Compagni di classe

Il Preside legge agli studenti il testo delle prove ministeriali.
Il Preside legge agli studenti il testo delle prove ministeriali.

Antonio Scavone

Compagni di classe
(Racconto di genere)

     Oggi ci siamo proprio tutti in classe, tutti proprio no, sono assente, a letto con l’influenza, ma è come se ci fossi, di sicuro ci sarei voluto essere. I compagni mi hanno informato con messaggini e foto dell’atmosfera che si è creata nella nostra classe al secondo piano, quella che dà sul cortile, con i finestroni che non devono essere mai aperti altrimenti ti cascano addosso, ma l’aria che si respira, mi dicono, è quella delle grandi occasioni, “dei grandi eventi” addirittura, come mi hanno scritto in molti. Oggi viene a conoscerci il nuovo preside: un uomo tutto d’un pezzo, un toscano di Firenze, fiero e arcigno come pochi, uno che ha scritto un’infinità di cose, che ha pubblicato opere e operette, che si è esposto fin troppo per il suo ardore politico; pare che abbia sofferto anche un tentativo di mobbing che ha prontamente respinto e vanificato con le armi della dialettica e dell’invettiva, insomma un tipo da prendere con le molle.
     Dante Alighieri, si chiama, e con lui verrà anche il nuovo vice-preside, un mantovano trapiantato a Napoli, un certo Publio Virgilio Marone, un latinista pignolo e perfettino: la nostra scuola sta diventando troppo impegnativa, a parer mio.

Il vice-preside, letteralmente impietrito dopo la lettura del testo latino proposto.
Il vice-preside, letteralmente impietrito dopo la lettura del testo latino proposto.

     Il fatto è che dobbiamo sostenere quest’anno l’esame di maturità e non riusciamo a capire perché dobbiamo dimostrare di essere maturi quando, in realtà, ci sentiamo già grandi per proporci come persone responsabili: sappiamo discernere l’impegno dal trastullo, il sesso dalla masturbazione, la libertà dalla servitù: perché esaminarci?
     Sarà anche una scadenza per così dire fisiologica, per saggiare ad una certa età la crescita psicologica e culturale di un individuo ma ormai siamo entrati da un pezzo nella realtà delle cose e quest’esame ci sembra piuttosto una formalità burocratica oppure un salvacondotto posticcio per le future esperienze sociali, per le nostre aspettative di vita e di lavoro. Comunque sia, ci stiamo preparando a quest’esame come meglio non avremmo potuto e ci sentiamo in grado di affrontarlo come una sfida, un confronto che può premiare solo le nostre attitudini, il nostro talento. Certo, si corre il rischio di passare per presuntuosi e supponenti – e qualcuno di noi sicuramente lo è – ma i rischi bisogna correrli quando c’è in gioco l’aspirazione a essere, più che a diventare, qualcuno. Pier Paolo, per esempio, non perde occasione per sottolineare che, a parer suo, in una dinamica di emancipazione personale e collettiva devono essere distinti e non vanno confusi progresso e sviluppo. Vittorio, poi, paragonando lo studio scolastico al suo sogno di fare l’attore, non manca mai di ammonirci come il recitare sia ben diverso dall’interpretare: difatti, quando ha messo in scena, giù in palestra, L’uomo dal fiore in bocca del siciliano Luigi Pirandello, uno della III B che si è trasferito in Germania, abbiamo fatto a cazzotti tra di noi per accaparrarci la parte dell’Avventore, impegnandoci a distinguere e far risaltare l’artificio pregnante della recitazione rispetto alla trasgressione monocorde di un’astratta interpretazione.

Una romantica insegnante (d')inglese.
Una romantica insegnante (d’)inglese.

