Crossings

Seamus Heaney
(Castledawson, 13 aprile 1939 – Dublino, 30 agosto 2013)

Enrico Della Torre

Seamus Heaney

Crossings. Ci torna comodo prendere le mosse dalla conclusione lapidaria di un saggio autobiografico di Heaney del 1972, da una frase al cui centro troviamo la stessa parola tematica del nostro titolo: “I began as a poet when my roots were crossed with my reading” (“Ho iniziato come poeta quando le mie radici si sono incrociate con le mie letture”). Il contrasto implicito, sottolineato nell’inglese dall’accorta allitterazione, tra le radici genealogiche che affondano nel mondo arcaico irlandese, rurale e rituale, cattolico e colonizzato, magico e vocalico, ipostasi dell’eterno femminino, e le sopravvenute letture nella grande tradizione britannica, vista polemicamente come razionale, urbana, protestante, consonantica e maschile, è al cuore della chiave di autolettura che Heaney ci dà nei propri saggi di esplorazione letterario-biografica e nelle varie e affascinanti interviste rilasciate da questo affabile conversatore. Contrasto un po’ facile forse, al limite della mistificazione, tra natura e cultura, innocenza e corruzione, pietà tribale e doveri verso la metropoli, e comunque familiare ai lettori della moderna scrittura dei paesi ex-coloniali, in cui chi scrive vuole paradossalmente parlare di realtà non imperialistiche in una lingua (e con una sensibilità) acquisita, imperiale. Per Heaney, poeta irlandese in lingua inglese, non si può negare che questo incrocio, con la residua tensione tra i due poli, è stato felice, anche se le inevitabili ambiguità e contraddizioni che ne risultano lo hanno reso vulnerabile ad accuse poco giustificate, da parte di intellettuali più univoci e militanti, di crossings intesi nel senso deteriore di double crossings, di essere caduto, cioè, nella trappola dell’evasività, del doppio gioco.

Perché, scrittore impegnato quant’altri mai, ma senza facili programmi, coscienziosamente impegnato nella ricerca di un ubi consistam, Heaney non è certo un propagandista. La sua indagine introspettiva e retrospettiva, i suoi sondaggi, il suo scrutare e tracciare i punti salienti del suo panorama geologico interiore, scansa i facili approdi. Cos’ha significato, cosa significa, essere nati in quel particolare paesaggio, in quel particolare rapporto politico-sociale, con quella particolare storia e quella cultura alle spalle, e poi crescere, con quegli incontri, con quelle esperienze, allontanandosi sì, ma senza mai ripudiare, senza mai rompere fede con quelle origini, con quei valori, con quel senso? L’intera opera di Heaney costituisce, con tutta la sua evidenza fisica e il suo spessore materico, una irrequieta e mai conclusa riflessione, per racconti e immagini, su quei primi dati costitutivi di una personalità, sul loro significato per la propria identità di uomo e di poeta e sugli imperativi morali che ne scaturiscono.

E ora, in questo breve ciclo di poesie (dodici, di dodici versi ciascuna), legate per la forma ma anche per il tema della liminarità, del passaggio da uno stato all’altro, (…) assistiamo alla attenta registrazione memoriale, all’interrogazione e alla meditazione di una serie di piccoli momenti epifanici, in cui l’opaco velo dell’abitudinario e del quotidiano si squarcia, o accenna a squarciarsi, per lasciare intravvedere una sua segreta dimensione del sacro, di assolutezza mitica, e personaggi ed oggetti si atteggiano quasi misteriosoficamente, additando un significato recondito delle cose, o almeno la sua possibilità. (…)

(Dalla Presentazione di Anthony Oldcorn)

Testi tratti da:
Seamus Heaney
Attraversamenti (Crossings)
A cura di Anthony Oldcorn
Con uno scritto di Roberto Sanesi
Disegni di Enrico Della Torre
Milano, Libri Scheiwiller, 1995

Crossings/Attraversamenti

1.

Travelling South at dawn, going full out
Through high-up stone-wall country, the rocks still cold,
Rainwater gleaming here and there ahead,

I took a turn and met the fox stock-still,
Face-to-face in the middle of the road.
Wildness tore through me as he dipped and wheeled

In a level-running tawny breakaway.
O neat head, fabled brush and astonished eye
My blue Volkswagen flared into with morning!

Let rebirth come through water, through desire,
Through crawling backwards across clinic floors:
I have to cross back through that startled iris.

1.

