La letteratura come trasgressione e ripetizione

Michel Foucault - La grande étrangère

Giuseppe Zuccarino
Michel Foucault

La letteratura come trasgressione
e ripetizione

     La pubblicazione postuma di lavori inediti di Michel Foucault continua con una piccola raccolta di testi di argomento letterario, La grande étrangère(1). Il titolo è stato scelto dai curatori del volume facendo riferimento a una frase del filosofo, che in un’intervista aveva dichiarato: «In fondo, per le persone della mia generazione, la grande letteratura era quella americana, era Faulkner. È verosimile che il fatto di aver accesso alla letteratura contemporanea solo tramite una letteratura straniera […] introduca una specie di distanza in rapporto alla letteratura. La letteratura era la Grande Straniera»(2). Ciò non toglie che, nella prima fase della sua produzione, e in particolare negli anni Sessanta, Foucault abbia dedicato un’estrema attenzione all’ambito letterario, salvo poi diradare i testi su questo argomento negli ultimi decenni della sua esistenza. Non a caso, gli scritti ora proposti appartengono al periodo 1963-1970.
La prima delle tre parti in cui si presenta suddiviso il volume comprende trascrizioni da un ciclo di emissioni radiofoniche che Foucault aveva curato nel 1963 sul tema Les langages de la folie. Delle cinque puntate della serie, i curatori ne hanno selezionato solo due, la seconda e l’ultima, ritenendole più direttamente connesse alla letteratura.  L’una ha per titolo Le silence des fous. In essa, il filosofo sostiene che la nostra cultura ha sempre cercato di mantenere la follia a distanza. E poco importa se, sul piano letterario, lo ha fatto ricorrendo al comico o, in casi più rari, al tragico. Quest’ultimo procedimento è ben visibile nel Re Lear shakespeariano ma, secondo Foucault, lo si ritrova anche nel Don Chisciotte di Cervantes, in particolare nel fatto che il protagonista, percepito come pazzo dagli altri personaggi del romanzo, ci viene mostrato come se fosse sempre sul punto di prendere coscienza della propria follia. Tuttavia non è affatto un caso che il rinsavimento di Don Chisciotte avvenga solo all’ultimo istante, quello che precede il decesso: «La follia e la coscienza della follia sono come la vita e la morte. L’una uccide l’altra. La saggezza può sì parlare della follia, ma ne parlerà come di un cadavere. La follia, di fronte, rimarrà muta, puro oggetto per uno sguardo divertito»(3).
Anche se, nel Seicento e Settecento, sul piano della realtà sociale si procedeva in maniera drastica, mettendo in atto quel «grande internamento» che in Europa ha portato all’arresto di molte migliaia di persone considerate devianti, incluse gli eccentrici e i folli(4), il mondo della cultura amava giocare sull’esitazione tra ragione e sragione. Un bell’esempio di ciò ci viene offerto da Le neveu de Rameau, opera in cui Diderot fa riferimento a un personaggio realmente esistito, del quale riferisce i discorsi spregiudicati e descrive l’insolita capacità di imitare una serie di brani tratti da opere musicali diverse, saltando di continuo da una voce all’altra o da uno strumento all’altro e immedesimandosi nell’esibizione mimico-vocale al punto da perdere la coscienza di sé.
Una condizione sospesa tra ragione e pazzia può persino riguardare lo scrittore stesso, che proprio per questo motivo, attraverso le sue opere e il suo comportamento, riesce ad esercitare sugli altri un’azione destabilizzante. Ciò vale nel caso di Sade, e non a caso lo ha condotto a subire vari decenni di incarceramento. È sintomatico il fatto che, mentre egli era recluso nel manicomio di Charenton, uno dei suoi medici scrivesse al ministro di polizia allo scopo di far notare che Sade si trovava nel posto sbagliato, essendo non un pazzo bensì un individuo immorale e vizioso; per questo motivo, il medico lo giudicava una minaccia per il buon funzionamento dell’istituzione manicomiale. In tempi più recenti, un’analoga azione perturbante è stata esercitata da Artaud, che fin da giovane si è mostrato capace di descrivere, nelle lettere indirizzate a Jacques Rivière, il disagio psichico che ostacolava, e nel contempo animava, il suo desiderio di espressione. In Artaud, osserva il filosofo, si ravvisa «una sorta di vuoto centrale, quel vuoto fondamentale in cui le parole mancano, il pensiero viene meno, erode la propria sussistenza, sprofonda su se stesso.  Ed è lì, in quell’impossibilità di parlare, di pensare, di trovare le parole, che la follia, nella nostra cultura, ritrova il suo supremo diritto al linguaggio»(5). Ciò spiega la circostanza paradossale per cui Rivière, direttore della prestigiosa «Nouvelle Revue Française», rifiuta le poesie di Artaud ma in compenso accetta di pubblicare le lettere in cui quest’ultimo spiega ciò che gli impedisce di dare ai propri testi la forma voluta.