     I professori che abbiamo avuto in questi ultimi tre anni ci hanno fatto appassionare alle materie di studio e ci hanno ammaestrati sul modo migliore di affrontare l’esame di stato: ciò non toglie, però, che abbiamo faticato più del dovuto nel seguire gli insegnamenti di docenti un po’ troppo puntigliosi ed esigenti. Prendiamo quello di filosofia, Giambattista Vico: ci ha affascinati e tartassati, ci ha presi per mano e poi ci ha lasciati andare, allo scopo di renderci consapevoli del posto che occupiamo e occuperemo (un posto di coscienza, di giudizio) nel mondo complesso della realtà e della nostra esistenza. Ci ha sempre parlato del punto di partenza – che noi abbiamo definito storicistico – e di quello di arrivo, che è il riflesso speculare del primo, come un ciclo che si compie e si ricompie, una struttura reiterante che investe l’essere e l’esistere in uno scenario di fatti e idee continuamente ricorrenti… Tosto, indubbiamente, ma seducente: quelli più radicali tra di noi (i soliti Manganelli, Sanguineti, Pagliarani) ci hanno ricamato un’interminabile sequela di riserve critiche e di chiose sarcastiche, scontrandosi con gli altri gauchistes (Fortini, lo stesso Pasolini, Raboni, Roversi, Volponi) finché non è intervenuto a sedare ormai la rissa epistemologica Francesco Leonetti che, col suo fare accurato e la vocina flebile, ha sì calmato gli animi ma ha proposto pure di destinare la questione al colloquio di esame.
     Sono fatti così i miei compagni di classe: severi e cattedratici ma all’occorrenza disponibili e franchi. E non di meno sono eccellenti le mie compagne di classe: da quelle imperscrutabili (Anna Maria Ortese, Elsa Morante) a quelle amabili e gentili (Natalia Ginzburg, Francesca Sanvitale, Fausta Cialente): tutte collaborano a tenere in vita la varietà culturale delle discussioni ma diffondono poi un clima di complicità e di condivisione tra chi vuole spaccare le montagne e chi vuole semplicemente spostarle.
     Non è facile andare d’accordo con tutti: ogni testa è un tribunale, si dice, ed è vero ma è altrettanto vero che le controversie dibattute sono spesso frutto di quell’ardore polemico che anima noi ragazzi all’ultimo anno di liceo.

La mise di Giacomo il giorno degli orali.
La mise di Giacomo il giorno degli orali.

     Ormai siamo degli ometti e le nostre compagne della III C si propongono come donne che hanno già sperimentato sogni e idealità: non che siano aride e insensibili ma sanno dove indirizzare i loro slanci e come temprarli alle loro inclinazioni. Il fatto è che certe insegnanti dei primi anni (Virginia Woolf per l’inglese e Marguerite Yourcenar per il francese) hanno impostato e coltivato una forma mentis davvero speciale per le nostre amiche, a tal punto da farle primeggiare spesso su noialtri maschi e questa precocità femminile, inutile negarlo, un po’ ci infastidisce. Rodolfo Valentino, per dire, ci soffre.
     Come complemento dello studio, Luigi Tenco ha proposto, con Sergio Endrigo e Lucio Dalla, di incontrarci qui nella nostra aula il sabato pomeriggio, in orario extra-scolastico, per fare musica e stemperare la foga spesso accidiosa delle diatribe simil-filosofiche e simil-letterarie che infiammano buona parte della mia classe. La proposta di Luigi, dopo le inevitabili puntualizzazioni degli eretici, è finalmente passata e sabato scorso, alla presenza del professore d’italiano, l’inquieto Torquato Tasso, abbiamo tutti goduto due ore di spettacolo con le canzoni di Luigi e di Sergio e il clarinetto di Lucio, che ha eseguito, tra l’altro, brani di Glenn Miller e Count Basie alla maniera di Benny Goodman. A questo punto non sappiamo se il nuovo preside, il famigerato Dante Alighieri, consentirà il prosieguo di questi sabati musicali: in caso contrario, Vittorio e Carmelo si sono già prenotati per pomeriggi teatrali da one man show.

Giorgio si rifocilla in vista delle fatiche degli scritti.
Giorgio si rifocilla in vista delle fatiche degli scritti.

