la pula il vento

Giarmando Dimarti

Giarmando Dimarti

L’estasi e la polvere

Nella ormai cospicua produzione poetica di Giarmando Dimarti è possibile rintracciare una sorta di invariante che, pur nella diversità di scrittura delle singole opere, costituisce un fondamento unitario della sua poetica e della sua stilistica: la condizione di estraneità ai miti e ai riti del mondo contemporaneo, espressa soprattutto attraverso una torsione della lingua per liberarla dal conformismo omologante che la priva del potere perlocutorio a cui si affida il soggetto e la trasforma in un uno strumento recitativo che assembla parole prive di significato.
E’ questa la ragione per cui negli ultimi lavori Dimarti ha adottato uno straniamento del discorso, sia lessicale che verbale, proponendo una sorta di ritorno alla autentica lingua volgare, un recupero pauperistico e francescano delle prime forme della lauda italiana, fiorita in quella comunanza territoriale tra Umbria e Marche in cui il poeta ritrova la propria libertà espressiva e la forza soggettiva della parola.
Qui, in la pula il vento, l’assunto psicologico di base è invece una vera e propria dislocazione crono-topica che attiene alla visione della natura e della società contemporanea, anche se non mancano casi di dinamizzazione individuale di un lessico percepito come stantio e comunque accettato come forma dominante della comunicazione sociale. Ancora un cambiamento di registro linguistico che forse prelude ad una più pacata vocazione comunicativa.
Già nella scelta delle citazioni in ex-ergo il soggetto si colloca negli interstizi di una opposizione ermeneutica: la fede nella parola come strumento di conoscenza in prospettiva escatologica viene vanificata dalla consapevolezza che nel momento in cui il poeta la cristallizza, rarefacendola, sulla pagina, egli “è il fango di una città un fabbricante di parole” come ammonisce L’insegnamento per Merikara., testo sapienziale dell’antico Egitto sull’esercizio del potere.
Recuperando uno dei più assidui archetipi della poesia del Novecento, quello del fiume e del viaggio, quasi suggestione tematica del pensiero filosofico di Bergson, Dimarti elegge a suo interlocutore il fiume Tesino, con cui egli colloquia spesso al crepuscolo, al sopraggiungere del buio che nega il paesaggio e nelle fasi introiettive del proprio pensiero.
Ma la prospettiva dello sguardo è rovesciata, rispetto al fluire del corso d’acqua e della esistenza umana. Giarmando risale visivamente e concettualmente il fiume da est verso ovest, dal mare ai monti, dal presente al passato, realizzando un movimento di anabasi spirituale, una tensione metafisica che ricorda il cammino della verità cristiana di Mario Luzi, “che procede intrepida, un sospiro profondo dalle foci alle sorgenti”.
Il processo gnoseologico è avviato da una visività fortemente proiettiva affidata allo sguardo (l’io letteralmente entra nel mondo visibile) il cui potenziale ermeneutico s’infrange tuttavia contro l’opacità del reale che condanna il poeta a “guardare senza vedere”.
La traccia di questo sforzo sempre frustrato, di questa fatica di Sisifo, è nella forte attitudine interrogativa di molti componimenti.
Come il leopardiano pastore errante, il poeta chiede agli elementi della natura di rivelare il senso dell’esistere (che porti vento nella oscurità immobile / del tuo canto nomade?), o la ragione intima del suo vagare (che vuoi voce randagia / che hai atteso il mio disarmo dentro?). L’accostamento ritmico ai versi di Quasimodo (che vuoi pastore d’aria? Forse chiami i morti?) è sollecitato dal fatto che, attraverso il presagio percettivo dello sgretolamento e della consunzione, Dimarti innesta nei suoi componimenti il motivo della morte, che non può essere esorcizzata se non in una proiezione metafisica ed escatologica, portatrice del significato ultimo delle cose.
Si attiva così un continuo confronto tra la “lingua mortale” del poeta, fallace e precaria, e quella immortale e veritativa delle sacre scritture, i fondamenti testuali della teologia cristiana in cui, per un credente come l’autore, secondo le parole di Giovanni, il verbo era presso Dio e il verbo era Dio.
Se, da un parte, egli cerca di sublimare l’esistenza percepita come una via crucis che arranca senza martirio, dall’altra vorrebbe, come Nicodemo, il fariseo e membro del Sinedrio che diventa discepolo di Gesù, riconoscere dai segni il maestro nuovo / la via che sale sicura alla vita / dentro l’unica verità.
Frequenti sono le citazioni evangeliche disseminate come nuclei di tensione metafisica in un discorso densamente autoriflessivo in cui domina il conflitto tra il pensiero negativo della modernità e l’aspirazione del poeta, definito trovatore d’ombra, a recuperare l’interiorità superstite / tracimata in sentori di vuoto demente. Sul piano stilistico questa opposizione concettuale è confermata dalla frequenza di tonalità ottative e ipotetiche che sintetizzano l’attesa escatologica. Nei versi seguenti, ad esempio, sembra riecheggiare l’etica di Lévinas basata sull’incontro dell’io con l’alterità, momento rivelatore del volto della verità: ritrova l’ascolto trepido dell’altro / chiunque esso sia / perché il sentire diverso è di tutta l’umanità / che percorre all’insaputa la via di Damasco // ogni Saulo soffre l’agguato di Dio.
La stessa alternanza dei caratteri grafici corrisponde ad uno spostamento continuo di attitudine epistemologica. I testi composti in tondo attengono alla visione della realtà e ad una presa d’atto della presente condizione umana. I testi in corsivo invece sono una sorta di critica del giudizio, un commento talora disilluso talora utopico attraverso il quale il soggetto perviene ad una sua forma di conoscenza.
Tra speranza e disperazione, tra pieno e vuoto, tra attimo ed eterno, il poeta confida al lettore il suo dramma di individuo prigioniero della necessità e in attesa di pervenire ad un mondo altro, quello dello spirito: vado senza sapere come dietro a un segno certo / una speranza che muove tutto il mio essere / e mi traghetta nell’infanzia dell’anima / in un approdo esterrefatto di bonaccia.
Evidenti risultano le tracce della formazione letteraria di Giarmando in alcune marche stilistiche.
C’è nel volumetto un leopardismo di fondo confermato da immagini come monti lontani, notturna quiete, e con il filtro di Ungaretti, naufragio calmo, così come s’avverte la lezione montaliana degli Ossi di seppia in lemmi come chiarità e anello che non incatena.
Ma non si tratta di citazioni. Attraverso un reticolato stilistico impostato sul sistema anaforico dei verbi come ripetizione di gesti nella quotidianità, sulla enumerazione come simbolo del troppo pieno del reale, sull’uso frequente della similitudine come atto comparativo della ragione, Dimarti perviene ad un linguaggio poetico originale ed autentico, in cui c’è spazio anche per le parole dei maestri del suo tempo, nello sforzo di pervenire dalla polvere all’estasi:
sono il pensiero rovesciato il vociare delle arterie / tra lo spazio non dato e il silenzio in attesa / senza giorni o tempo o metronomo / e cerco un’alba che suoni nuova d’aurora / di luce non più terrestre.
Alfredo Luzi