L’altra emissione radiofonica scelta dai curatori verte su Le langage en folie. Il titolo allude allo stretto rapporto che esiste tra pazzia e linguaggio. La possibilità di parlare è anche quella di mostrarsi irragionevoli, di scivolare nel delirio. Ciò vale persino nel caso in cui la follia rimanga muta: «Per esempio, adesso si sa che il perseguitato che sente delle voci, le pronuncia egli stesso. Ha effettivamente l’impressione che provengano dall’esterno, ma in realtà un apparecchio di registrazione fissato al livello della sua laringe basta a dimostrare che le voci le ha pronunciate lui. Cosicché le minacce che ascolta, da un lato, le ingiurie o le lamentele con cui risponde, dall’altro, sono solo le fasi, o le frasi, di una stessa trama verbale»(6). Secondo Foucault, l’importanza assunta ai nostri occhi dal linguaggio della follia, e dal linguaggio in generale, deriva dal crollo della fiducia nei sogni di liberazione e di «disalienazione» dell’uomo, cui si unisce la morte di Dio. Il possibile ci appare ormai legato ai segni verbali, piuttosto che alla storia, alle istituzioni o alle credenze fideistiche.
La strada che va dalla follia al linguaggio letterario può anche essere percorsa in senso inverso: «Le parole, i loro incontri arbitrari, la loro confusione, le loro trasformazioni protoplasmiche, bastano a far nascere tutto un mondo, nel contempo vero e fantastico»(7). Per esemplificare questa sorta di mite impazzimento del linguaggio, Foucault cita un ampio brano da Biffures di Michel Leiris, libro in cui l’autore mostra come, nell’infanzia, il semplice fraintendimento di alcune parole o espressioni gli avesse aperto la strada per le più bizzarre e immaginose fantasticherie. Un tale percorso di scrittura, tramite passerelle costituite da vocaboli fonicamente simili, non rappresenta una tentazione solo per i contemporanei. Il filosofo ricorda infatti il testo in rima d’uno scrittore settecentesco non certo famoso, Pierre Antoine Augustin de Piis: quest’ultimo, seguendo l’ordine alfabetico, associava la A ad Adamo, la B al bambino, ai baci, ai bonbon, la C alla cantina, alla camera, al cannone, e così via. Se questo ci appare come un ingenuo gioco letterario, lo stesso non può dirsi delle opere di Jean-Pierre Brisset, uno studioso di grammatica che, nel secolo successivo, aveva elaborato teorie deliranti usando come metodi di dimostrazione le paretimologie e gli accostamenti di vocaboli in base al suono. Nei suoi scritti, Brisset raggiunge nel contempo effetti di comicità involontaria e di stranezza inquietante, sconfinando a tratti palesemente nella follia. Foucault si mostra affascinato da questo autore che, «scuotendo le parole come una raganella ostinata, ripetendole in tutti i sensi, strappando loro armoniche derisorie ma anche decisive, ne fa nascere, con una sorta di dilatazione mostruosa, delle favole, favole in cui si riassume tutta la storia degli uomini e degli dèi, come se il mondo fin dalla sua creazione non fosse nulla più di un gigantesco gioco di parole»(8).
I letterati contemporanei cercano nuovi approcci ludici al linguaggio, sia che ai vocaboli prevedibili ne sostituiscano altri all’interno di conversazioni banali, creando così uno spostamento di senso dotato di valore umoristico, alla maniera di Jean Tardieu in La Comédie du langage, sia che fingano di estrarre dalle parole stesse altre parole, fonicamente simili, che possano servire a definirle. È quanto, con finezza poetica, fa Leiris in testi come Bagatelles végétales, dove leggiamo ad esempio: «Âme, mal amical, lac à l’écume immaculée» (Anima, male amichevole, lago dalla schiuma immacolata), oppure: «Cadavres: cadres et canevas en vrac, carcasses à crasse, cortège et sortilèges de cartilages» (Cadaveri: telai e canovacci alla rinfusa, carcasse da sporco, corteo e sortilegi di cartilagini) (9). È vero che la somiglianza fra i procedimenti adottati dagli scrittori e certi rituali degli ossessivi o certi scarti verbali degli schizofrenici non devono indurci ad avvicinare troppo letteratura e follia, ma secondo Foucault resta possibile sostenere che «la nostra epoca ha scoperto – e in maniera quasi simultanea – che la letteratura, in fondo, era solo un fatto di linguaggio e che la follia, da parte sua, era un fenomeno di significazione. Che l’una e l’altra, per conseguenza, giocavano con dei segni, con quei segni che si prendono gioco di noi»(10). […]

