Ortografia della neve

Francesco Balsamo

Francesco Balsamo

Sembra che non ne abbia abbastanza d’inchiostro. Ha una scrittura leggera, la neve e, lenta, ma fitta, depone i suoi segni, in un’ampiezza che va oltre la cova del tempo, come da un pennino fatto a foglia. Scrive, la neve, con una china diluita nel solvente delle nuvole, ed è come memoria, che s’inbrina in ogni minuscola farfalla di gelo. Qualcosa s’imbriglia e vediamo, finalmente. Nelle maglie della rete c’è qualcosa che, dentro, era corsa come acqua e aveva sedimentato, scritture che non leggevamo più. Servono lampade, dietro la lavagna del ricordo, dentro cui si è deposto il bianco del gesso, la riga elementale della sostanza, che ci tiene in piedi, parola, nella guancia della vita, che ci nevica addosso, un abito da leggere. Ma non si lascia trattenere, la neve, sotto il violento bagliore della lampada. Si sfalda, segno per segno, nella gola, dopo che nel bicchiere l’hai raccolta per mangiartene un po’. Quella carne bianchissima, quel lievito degli angeli, o il fiato dei morti, forse. Forse il giocattolo di dio. Lo zero matematico, di un insieme ricomposto, che tutto trattiene nell’appartenenza ad una retta, nell’infinito annodata ad altre, grafie dello stesso universo, di un inverno che si fila, che si affila nel ricordo. […]

(Fernanda Ferraresso, da qui)

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Il cacciatore di immagini

Joseph Cornell

Charles Simić

E’ dunque possibile che, malgrado le sue mura di mattoni e i suoi volti ben rasati, questo mondo nel quale viviamo sia orlato di meraviglie e che io stesso e l’umanità intera, sotto gli stereotipi con i quali ci ammantiamo, celiamo enigmi che nemmeno le stelle, forse nemmeno i serafini più sublimi, sono in grado di risolvere?” scrive Melville in Pierre.

Domenica di giugno, prima mattina. Ha piovuto dopo mezzanotte e l’aria e il cielo sono meravigliosamente tersi. Le strade sono vuote e i negozi chiusi. Un’occhiata alle cose prima che altri le vedano. Un vecchio edificio commerciale si staglia vuoto all’angolo. Lo stanno restaurando. I muri sono stati ridipinti, e le sue sedici finestre, lavate di recente, ora sfavillavano. All’interno si vedono specchi e altre finestre che danno sul retro, ma niente mobili. E’ tutto molto in ordine, a parte qualche crepa ancora visibile sulla facciata e schizzi di colore sul marciapiede.

La chiarezza della visione è un’opera d’arte.

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