     E come si usa dire a proposito dei moti carbonari del Risorgimento, cresce il malcontento fra la popolazione di noi studenti e persino dei docenti per la ricorrenza di quest’esame di stato. Le problematiche da affrontare, e che hanno scatenato malumori e biasimo, riguardano quelle prove sussidiarie che, stando alle circolari ministeriali degli ultimi anni, vanno sotto il nome di “Tesina” e “Mappa concettuale”. Sono, o dovrebbero essere, singolari strumenti di valutazione da parte degli esaminatori: concorrerebbero, in altre parole, ad un’oggettiva valorizzazione del maturando, per la percezione delle sue capacità logiche, intellettive, fantasmatiche, organizzative…
     Torquato Tasso le ha subito bocciate e con lui il professore di storia, Publio Cornelio Tacito, il professore di matematica e fisica, Galileo Galilei, il professore d’arte Giorgio Vasari, persino il professore di chimica, Amedeo Avogadro. Ovviamente le abbiamo bocciate anche noialtri alunni ma, non avendo voce in capitolo, ci toccherà inventarle e compilarle per presentarle poi in seduta di esame: ci sarà consentito solo di scegliere l’una o l’altra di queste esibizionistiche performances e dovremo dare a intendere pure di crederci. “È un paradosso – è sbottato ìlare Tommaso Landolfi – e io mi ci raccapezzo!”.
     Carlo Emilio Gadda, dall’ultimo banco in fondo all’aula, disegnando annoiato gruppi elettrogeni, ha aggiunto bofonchiando: “Semmai è un pasticcio” e, in realtà, un po’ un imbroglio lo è. Illustrare con uno schema grafico le varie connessioni tra le singole materie rispetto a un tema che si è scelto e che dovrebbe porsi come una summa del sapere accumulato in quest’ultimo anno di liceo, nonché delle personali abilità compositive di noi ragazzi… dicevo, illustrare tutto ciò ci è sembrato un gioco infantile, un divertissement imposto per incoraggiare e promuovere… cosa?

Nessuno come Tommaso è capace di tirarti su il morale prima di una prova impegnativa.
Nessuno come Tommaso è capace di tirarti su il morale prima di una prova impegnativa.

     “La fantasia, che altro?” ha proposto Dino Campana e Giorgio Caproni, timidamente, ha ribattutto: “Andiamoci piano con la fantasia, Dino”. A questo punto si è scatenata un’altra querelle, com’era prevedibile, tra i sostenitori delle libere associazioni e quelli del metodo e della dialettica. Le fazioni si sono anche invertite e superate, fronteggiate e rimescolate: è che abbiamo bisogno, non dico di dubitare di ogni cosa, ma di sceverare – come dice Galilei – la verità dall’accertamento della verità: in pratica stiamo dalle parti dei massimi sistemi del mondo. È intervenuto Italo Calvino a dirimere stavolta l’impasse che si era creato: ci ha invitati sì a distinguere e a prendere coscienza ma anche a fare nostra e profondamente l’unica virtù che ci autoconferiamo senza spocchia: la competenza a interagire criticamente con gli obblighi da ottemperare. Lalla Romano ha citato Shakespeare dalla Dodicesima notte: “Oh, fato, dispiega il tuo potere. Non siamo neppure padroni di noi stessi. Quel che è scritto si compia: così sia”. E come I due gentiluomini di Verona scespiriani Vittorio Gassman e Carmelo Bene – per una volta in sorprendente e serena simbiosi – hanno risposto all’unisono: “Non fosse volubile, l’uomo toccherebbe la perfezione ma è quest’errore che a tutte le sue colpe dà la spinta”. Ci hanno strappato un applauso di sortita, come fanno spesso per tirarci dalla loro parte e Vittorio, come se avesse letto il nostro pensiero, ha ribadito che “la marchetta è sacra!”.
     “Compagni, amici…” ha esordito Franco Fortini e tutti abbiamo capito dove volesse parare: dovevamo confrontarci col nuovo preside ed esporre a lui le nostre titubanze sulla tesina e la mappa concettuale. “Non credo che Dante ci dia ascolto e soddisfazione” ha obiettato Eugenio Montale mentre scarabocchiava su un foglio figure sensa senso. Gli abbiamo chiesto il perché ma Eugenio, spesso, si ferma all’incipit delle sue opinioni per farci intendere la complessità o il rischio di quelle opinioni, che lui non considera come una liberalità incontrollata ma come un vero e proprio azzardo esistenziale. Ci sconforta e ci ravviva Eugenio e, più di una volta, ci è sembrato irraggiungibile.

