Le anime

J. L. T. Géricault

Antonio Scavone

Le anime
(Una nomenklatura)

     Noi umani abbiamo due piedi con dita stabilizzatrici, due gambe, due testicoli/due ovaie, due braccia, due mani con dita strumentali, due narici, due occhi, due orecchie, due emisferi cerebrali. Siamo esseri binari, dotati di organi e apparati a coppie per una capacità singolare: possiamo spostarci avanti o indietro, di qua o di là, in alto o in basso, muoverci o stare fermi. Possiamo correre o camminare, mangiare o digiunare, parlare o tacere: ci dividiamo in un senso e nel suo opposto, in un modo e nel suo contrario. Così, a livello mentale, possiamo ragionare o almanaccare, capire o fraintendere, dichiarare o mentire.
     Siamo esseri binari anche nei gusti e nelle preferenze: a taluni uomini piacciono le donne bionde o more, ad altri le intelligenti o le oche; così talune donne favoriscono i palestrati o i ricchi e altre scelgono i semplici o gli acculturati. Molti propendono per la dieta onnivora e molti per quella vegetariana; ci sono quelli che amano cenare in compagnia e quelli che cenano da soli, quelli che bevono per gustare e quelli che bevono per ubriacarsi.
     Questo fisiologico codice binario si reitera anche a livello intellettivo, etico, culturale o filosofico ma si riverbera sempre nella complessità di un assetto esistenziale, cioè di una struttura comportamentale che trascende e travalica spesso la vita. La duplicità fisiologica (o materica) si ripete sempre uguale: sapremo sempre se fare o un fare un gesto, dire o non dire una parola, andare o tornare, prendere o lasciare. Il nostro essere binario ci porterà sempre al cospetto delle scelte da compiere, delle opzioni da favorire e ne saremo sempre consapevoli, sapremo sempre che scegliere un’azione significa rifiutare e respingere un’azione antagonista. La differenziazione che operiamo tra un comportamento e un altro ci conforta e ci gratifica: se decidiamo, per esempio, di non buttarci da un ponte avremo fatta salva la nostra vita, anche se non risolviamo i nostri problemi, ma questo, ovviamente, ci appaga.
     Il nostro codice binario interno si rivela tuttavia inaffidabile quando ci troviamo in situazioni-limite, quando la scelta non è più libera e franca ma forzata, quando l’opzione alternativa viene meno o non è allettante. Non sono più valide le circostanze del nostro libero arbitrio, della nostra esperienza esistenziale, della nostra formazione culturale. Scopriamo così di avere oltre a due braccia anche due anime: una accomodante e l’altra battagliera.
     Siamo cioè, contemporanenamente, pro e contro, disponibili e refrattari, consenzienti e dissenzienti. Non c’è più distinguo quando siamo preda del conflitto delle due anime: se siamo conservatori dovremo essere anche rivoluzionari e se siamo ribelli ci toccherà essere anche moderati.
     Possiamo pertanto essere libertari e conformisti: possiamo dichiararci animalisti e prepararci puntualmente alla stagione della caccia, andare a puttane e stigmatizzare tranquillamente le prostitute. Ma prima di porci il problema di come di fatto possano coestistere due anime così diverse tra di loro, chiediamoci se eravamo consapevoli di avere queste due anime, se la loro simultanea compresenza sia uno scherzo della fisiologia umana oppure una sua regola pacifica e consolidata, se siamo dominati irriducibilmente dall’una o dall’altra o languidamente suggestionati dalla loro speculare conflittualità.
     La saggezza popolare propende, nei proverbi e nelle frasi fatte, per una salomonica indifferenza, per un equilibrio piatto e consolatorio (“Una mano lava l’altra”, “Veniamoci incontro”, etc.etc.) ma i modi di dire ispirano ma non decidono, non risolvono per cui dovremo far riferimento ad altre saggezze.
     Le due anime, che ci sorreggono e ci abbandonano, hanno bisogno di altri ambiti per mostrare le loro intrinseche dicotomie e lasciarci nella speranza o nello sgomento, nella certezza o nell’insicurezza. L’esempio più eclatante della contrapposizione delle due anime antagoniste investe e riguarda gli schieramenti politico-ideologici, sia all’interno delle singole formazioni sia nel rapporto di coesistenza tra forze opposte e inconciliabili.
     “Partito di lotta e di governo” è un archetipo tuttora valido nei partiti di sinistra che si dividono tra riformisti e radicali ma è un archetipo che purtroppo non funziona. Se prevale il partito di lotta su quello di governo si rischia l’immobilismo favorendo la revanche dei partiti conservatori e reazionari; se invece è il partito di governo a imporsi, all’interno della dialettica interna, si rischia uno sfaldamento, un’ulteriore segmentazione tra partiti o partitini succedanei che mantengono inalterato ma poco spendibile l’orgoglio e il DNA costitutivo della loro caratterizzazione ideologica.