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Il testo di Giuseppe Zuccarino
è leggibile integralmente in
Quaderni delle Officine,
Vol. XXX, Giugno 2013.
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Note

(1) M. Foucault, La grande étrangère. À propos de littérature, Paris, Éditions de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales, 2013.
(2) M. Foucault, La fête de l’écriture (1975), in Dits et écrits, I, Paris, Gallimard, 2001, p. 1602.
(3) La grande étrangère, cit., p. 35.
(4) Di questa segregazione degli «irregolari» (che è stata una pratica non effimera, visto che è durata un secolo e mezzo), Foucault ha spiegato le modalità in una celebre opera, Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, Plon, 1961 (tr. it. Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 2011).
(5) La grande étrangère, cit., p. 44.
(6) Ibid., p. 53.
(7) Ibid., pp. 55-56.
(8) Ibid., p. 62. Il filosofo ha dedicato a Brisset due testi: Le cycle des grenouilles (1962) in Dits et écrits, I, cit., pp. 231-233 (tr. it. Il ciclo delle rane, in «Arca», 3-4, 1998, pp. 85-87) e Sept propos sur le septième ange (1970), ibid., pp. 881-893 (tr. it. Sette discorsi sul settimo angelo, in «Arca», 19, 1994, pp. 7-17).
(9) M. Leiris, Bagatelles végétales, in Mots sans mémoire, Paris, Gallimard, 1969; 2001, pp. 120-121.
(10) La grande étrangère, cit., p. 69.
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4 pensieri riguardo “La letteratura come trasgressione e ripetizione”

  1. Non c’è che dire: la scrittura è una grande libertina sul corpo sacro bianco vuoto della letteratura
    e allora via con gli atti, con le quattro negazioni(così come i libertini di Sade che negano l’esistenza di Dio, dell’anima, del crimine, della natura):
    «… rifiutare la letteratura degli altri; in secondo luogo rifiutare agli altri il diritto di fare letteratura, contestare che le opere altrui
    siano letteratura; in terzo luogo rifiutare, contestare a se stessi il diritto di fare letteratura;e infine, in quarto luogo, rifiutare, nell’uso del linguaggio letterario, di compiere o dire altro che l’assassinio sistematico, totale, della letteratura».

    Molto bello questo “quaderno”, un gran Quaderno
    belli, anche in questo contesto, i “segni che si prendono gioco di noi”, bella la rilessione dell’opera nel tempo spazio

    Grazie Giuseppe Zuccarino, Francesco Marotta, Dimora tutta

    ciao!

  2. Consiglio la lettura completa dell’articolo di Giuseppe, che è illuminante. Come sottolinea Margherita, è affascinante il discorso delle quattro negazioni: alla fine, la letteratura è un atto violento e possibile, intransigente, sempre nuovo rispetto al passato. Ogni opera autentica che esiste ha il dovere di lottare contro le opere precedenti per affermare la sua voce. Se non c’è lotta, non ci sono neppure opere che cambino il corso del pensiero. E se è vero che “la follia è muta”, è vero che molte delle grandi descrizioni del fenomeno follia, dalle esperienza di Hölderlin a quelle di Celan, sono vicine a quel silenzio, o almeno lo rispettano senza imporgli nessuna logica arbitraria. Foucault, comunque, libera lo spirito. Grazie a Giuseppe, a Francesco e alla Dimora.

  3. una bellissima lettura, proprio oggi avevo ripreso in mano un altro libro di Foucault, Il coraggio della verità, per presentarne una istantanea. Postuma, come opera, sembra non voler tralasciare un discorso che spesso ha ripercorso, nell’ultima parte della sua vita, con la morte a fianco, come referente e testimone. fernanda f.

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