Ne siamo tutti innamoratissimi. Ça va sans dire...
Ne siamo tutti innamoratissimi.
Ça va sans dire…

     Anna Maria Ortese ha parlato della difficoltà di racchiudere in una forma l’eterogeneità dei significati e ci ha raccomandati di essere eclettici più che univoci, di sfrondare le foglie e poi riunirle in un contesto diversissimo. “Le foglie di quale albero?” ha chiesto candidamente Roberto Roversi e Giorgio Manganelli ha precisato che l’albero in questione era semplicemente la metafora del nostro cominciare ad essere uomini e donne. “Sì, ma non si perviene a un risultato conoscibile” ha ribattuto Paolo Volponi “è tutto racchiuso in un individualismo piccolo-borghese”. Abbiamo considerato la cosa e ci siamo fermati a riflettere ma non tutti noi riflettevamo: Sanguineti si è tuffato a capofitto nella rilettura del “Canto notturno” di Leopardi (un amico che si è ritirato per motivi di salute), Fausta Cialente confabulava con Italo Calvino sulle letterature ispaniche (Fausta ha una predilezione per Cuba mentre Italo ci è nato), Fortini e Raboni battibeccavano sulla traduzione dell’Albertine scomparsa di Proust (ognuno parteggiava per la propria, ça va sans dire), Caproni e Montale seguivano silenziosi il volteggio di una farfalla capitata per caso nell’aula fredda della nostra classe (poetizzando Giorgio: “Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai.”; poetizzando Eugenio: “Anche senza volerlo mi disloco. / Invidio la cicogna che se va / sa dove va e dove tornerà.”)…
     Insomma, nessuno stava riflettendo sul serio sul tema che era stato agitato, nessuno voleva occuparsi di quello che sarebbe successo, anzi di quello che succederà alla fine dell’anno e sarà l’effetto di una malìa, di quel mistero che l’ultimo anno di liceo fa lievitare oltre misura, ansiosamente, enigmaticamente. “Ma perché è così! – ha esclamato raggiante battendo la mano sul banco Salvatore Di Giacomo – Questo non è altro che uno gliòmmero, un gomitolo, una matassa che non si dipana, come ci ha insegnato Sannazzaro l’anno scorso, ricordate?”. Se è una matassa che non si dipana, chiediamoci allora se non si dipani per incapacità nostra o per intrinseca difficoltà. “È come per Manzoni – ha sobillato il nostro raziocinio Alberto Moravia – Ma vi pare possibile che un signorotto laido come Don Rodrigo impedisca un matrimonio quando poteva tranquillamente violentare una contadina?”.
     “Uno stupro mancato che regge un romanzone come quello?!” ha chiesto Gadda non senza turbarsi e Natalia Ginzburg ha aggiunto. “E quanti sono i romanzi sugli atti mancati? Tantissimi, lo sappiamo, no?”. E Landolfi ha sentenziato: “Più che tantissimi… direi tutti”. Quest’ultima affermazione ci ha gelati e, per rinfocolare l’entusiasmo, Rodolfo Valentino ha proposto un passo di tango per sconfiggere sul nascere la malinconia che ci avrebbe preso. La cosa è finita lì – era una settimana fa – e oggi l’incontro con Dante Alighieri si preannuncia rischioso e ansiogeno.
     Ho chiesto a Francesca Sanvitale di tenermi aggiornato sulla cronaca di questa giornata ma si è offerto Enrico Filippini come tele-cronista dell’evento: devo dire che me l’aspettavo questa candidatura e il resoconto è stato puntuale, completo e illuminante, come nella migliore consuetudine del nostro germanista Enrico e l’ho trascritto, questo resoconto, per il patrimonio culturale della nostra III C.
     Seguìto da Virgilio, ieratico nella sua possanza, e accompagnato da Torquato Tasso e Giorgio Vasari, febbrili e timorosi, Dante Alighieri è entrato in aula altero come falcone che scruta il campo di miglio e subito si è sentita la voce di Vittorio Gassman che ha sibilato “O tu che vieni al doloroso ospizio…”. Dante non si è adontato, ha annuìto degnandosi, si è seduto alla cattedra e ha guardato tutti loro (io non c’ero) come si guarda un gruppo di persone per individuare col colpo d’occhio prerogative e reticenze.

Carmelo fa le prove generali del colloquio.
Carmelo fa le prove generali del colloquio.