     Ai partiti di destra non succede, o succede di rado, questa divisione o frammentazione delle anime. I partiti di destra hanno una sola anima – monolitica, autoreferenziale – che tende sempre a ricompattarsi perché il modo di pensare nei partiti di destra è, fondamentalmente, il loro modo di agire. Più che continuità tra pensiero e azione, c’è equivalenza, trasfusione, osmosi tra ciò che si teorizza e ciò che si pone in opera, tra ciò che si teorizza e ciò che si vuole. Le due anime, a destra, si compensano automaticamente: coincidono e non confliggono ma tendono sempre e solo ad un obiettivo unico e univoco: la conservazione acritica dei loro modi di essere e di pensare.
     C’è più dinamismo nelle anime dei partiti di sinistra, una dialettica più approfondita anche se a volte barocca e cavillosa. Le due anime dei partiti di sinistra non fanno altro che scontrarsi in un confronto sempre più sofistico o in un duello sempre più feroce, col risultato di ribadire l’una all’altra la propria immodificabile posizione fondativa, la garanzia della loro completezza. Ma il risultato è ancora più lacerante quando il confronto di queste due anime non si evidenzia solo tra partiti di sinistra (riformisti e radicali) ma all’interno di uno stesso partito.
     L’ala o corrente moderata è più incline a soluzioni di compromesso mentre l’ala o corrente progressista non accetta e non consente alcuna deriva, nessun tipo di concessione. È un dilemma imprevisto o annunciato? È un incidente di percorso o l’esito di un’insanabile frattura?
     Che cosa si ripromette l’ala moderata di un partito di sinistra nell’accettare la convergenza con partiti di destra e come si opporrà o cosa proporrà l’ala progressista dello stesso partito a tale ipotesi? Si ripropone forse uno stilema della politica italiana del secolo scorso quando furono additate e teorizzate le convergenze parallele, un ossimoro politico-parlamentare che allineava tanto gli interessi diversi di partiti antagonisti, quanto le pregiudiziali ideologiche degli stessi. A quel tempo fu giustificata quella “strana coppia” per il momento critico che attraversava l’Italia in termini di lavoro, di debito pubblico, di ridotte prospettive di sviluppo: quei problemi sono ancora oggi presenti e insoluti e, oggi come allora, non sorprende che agli errori o agli orrori della destra sia chiamata la sinistra a correggere e rimediare come, d’altra parte, è ancora più singolare che la sinistra debba sempre trovarsi a dirimere e scegliere quale fra le sue anime sia quella fondante e propizia. Più semplicemente, quand’è la sinistra a lasciare incompiuti i suoi programmi, la destra non fa altro che ripristinare immediatamente lo statu quo e i privilegi privatistici sui quali fa affidamento e dai quali riceve l’investitura (condoni edilizi e fiscali, lassismo economico). Si intravede una via di uscita?
     In fondo, che cos’è un’anima? Può essere l’effetto di un convincimento, di un sentimento, di un’identità. Spesso – ma oggi meno di ieri – è l’espressione realistica di un’idealità, di un’utopia che si ritiene ancora perseguibile. È dunque un modo d’essere e un programma, una scala di valori e un processo comunicativo e divulgativo di quei valori e di quegli ideali, di obiettivi e proponimenti: è un paradigma che va oltre la nomenclatura per farsi pratica, per diventare pragmatico. È anche e soprattutto un modo di sentire, l’esternazione di un impulso talora sottaciuto, la sensazione di disagio che colpisce per scelte altrui giudicate inammissibili: è un rifiuto, un’opposizione, una reazione d’istinto che rigetta nei fatti con sdegno una proposta di alleanze “innaturali”. Gli esiti sono quelli di un’indeterminatezza, di un ridotto o fiacco potere decisionale, di un adeguamento pedissequo al fatale corso degli eventi e ci vuole uno scatto, un colpo d’ala per recuperare l’antica compostezza, per privilegiare una granitica unità d’intenti. Se, però, gli eventi incalzano e minacciano quell’unità d’intenti, se le condizioni oggettive sono talmente confuse e precarie da considerare e addirittura far ritenere inopportuna quell’unità d’intenti, che succede all’anima libertaria, solidaristica, progressista? Sarà costretta a celarsi dietro dolenti opacità, a considerarsi inadeguata a proseguire il suo percorso di dirittura censoria, di compattezza ideologica?
     La questione non è così peregrina o elementare come sembra: non si tratta di aderire o non aderire a un progetto di compromesso ma di veder svanire la propria sacralità, la necessità di essere quello che si è e si è stati e, in alternativa, di dover instaurare un pragmatismo che potrebbe sembrare ai più come opportunistico e dilatorio.