Viaggiando veloce verso sud nell’alba
tra i muretti di un’alta campagna, fredde ancora le rocce,
riverberi di pioggia balenanti innanzi qua e là,

dopo una curva ho incontrato una volpe, ferma,
faccia a faccia nel bel mezzo della strada.
M’è scoppiato dentro un che di selvatico quando s’è appiattita

e poi via filava in una fulva fuga rasoterra.
Oh testa nitida, favoleggiata coda, e occhio attonito
in cui irruppe la mia azzurra Volkswagen col mattino!

Venga pur la rinascita per acqua, per desiderio,
o indietreggiando carponi sul piancito d’una clinica:
ripassare dovrò attraverso quell’iride allibita.

*

2.

Only to come up, year after year, behind
Those open-ended, canvas-covered trucks
Full of soldiers sitting cramped and staunch,

Their hands round gun-barrels, their gaze abroad
In dreams out of the body-heated metal.
Silent, time-proofed, keeping an even distance

Beyond the windscreen glass, carried ahead
On the phantasmal flow-back of the road,
They still mean business in the here and now.

So draw no attention, steer and concentrate
On the space fleeing between like a speeded-up
Melt-down of souls from deep hell’s straw-flecked ice.

2.

Soltanto per ritrovarmi, d’anno in anno, dietro
quei camion aperti e ricoperti da un telone,
pieni di soldati che stretti siedono pazienti,

le mani sulla canna del fucile, gli occhi persi
in sogni nati dal metallo che il corpo ha scaldato.
Silenziosi, impermeabili al tempo, tenendo le distanze

oltre il cristallo del parabrezza, portati avanti
dal fantasmatico scorrer della strada –
c’è poco da scherzare con questi, però, nell’oggi come oggi.

Dunque, non farsi notare, guidare e concentrarsi
sullo spazio intermedio che fugge, quale accelerata
fusione di anime dall’infernale ghiaccio cosparso di festuche.

*

3.

Everything flows. Even a solid man,
A pillar to himself and to his trade,
All yellow boots and stick and soft felt hat,

Can sprout wings at the ankle and grow fleet
As the god of fair-days, stone post, roads and cross-roads,
Guardian of travellers and psychopomp.

“Look for a man with an ash-plant on the boat,”
My father told his sister setting out
For London, “and stay near him all night’

And you’ll be safe.” Flow on, flow on
The journey of the soul with its soul-guide
And the mysteries of dealing-men with sticks!

3.

Tutto scorre. Anche in un uomo solido,
pilastro di sé e del proprio mestiere,
con tanto di scarponi gialli, bastone, feltro floscio in testa,

possono spuntare le ali ai piedi e farlo lesto,
come un dio da fiera, da erma, bivio o stradone,
patrono di viandanti e psicopompo.

“Sul battello cerca uno col bastone di frassino”,
disse mio padre a sua sorella che partiva
per Londra, “stagli vicino tutta la notte

e sarai in salvo”. Che scorra, scorra pure
il viaggio dell’anima con la sua guida,
ed i misteri di intermediari col bastone!

*

4.

The ice was like a bottle. We lined up
Eager to re-enter the long slide
We were bringing to perfection, time after time

Running and readying and letting go
Into a sheerness that was its own reward:
A farewell to surefootedness, a pitch

Beyond our usual hold upon ourselves.
And what went on went in, from grip to give,
The narrow milky way in the black ice,

The race-up, the free passage and return –
It followed on itself like a ring of light
We knew we’d come through and kept sailing towards.

4.

Il ghiaccio come vetro di bottiglia. In fila
eravamo ansiosi di rilanciarci sulla lunga pista
che stavamo portando a perfezione. Cento volte

correndo, apprestandoci a lasciarci andare
in una levigatezza che era premio a se stessa:
un congedo all’equilibrio sicuro, un tono sopra

la consueta presa su noi stessi.
E quanto avveniva, abbrancati o in abbandono,
ci veniva dentro – la stretta via lattea nel ghiaccio nero,

l’accorrere, il libero transito, e il ritorno –
tutto seguiva a se stesso come un anello di luce
che sapevamo aver traversato e verso cui pur veleggiavamo.

*

5.

Scissor-and-slap abruptness of a latch.
Its coldness to the thumb. Its see-saw lift
And drop and innocent harshness.

Which is a music of binding and of loosing
Unheard in this generation, but there to be
Called up or called down at a touch renewed.

Once the latch pronounces, roof
Is original again, threshold fatal,
The sanction powerful as the foreboding.

Your footstep is already known, so bow
Just a little, raise your right hand,
Make impulse one with wilfulness, and enter.