     Cosa nascondevano i miei compagni e io con loro se ci fossi stato? “Quello che non siamo più e quello che non sappiamo ancora chi o cosa o quando saremo” ha proposto Dino Campana e poi ha aggiunto: “Io stesso cominciai il liceo, poi costretto a interromperlo e poi infine l’ho ripreso. Il primo passo della maturità è l’incertezza!”. “Concordo” e gli hanno fatto eco, approvando, Moravia e Calvino, Ortese e Morante, Gadda e Montale e poi gli altri, in ordine stretto. Dino ne ha approfittato per recitare alcuni suoi versi: “Le vele le vele le vele / Che schioccano e frustano al vento / Che gonfia di vane sequele / le vele le vele le vele!”. E Carmelo Bene, inscenando un tango improvvisato con Rodolfo Valentino, andava ripetendo euforico come un matto “Le vele le vele le vele!”.
     Landolfi, un po’ amareggiato, ha deplorato questa che gli stava sembrando una sorta di sabba propiziatorio. “Ma che io sappia, il sabba non è mai propiziatorio” ha con garbo contestato Francesca Sanvitale e ha rincarato la dose Leonetti sempre con quella sua vocina e la sua faccia emaciata: “Quando mai un sabba propizia?!”. Sergio Endrigo ha rilevato che questo continuo battibeccare somigliava molto alla fiacca illusione di aver trovato il bandolo della matassa e Giorgio Manganelli ha concluso sospirando: “Sì, è un’ipostasi”.
     Enrico Filippini (si è scusato per l’uso di questa terza persona) ha chiesto se fosse o no il caso di presentare a Dante Alighieri, in una formula sintetica, le osservazioni che tutti avevano esternato purtroppo solo mentalmente e con la velocità peregrina del pensiero. Si stava per rispondere all’esplicita sollecitazione di Enrico quando Dante, senza por tempo all’attesa, si è assunto l’onere di illuminare da par suo la III C:
“Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!”.
     Siamo rimasti basiti (e io con loro, leggendo il resoconto di Enrico): non si è capito se fossimo stati lodati o biasimati né il volto terreo ed attento del preside ci sarebbe stato d’ausilio e di gran lena. E non ci ha risollevati la chiusa del vice-preside, il latinista Virgilio che, come ammonendoci, ha decantato: “Vela cadunt, remis… – e poi con i sottotitoli dei nostri smartphone – Le vele cadono, sui remi sorgono i marinai senza tregua, / rovesciano schiuma tendendosi, spazzano il livido mare”.
     Sul silenzio di tutti si è esposto da bibliofilo e bibliotecario Salvatore Di Giacomo: “Mi pare evidente che noi si perda tempo a nascondere pensieri e presagi laddove sarebbe d’uopo dichiarare la propria naturale volontà e pertanto dichiararsi lucidamente e senza angoscia”. Solo Lalla Romano ha risposto con leggerezza, com’è sua costumanza: “Ma tu perché toscaneggi?”. Di Giacomo, che si era levato dal banco per proferire, si è seduto afflitto e non ha replicato.
     Aspettando inutilmente le nostre reazioni, Dante ci ha invitati a ritenere che il tutto non si raggiunge mai completamente e che quel che conta è il progetto che anima ognuno di noi, ben oltre le circolari di ministri che non saprebbero eguagliare bottegai o cenciajoli e ben oltre le lusinghe di supremazia sempre in agguato presso menti e coscienze sostenute solo dalla vanagloria. Finito di parlare, il preside ci ha lasciati, andandosene fiero e sicuro come falco che veleggia lontano dopo aver scansato il calappio dei bracconieri. Dietro di lui Virgilio, Torquato Tasso e Giorgio Vasari: ricomposti e restituiti ad un’aura di calma sapienza.
     Ci siamo guardati in faccia (l’avrei fatto anch’io se fossi stato colà presente) e siamo addivenuti (idem) ad una medesima risoluzione: di superare le nequizie della burocrazia scolastica e di tendere alla nostra personale ricchezza di uomini e di donne, di sentirci o di provare a sentirci utili a quanti ci avrebbero conosciuti, frequentati.