 

Giarmando Dimarti, la pula il vento
Nota critica di Alfredo Luzi
Disegni di Cecilia Dionisi
Teramo, Marte Editrice, 2013

 

Testi

 

«… la parola è più difficile di ogni lavoro,
e il suo conoscitore è quello che la sa usare a proposito
».
L’insegnamento di Ptahhotep (c. 2645 – 2190 a.C.)

«… è il fango di una città un fabbricante di parole».
L’insegnamento per Merikara (c. 2190 – 2040 a.C.

 

dove questo tempo induce il tuo confuso esistere?
su quali illusioni vesperali naviga la mente fatìca
il cuore calpestato la ragione abbattuta?
quale catechismo il fresco canneto muove
indefinitivamente
e l’acqua opaca dal gorgogliare sciupato
il ponte guasto di frastuoni la luce maligna
che corrode la notte assuefatta?
sei solamente una materia sconnessa un rimasuglio
di circolazione naufragata una notte senza tempo
che del giorno ha parvenza illusoria
nulla in te è persistente
nulla di te raggiunge il suono errante delle minute
stagioni

 

      che vuoi voce randagia
      che hai atteso il mio disarmo dentro?
      quale dimora ti crebbe sino all’insulto
      e ti liberò come aquila veloce sulla preda?
      non ti ha cercato il palmizio che corre oscuro
      sul suo profilo calpestato né l’acqua povera
      che vacilla nell’estrema sua fatica sotto le arcate
      prima della perdizione né il grandinare della luce
      sull’asfalto traboccante o quella che dilegua
      nel manto sollevato della notte
      né io
      che di passi temerari non ho più l’incanto docile
      la sicura misura
      anche se irrequieto dibatte il mio giorno accorciato
      altrimenti non saresti mai giunta alle porte della mente
      del cuore a deporre terribili i tarli della domandazione