5.

Sforbiciata e scatto brusco d’un chiavistello a manetta.
Freddo sotto il pollice. La sua altalena
che si solleva e ricade, la sua innocente asprezza.

E’ una musica del levare e dello sciogliere
non più udita in questa generazione, ma pronta
ad essere rievocata, invocata, al rinnovo del tocco.

Quando la manetta si pronuncia, il tetto
torna quello d’origine, la soglia fatale,
la sanzione potente quanto il presagio.

Il tuo passo è già noto, dunque chinati
appena un po’, alza la mano destra,
unifica impulso e volontà, ed entra.

*

6.

On St. Brigid’s Day the new life could be entered
By going through her girdle of straw rope:
The proper way for man was right leg first,

Then right arm and right shoulder, head, then left
Shoulder, arm and leg. Women drew it down
Over the body and stepped out of it.

The open they came into by these moves
Stood opener, hoops came off the world,
They could feel the February air

Still soft above their heads and imagine
The limp rope fray and flare like wind-borne gleanings
Or an unhindered goldfinch over ploughland.

6.

Il giorno di Santa Brigida si entrava in una vita nuova
passando attraverso il suo cinto di paglia intrecciata:
il modo giusto per gli uomini era prima la gamba destra,

poi braccio e spalla destra, testa, e spalla
sinistra, braccio, e gamba. Le donne lo tiravano
giù lungo il corpo, per uscirne poi scavalcandolo.

L’aperto in cui si sfociava con tali mosse
era più aperto, crollati i cerchioni del mondo,
si sentiva l’aria morbida di febbraio

sopra la testa, e s’immaginava il lento cordone
sfilacciarsi e librarsi come spigolature al vento
o come un cardellino libero sopra la terra arata.

*

7.

Not an avenue and not a bower.
For a quarter-mile or so, where the county road
Is running straight across North Antrim bog,

Tall old fir trees line it on both sides.
Scotch firs, that is. Calligraphic shocks
Bushed and tufted in prevailing winds.

You drive into a meaning made of trees.
Or not exactly trees. It is a sense
Of running through and under without let,

Of glimpse and dapple. A life all trace and skim
The car has vanished out of. A fanned nape
Sensitive to the millionth of a flicker.

7.

Non è un viale, ma neppure un pergolato.
Per un quarto di miglio circa, dove la provinciale
passa dritta attraverso la torbiera del North Antrim,

vecchi e alti pini la fiancheggiano sui due lati.
Cioè, pini scozzesi. Una calligrafia di chiome,
cespugliose ed irte sotto i venti maestri.

Si guida dentro un significato fatto d’alberi.
O non proprio d’alberi. C’è il senso
di corrervi in mezzo e sotto senza impacci,

di chiazze e barbagli. Una vita di tracce e sfioramenti
da cui la macchina è scomparsa. Un nuca arieggiata
sensibile alla milionesima parte di un barlume.

*

8.

Running water never disappointed.
Crossing water always furthered something.
Stepping stones were stations of the soul.

A kesh could mean the track some called a causey
Raised above the wetness of the bog,
Or the causey where it bridged old drains and streams.

It steadies me to tell these things. Also
I cannot mention keshes or the ford
Without my father’s shade appearing to me

On a path towards sunset, eyeing spades and clothes
That turfcutters stowed perhaps or souls cast off
Before they crossed the log that spans the burn.

8.

Acqua che scorre non ha mai deluso.
Attraversare l’acqua dava sempre un risultato.
Le pietre d’un guado erano stazioni dell’anima.

Un kesh poteva indicare ciò che altri chiamavano causey,
sentiero rialzato sulle pozzanghere d’una torbiera,
o il causey che scavalca vecchi scoli o corsi d’acqua.

Dire queste cose mi rassicura. Inoltre
non posso parlare di kesh o di guadi
senza che m’appaia l’ombra di mio padre

su un sentiero al tramonto, mentre guarda vanghe e abiti
forse ammucchiati da scavatori di torba, o deposti da anime
prima di attraversare il tronco che travalica un rio.

***

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2 pensieri riguardo “Crossings”

  1. E’ una raccolta che ho letto molto ‘in gioventù’, e che ancora rileggo spesso. Heaney è un poeta straordinario e il particolare momento della sua produzione racchiuso in Crossings risulta, almeno ai miei occhi, uno dei più suoi alti. E’ un momento di equilibrio perfetto.
    Grazie di cuore Francesco.

    Federico Zuliani

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