L'esito degli esami di Carmelo: sessanta a maggioranza. Quando si dice una commissione di merda...
L’esito degli esami di Carmelo: sessanta a maggioranza.
Quando si dice una commissione di merda…

     Ha cominciato Franco Fortini: “Compagni, amici, noi non sappiamo cosa faremo negli anni a venire. Vittorio Gassman sarà probabilmente, come auspica, Otello o Amleto oppure interprete esemplare di film epocali. Così Carmelo Bene porterà sulla scena un suo “Pinocchio” e chissà quante altre figure. Paolo Volponi scriverà delle angustie della sua terra e degli uomini della sua terra. Caproni e Montale scriveranno versi e così tanti altri di noi.”
     Ha continuato Carlo Emilio Gadda: “Senza perdere di vista il lavoro o lavorìo che ognuno di noi si riserverà per le sue personali esigenze”. Anna Maria Ortese ha detto che probabilmente vagheremo tutti da una città all’altra, da un’inquietudine a un’altra, da una noia ad una svogliatezza ma sempre col richiamo di un sentiero da seguire.
     Tutti gli altri hanno deciso di fare un ripasso delle materie d’esame e di ripassare anche la nostra compiutezza al vaglio del tempo, lontano chissà dove e chissà quando.
     Ritardatario come al solito ma consapevole di quello che si sarebbe discusso, ha aperto la porta dell’aula Augusto Daolio e, abbracciando Luigi Tenco, gli ha chiesto il permesso di cantare una canzone: Luigi gliel’ha concesso e Augusto ci ha cantato “Lontano, lontano”.
     Alla fine della canzone, Giorgio Manganelli ha commentato con fastidio, quasi temendo un deleterio sdilinquimento:  “Ma così non vale!”. E dopo, notando l’invitante disponibilità di tutti i presenti, ha scosso la testa bonariamente e ha sorriso.
     Ci aspetta l’esame di maturità, quest’anno.

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8 pensieri riguardo “Compagni di classe”

  1. Ieri, uscito dalla scuola dove aveva sostenuto la prova “invalsi” (???) per gli esami di terza media, un ragazzo di quattordici anni mi ha chiesto più o meno questo: “Sai dirmi, tu che fai l’insegnante, che senso ha andare a scuola, studiare, lavorare, sudare, leggere libri, confrontarsi con compagni e insegnanti, imparare a stare insieme, discutere di problemi, valori, rispetto, dignità… quando tutto quello che sai e che sei non serve a niente e tu vali solo per il numero di crocette giuste che riesci a mettere nel più breve tempo possibile? sai darmi un motivo, uno solo, per il quale vale la pena di farlo o di continuare a farlo?”

    Non ho risposto, travolto dal senso di inutilità di una vita spesa in nome di quegli stessi valori che lui in un attimo aveva visto mortificati e calpestati da un sistema che fa della perversione etica e intellettuale l’unico criterio di valutazione adeguato ai suoi fini di controllo e di normalizzazione.

    fm

  2. È chiaro: non abbiamo avuto compagni di classe come quelli
    incontrati in questo iper-reale resoconto. Come non abbiamo
    avuto quel preside o quei docenti: forse avremmo voluto
    averli ma in quegli anni di “scuola superiore” non chiedevamo
    poi tanto ai nostri compagni o ai professori. Ci bastava che
    fossero quelli che erano. A distanza di anni, i nostri compagni
    di classe si sono rivelati, sono diventati primari e luminari,
    ingegneri-capo, avvocati prìncipi del Foro, docenti
    chiarissimi, imprenditori rinomati, industriali affermati o
    anche politici più o meno corrotti, faccendieri scaltri,
    portaborse, farabutti, qualcuno è finito in galera, qualcuno
    all’estero, qualcuno assente. Molti di quei compagni fanno
    le rimpatriate e si ritrovano pingui, con pochi capelli,
    con molti figli o senza figli, con molte mogli o pochi mariti
    e, piano piano, ci si rende conto che il tempo doveva passare,
    non si poteva restare legati alla cristallizzazione dei
    ricordi e dei desideri. Questo “racconto di genere” non
    proviene da nostalgie o malinconie, è legato a un realismo
    (sì, anche magico / Anna Maria Ortese docet) ed ha
    semplicemente attivato (non riesumato) il paradigma di
    tutto ciò che allora, all’esame di maturità, sembrava
    eccezionale mentre invece, obiettivamente, era solo comune
    ma di un’ordinarietà mai banale, mai anonima.

    Un saluto grato a Natàlia, ad Anna Maria, a Roberto e
    a Francesco.

    To Lucy van Pelt: I return your feeling very gratified and
    many thanks… (Je partage ton sentiment, Lucie)

    Antonio

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