     Potrebbe essere utile un escamotage, un espediente, una trovata per sovvertire un “andamento così lento” nei partiti di sinistra e particolarmente per l’anima intransigente dei partiti di sinistra. Tuttavia, negli ultimi vent’anni (per così dire), molti rappresentanti della sinistra hanno tentato espedienti e trovate fra le più estemporanee ed enigmatiche ma le cose, cioè i conflitti, non sono cambiate. Sono state sperimentate tattiche morbide e cattedratiche, accorgimenti e invenzioni da nuova frontiera (un kennedysmo de noantri) o, ancora, proclami di deflagrazione che nascondevano mire e ambizioni personali di quartiere, di condominio.
     I partiti di sinistra, o il partito di sinistra, sono stati tutti e integralmente condizionati da questa voglia totalizzante di fare che riposava su una voglia di essere sempre in conflitto, sempre sospesa. C’è stata come una coazione a ripetere gli stessi errori e a demarcare in una zona sempre più defilata la componente propriamente di sinistra di un partito di sinistra continuamente rinnovato e rifondato per delle aspettative elettorali sempre più incoraggianti. Si è cercato, cioè, di spostare il consenso elettorale verso un blocco disomogeneo ma ritenuto catalizzatore di proposte e risposte illuminanti e il sistema bipolare (incompiuto o imperfetto) ha manifestato la divisione di prospettive, di programmi e quindi delle anime costitutive e coessenziali. Ma la politica non si fa sempre con gli espedienti e le trovate o non si fa sempre con la strategia del voto segreto in aula. Se le anime sono due e sovrintendono all’attività parlamentare, che ne è delle anime degli elettori, del popolo e della sua sovranità?
     Il popolo di sinistra vorrebbe un partito di sinistra che desse sufficienti garanzie di rappresentanza, che fosse esso stesso una garanzia come nel bel tempo andato e però, a questo punto, se ci rivolgiamo al popolo per avere l’avallo su un titolo di credito non quantificabile corriamo il rischio di diventare populisti (né di destra ma di sicuro non di sinistra) e se restiamo invece nelle beghe degli eletti rinfocoliamo la casta. Non si è ancora capito come uscire da questo vicolo cieco ma, forse di più, non si è capito perché ci si era buttati in questo vicolo cieco e cosa si sperava di trovare in questo vicolo cieco. A questo punto il dissidio fra le due anime sembra inguaribile e tuttavia viene gestito come un malessere passeggero o necessario: il più grande partito di sinistra tesse una tela di ragno per fagocitare resistenze interne ed esterne, per banalizzare scelte di campo, per sminuire prese di posizione oltranziste. Le due anime si fronteggiano diffidenti e disponibili, si ritrovano unanimi in chiaro e discordi in codice, limitano e smussano empiti di esagerazione e si rinfacciano moniti di coerenza.
     La saggezza popolare (istintiva, certo, ma felicemente intuitiva) invocherebbe un taglio netto tra le due anime, che ognuna si acquartierasse nel suo spazio elettivo (o elettorale), che ognuna perseguisse i suoi obiettivi minimi o minimalisti, massimi o massimalisti. Né più né meno, questa sarebbe l’ipotesi della scissione tra le correnti moderate e quelle “esagerate” – ipotesi che torna di continuo nella diaspora della sinistra – ma le due anime resterebbero integre e distinte e si perpetuerebbero all’infinito, combattendosi senza mai sopraffarsi. La diatriba, a sinistra, è doppia e mutevole: è tragica o farsesca, parolaia o muta, col senso di colpa o col senno di poi. Non si tratta, in realtà, di venir meno a un patto di lealtà stabilito con chi ha chiesto una prova di efficienza nell’urgenza delle disposizioni: si tratta, o si tratterebbe, di tener presenti i propri limiti e le proprie prerogative, di aver ottemperato a tempo e a luogo al proprio dettato programmatico, di averne fatto un motivo di orgoglio più che una strategia attendista. Molti, a sinistra, non sono di sinistra e molti non lo sono stati quando militavano nel partito della sinistra: le anime sono dunque sfuggenti, frenetiche, placide, onnicomprensive. Il revisionismo ha subìto la lusinga del relativismo e il relativismo vuole ricrearsi una verginità di fondamento, un nuovo approccio di fondazione. Le due anime sono duplici ma anche ambivalenti, non più diacroniche ma sincroniche, non più antagoniste e avversarie ma co-belligeranti. Si naviga a vista con molti nocchieri e comandanti come per una piccola crociera senza inchino mentre là, sulla terraferma, ci guardano senza parole quelli che ancora attendono risposte e indicazioni.
     È un gioco di parole, allora, una nomenclatura accademica e di maniera: l’anima può essere riformista, libertaria, progressista, socialista, socialdemocratica, democratica, liberale, utopistica, realistica, commerciale, mercantile, opportunista, doppiogiochista, cerchiobottista, animata, rianimata, recuperata, rivisitata, riconvertita, ribellata, disincantata…
     Le anime, forse, sono illusorie: sono quello che vorremmo essere ma che, per cautela o per calcolo, evitiamo di essere.

