La morte del corniciaio

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Andrea Pomella

La morte del corniciaio

Sulla serranda è scritto “Chiuso per lutto”. Torno a casa camminando mano nella mano con mio figlio. Svoltiamo l’angolo e c’è il portiere che confabula con una signora: “Ci ho parlato stamattina, non è morto di vecchiaia”. Il portiere ci tiene a precisarlo, non è la vecchiaia che ha ucciso il corniciaio, è un’altra cosa, anche se aveva ottant’anni e passa, non si può dare un indirizzo generico alla morte. O sarà che anche il portiere si avvia ineluttabilmente a quell’età che magari muori all’improvviso e la gente dice che sei morto di vecchiaia perché non ha la pazienza di trovare una causa alla tua morte, cosicché la vecchiaia, essendo di per sé una cosa già tanto brutta, la si rende colpevole di ogni nefandezza. Il portiere però è un uomo gentile, dà la mano a mio figlio e lo accompagna nell’androne del palazzo, e mio figlio che ha tre anni ride felice perché il portiere ha avuto con lui questa gentilezza, e mio figlio non sa questa cosa di cui stava parlando il portiere fino a un secondo prima, questa cosa del corniciaio, per lui c’è solo il gioco del portiere che lo accompagna all’ascensore tenendolo per mano, mentre io cammino dietro a loro, e li guardo con gli occhi sfolgoranti. La morte del corniciaio però è sulla bocca di tutti, ne parla anche la dirimpettaia sul balcone. Lei è sempre sul balcone, estate e inverno, è sempre lì con il telefono appiccicato all’orecchio e quella voce incavata che, per un mistero del suono, si propaga nello spazio fra il suo palazzo e il mio, fino a dominare su ogni altro rumore della città. La dirimpettaia parla del corniciaio, dice che è venuta l’ambulanza, lo dice come se il fatto fosse successo mezz’ora prima. Ma non può essere successo mezz’ora prima, perché sulla serranda c’è già quel cartello che ho visto passando sul marciapiede: “Chiuso per lutto”. Per lei la notizia è nel fatto che è venuta l’ambulanza, la morte del corniciaio viene dopo. L’ambulanza l’hanno potuta vedere tutti, il cadavere forse no, perché è morto nel suo negozio, cioè in un posto che non si può vedere dal balcone, e per la dirimpettaia il mondo è quello che si vede dal suo balcone. Io sono il suo dirimpettaio, perciò la mia vita di ogni giorno è parte del suo mondo. La cosa non mi fa sospirare di commozione, però la accetto per quel che vale. A ogni modo, ecco, è così che si comportano gli umani di fronte alla morte. Il portiere si consola pensando che non è stata colpa della vecchiaia, la dirimpettaia non ha visto il morto ma ha visto l’ambulanza, e tanto le basta per avere un argomento di conversazione che la impegnerà fino a sera. Io dico a mio figlio che deve andare a lavarsi le manine, che poi avrà come premio il suo biscotto a forma di zampa di leone, i suoi dieci minuti per guardare i cartoni alla Tv, i suoi puzzle “tondi tondi”. Il corniciaio aveva la faccia blu anche da vivo, lo incontravo qualche volta mentre faceva la spola fra i suoi due negozi, sembrava sempre infuriato.
21/5/2013

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andrea pomella
andrea pomella

Andrea Pomella (Roma 1973) scrive su “il Fatto Quotidiano” on line e sulle pagine culturali dell’“Unione Sarda”. Ha pubblicato vari libri d’arte tra cui I Musei Vaticani (Editrice Musei Vaticani, 2007) e Caravaggio. Un artista per immagini, prefazione di Maurizio Calvesi (ATS Italia, 2005). Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo Il soldato bianco (ed. Aracne) ed è stato inoltre autore di testi per opere di musica da camera contemporanea. Nel 2012 ha pubblicato per le Edizioni Laurana, il saggio sulla nuova povertà: 10 modi per imparare a essere poveri ma felici, accompagnato dalla prefazione di Marco Rovelli. Nel 2013 è uscito per i tipi di Fernandel il suo secondo romanzo La misura del danno.
Cura dal 2008 il blog personale “Stella d’Occidente

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