 

*

 

il mio non è un agguato all’insaputa
una vertigine piombata su un corpo predatorio
un fato che ha confuso la sua predizione
io sono il sangue oscuro che obbliga la mente
e sale per tutte le cavità senza ricordo
sono il pensiero rovesciato il vociare delle arterie
tra lo spazio non dato e il silenzio in attesa
senza giorni o tempo o metronomo
e cerco un’alba che suoni nuova d’aurora
di luce non più terrestre

 

      dovrei calpestare la mia chiarità
      i miei sogni di carne errante
      selvaggia nel suo primitivo sentire
      nuziale nel suo sottaciuto canto
      e rifondarmi nel destino indelebile della profondità
      e riconoscerti
      sfuggente forma d’aria sonora
      nella totale eclisse del mio passo usato?
      mostrami il tuo sangue la tua impalcatura
      l’attraversamento non ammaccato del respiro
      perché io affini il mio senso sentire
      e trovi l’anello che non incatena!

      il mio smarrimento è al punto

 

*

 

ogni uomo è smarrito
nelle folate sconnesse del suo essere
e negli angoli della sua estensione profonda
sciama una infanzia improvvisamente sopravvissuta
una smania di tempo senza ordine un rintracciare
qualcosa di immemore
un avanzo intuito
un residuo di scambio metabolico
per un secondamento che l’intelletto ignora

 

      se sedessi alto sulla mia altana in volo
      a bere il pergolato luminoso del giorno
      il mare che respira il giro absidale
      del suo cavo orizzonte
      e cancellassi questo occasionale sgabello terragno
      carcerato entro la linea chiomata delle palme sguainate
      avrei pronto il mio vestito di materia povera
      issato sulla durezza della tua voce
      e mi avresti cercato inutilmente per un sentiero aperto
      a spargere i rimasugli della mia incancrenita umanità

      non amo quest’ora di tramonto aggregata
      dove è facile sentirsi cancellato in identità
      in pensiero
      dove è facile sperdersi nella dimenticanza spopolata
      del cuore

 

*

 

ogni ora ha le sue palpebre affollate
e un dolore indicibile le trapassa senza ragione

ciò che domandi a un tempo logoro di grandezza
ignaro del limite cantore orfico del nulla abbacinante
ha risposte superstiti di silenzio a silenzio

un rimasuglio di tempo t’è dato per l’ascolto
poi la vendemmia tesserà impietosa notte ed oblio
per raccolte che non verranno
nei filari di stagioni prescritte

la tua altana è una campana scordata e dorme muta
come la tua ragione che ha svenduto intelletto e giudizio

 

      perché intrichi questa mia sera di abbecedario confuso?
      ancora un fervore tiranno affolla il mio quotidiano

      perché trasformi in scricchiolii l’architrave
      della mia depositata esistenza e freni
      il galoppo temerario dell’indomito cuore?
      il mio balcone ha sentieri sterminati
      strade senza catene ove sciamano audaci
      amori e ninne nanne

      un canto d’universo mi trattiene alla terra
      un canto che suona incessante di cembali possenti
      dentro un territorio terribile di sangue in disordine

 

devo confessarlo
non posso più a lungo tacere il disordine
la sopravvivenza annidata nel sonno coatto
trascinando abbandoni e aceti
in quest’ora vivo un assedio violento di inverni
un rigurgito di giorno appena scandito da piccole ore

sono un trovatore dell’ombra con un sentore d’acqua nitrata
e di gerani feriti da muri d’ombre

il mio tempo è un ingombro infinito di illusioni parallele
e cresce desolato in lontananze irrevocabili

mi raccatto solo
come una radice sotto l’aridità vuota della cenere
come una radice che fu solo fiore verso la notte totale
del cuore e delle sue fenditure

 

*

 

nessuno giunge se non è mai partito
nessuno entra dove serrrame tiene

sui cardini del tuo cuore girano battenti
ormai consunti
e un tutto in disordine affolla l’anima indifesa
uno sparpagliamento nuovo che affaccia
entro questo tempo proditore affondato in una liceità
illimite
barattata per millenni di prigionia in agguato

senza canto sono le sue ore sghembe traboccanti
di ogni abusata insolenza che giunge al corpo dagli occhi
e si ferma all’inguine

tutto decade
come questa notte discinta
depositata in facili alcove di ferito sperma inutile
innalzate in ogni angolo come inluse stanze replicate
di un grande fratello
dove l’intimità raccolta il suono umido e lieve delle parole
il desiderio dietro ogni finestra ogni sguardo abbassato
e l’abbandono accumulato
dopo la lunga trepidazione del cuore?
è il tempo freddo del corpo
questo che ti recinta e divora la tua carne inerte
dove inciampa ogni giorno lo scialo tuo sentire