***

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4 pensieri riguardo “Le anime”

  1. Come nei suoi racconti, anche in questa sua analisi chiara come poche altre, Antonio Scavone dà prova che la pietas dello sguardo può, deve affiancarsi al rifiuto metodico di oblio e omissioni. La ‘spietatezza’ sta nella realtà, resa, scavata, incisa da sguardo e metodo. Un anno fa, nella “lettera impossibile a San Gennaro” di Antonio Scavone, individuavo una terza via. quella che supera l’amnesia fumosa. “Le anime. (Una nomenclatura)” indica la possibilità di andare oltre la gabbia del principio binario ed enuncia (e denuncia) l’illusorietà delle anime belle “per cautela o per calcolo”.

  2. Antonio carissimo,
    eccoti ancora e per fortuna su questa pagina.
    Ho letto con vivo interesse la tua analisi sulla dualità dilagante e imperante di questo sconcio periodo storico.
    Hai affrontato la questione con tatto e con l’eleganza di scrittura che ti contraddistingue e, naturalmente, con la competenza di chi, pur essendo dentro alle cose, riesce, con un salto qualitativo, ad esaminarle al di fuori di un contesto più privatistico che, probabilmente, ti avrebbe condotto sulla via di un ulteriore “post eretico”.
    Da popolana quale mi ritengo, credo che il bipolarismo necessiti di una buona cura pur cosciente della difficoltà di reperire ottimi medici che la prescrivano. Allora che si fa per tutte le scelte guidate e quindi non libere e per le aspettative di un popolo che già di per sè si vede costretto a lottare con i suoi molti bipolarismi, con le assenze e le privazioni che sono in odore dittatoriale?
    Mi chiedo se ancora, fra le due o molteplici anime di cui tratti, possa esserci ancora qualcuno che non abbia bisogno dello pschiatra per fare luce su se stesso.
    Non sono affatto fiduciosa, i giochini mi hanno nauseata a tal punto che,pur non gettando la spugna, con unghie insanguinate, mi chiedo quale prossimo, o mai più,futuro possa configurarsi all’orizzonte…..
    Potrei continuare per ore,ma sono qui solo per amore verso la tua scrittura e per un carissimo saluto a Francesco.
    Apresto,amico mio, un saluto a chi ha voglia di riceverlo.

