi e il faro di Punta Salvore che chiude le danze, laggiù, prima che la terra si pieghi verso l’interno e sparisca per sempre. Solo come un deficiente a gelarmi il culo in mezzo a questo funerale, non so che fare. Osservo il buio che perde densità, che si fa trasparente. Mi siedo sull’altalena, e aspetto che il sole sorga.

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Pericle Camuffo, E tu, cosa fai per vivere?
Mariano del Friuli (GO), Edizioni della laguna
“I libri del litorale”, 2009
Pericle Camuffo
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2 pensieri riguardo “Sta cambiando l’odore dell’aria”

  1. Una scrittura ruvida e lirica che coinvolge. Vi è l’ombra buona di Pavese, dei suoi ultimi falò, dell’estrema luna.

  2. c’è stato nella storia della letteratura italiana quel passaggio chiamato “prosa d’arte”: momento di estraniazione dal mondo insopportabile del fascismo e allo stesso tempo risposta colpevole – a mio parere – alla tragedia che si andava formando. una prosa lirica elegante trasognata: ma priva, molto spesso di quell’ appeal che le permettesse di trapassare il muro della contingenza: resta, appunto, un ottimo esercizio formale, una sosta, forse necessaria.
    ritrovare la poesia sparsa nelle pagine in prosa, ma unita al trapelamento del dolore, mi dice che le esperienze antiche insegnano ad essere migliori, che nulla si perde, ma tutto si trasforma: e in meglio.
    questa pagina, questo autore mi sono piaciuti molto. grazie!
    (terrorizzata vieppiù dalle troppe cose che non conosco: e quando arriverò mai? meno male che ci siete, amici!)

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