 

      l’anima mia è affondata sulla soglia proterva
      dell’ignavia
      sullo spartiacque dell’indicibile sfilacciato

      sento in me una nullità di morte obbligata
      una via crucis che arranca senza martirio

      mi sembra di conoscere perfettamente tutto l’ignaro
      come regressione che sorprenda e ghermisca
      il pensare confuso in poco eterno ozioso

      le mie ali rarefatte sono ferme al dubbio e alla corruzione

 

*

 

nulla alligna ed ha sopravvivenza nel dubbio
nella corruzione marcisce anche una fermenta inquietudine
tutto è agonia per chi è grumo di ferma ancipite
e disvalora immiserito nella sua innumera conoscenza
inane

il pervicace uomo
sta sempre vuoto sulle sue ginocchia ferite
da cascame condonato
anche se la sua mente prolifera e dismisura
perché se non nutre un appiglio anche minimo
un corroso raggio crepuscolato di fede
è una ferita colma in poco cereale
ed affonda nei requiem sospesi ad ogni angolo
dietro le colonne d’ercole che faticano sempre in avanti
illusoriamente trascese

non ascolti il tuo chiasso tempo immiserire
nello smaniare ogni evasione
solerte con i suoi riti solidali di oboli-sorpresa
di fiorame lancinante e biglietti da cioccolame scaduto
ma dentro non ricuce il vomito della conclamata epilessia?
non vedi come l’illecito trabocca entro le litanie
sgranate della permissione e ciascuno ha una ragione
innalzata a mo’ di banderuola sopra ogni vento
perché giunga prima il suo sordido ciarpame?

ogni tempo ha tralignato in sperperi oscuri
ma questo tracolla sotto tracotanti scatenati eccessi
sprezzanti d’un pur involontario ravvedersi

salvatevi da questa generazione perversa*
incessante richiamo del prima e del dopo
che spiazza sordamente ogni abusato clamore

(* Atti degli Apostoli, 2, 40;
San Paolo, Lettera ai Romani, I, 16 – 32.)

 

      mi sono sperso come un acclamato trofeo innalzato
      nel tripudio imperante
      come un sole nel punto solstiziale
      volendo essere fiamma invasiva e perenne tizzone
      allo steso modo

      ho taciuto l’ordine inquieto delle ferite domestiche
      le tracce fredde del cuore
      dove rinserrava ogni sperpero ogni amarezza
      ho brancolato nelle ombre di giorni anonimi
      con residenze approssimate
      che elargissero sogni alla mia pena divisa
      ho camminato strade terribili e morti abbondanti
      dietro marce funebri che rantolavano ritmando
      cupamente
      tutto il funesto
      da nord a sud da est ad ovest
      sino a questo fiume povero teso come un lacciuolo
      contro il quale impania la sera e si perde sibilando
      confusa da arnie stellari appena svuotate
      in sistri di protervia nuovi e perversi
      in una interminabile quantità luminescente
      in una frenesia che gira questo universo bindolo

 

*

 

perché prima o poi si giunge al digiuno nuziale
la carne arranca nel suo cadere senza fondo
dimenticata dai palpiti e dal sangue
e affondando sul proprio vigore proclama disillusa
la totale sconfitta

 

***

2 pensieri su “la pula il vento”

  1. Quasi sempre le Vostre proposte sono interessantissime e stimolano la ricerca e la lettura di autori validissimi, alcuni veramente straordinari, che altrimenti passerebbero estinti. In questo caso, purtroppo, leggo il panegirico di un autore non troppo indispensabile, se la sua poesia scomoda Leopardi e la ritmica di Quasimodo, beh mi permetto anche di dire che, pur con tutto il rispetto, forse è il caso di voltare pagina senza troppo rimpianto e con un buon antimuffa.

  2. Nessun problema, Flavio, non abbiamo la pretesa di accontentare tutti, visto che, in buona sostanza, pubblichiamo, e continueremo a pubblicare, solo autori (e testi) che “ci” piacciono e che riteniamo interessanti. Dimarti è uno di questi.

    Nel caso, prova a dare un’occhiata anche ad altre sue opere presenti sul blog.

    Un saluto.

    fm

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