    jolanda

  3. Consustanziale all’ideologia , traspare l’eterno egoismo degli uomini a marcare comportamenti individuali e collettivi , inseguendo l'”umano” o disattendendolo . Sinistra e – più marcatamente – Destra sembrano allontanarsi sempre più da una tensione etico morale civile che si traduca in scelte rispettose della dignità umana : egoismo e individualismo esasperati hanno fatto dimenticare che l'”altro”ha il diritto di vivere decorosamente – umanamente – in ragione di criteri di sacrosanta equità nelle scelte di chi gestisce la polis ; scelte che dovrebbero essere riconducibili ad una unica ” anima super partes”che superi e pacifichi ogni conflittualità ideologica .
    Le anime di Scavone forse – come lui dice – sono illusorie . La loro variegata identità / fisionomia coincide con la problematicità di una contemporaneità che sembra non portare da nessuna parte . Per questo dobbiamo e vogliamo pronunciare la parola “anima” in ogni occasione pubblica e privata , per provocare quel minimo soprassalto di umanità che sicuramente ancora resiste in una società civile fuorviata da vent’anni di becero materialismo berlusconiano .

    Con un grazie ancora una volta a Scavone per le cose che ci dice e per come le dice .
    leopoldo –

  4. Oggi più di ieri, oggi più che mai (ma non è un dato biografico, è un dato storico, o storico-esistenziale) vorremmo tutti che progetti e ideali trovassero nella realtà un riscontro oggettivo, quindi non solo speculativo, tale da farci sentire pienamente e consapevolmente sicuri dell’ideologia, edotti sul metodo, soddisfatti degli esiti.
    Non sempre accade, lo sappiamo, e non sta accadendo ormai da troppo tempo. Ci stiamo chiedendo, per esempio, da un anno a questa parte che razza di anima abbiano gli autori dei femminicidi e, in misura minore ma ugualmente inquietante, che cosa animi le donne oltraggiate a perdonare i loro aguzzini.

    In altre parole, siamo noi a creare le anime duplici o molteplici, rassicuranti o illusorie, o sono le anime a segmentarci in atteggiamenti e princìpi aberranti? Ma un’anima può essere educata, si possono educare le anime, quelle rozze, maligne, mutevoli? No, non è un problema genetico, è un problema culturale, riguarda la cultura (sapere-leggere-conoscere) che si trasforma in carattere, comportamento, personalità.

    Le note di Anna Maria, di Jolanda e di Leopoldo mi onorano per l’attenzione e l’approfondimento che additano: parlano di verità casualmente praticate, di risultati non perseguiti, di scelte prima velleitarie e poi obsolete. Il mio approccio a “Le anime” è stato cinico e pietoso oppure spietato e, sembra strano, ottimistico. Ma – e mi ripeto – il problema è culturale: di un’introspezione e di un’aspettazione finanche “popolana”, come suggerisce ereticamente Jolanda; di una terza via che ristabilisca metodo e profondità (Anna Maria); di un’anima super partes che induca e promuova la rimozione del “sentito dire” o del “visto fare” per una completezza che tarda ad esprimersi (Leopoldo). Tutto semplice e complesso, facile e difficile ma tutto, incontestabilmente, coessenziale alla nostra stabilità o instabilità emotiva-politica-esistenziale.

    Grazie ad Anna Maria Curci, a Jolanda Catalano, a Leopoldo Attolico e che scusino questa lunga risposta, come al mio solito.

    Antonio

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