Estensione della notte

Mario Giacomelli - La notte lava la mente

Viviane Ciampi

Bella lezione inebriarsi d’autunno
senza l’ansia di odiare la pioggia.
E tu, abitante della zona
che animale sei
se non guardi, non ascolti.

 

Antologia poetica

 

pioggia
o schegge
o tempeste di fango
gambe casuali esposte al sole
una briciola il mattone il definibile

perché la volta che non ricordi
e l’atto mancato
e il furbo e il furto

chi deturpa l’essere
chi lo consuma

segatura d’indizi non fu mai una prova

è questa materia che crea la trama

 

pluie
ou débris
ou tempête de fange
jambes de hasard en pâture au soleil
une miette une brique le défini

pourquoi le jour d’aucun souvenir
et l’acte manqué
et le gueux et le vol

qui entaille l’être
qui l’appauvrit

sciure d’indices jamais ne fut une preuve

c’est cette matière qui engendre la trame

 

*

 

Quel che accade lo sai.
Ma non puoi dire
quel che non accade
e tuttavia ti sfiora
nella più immane accelerazione.

Ciò che non accade
pure a lontana distanza piega l’erba
spenna i petali
fa deviare i rettili.

 

*

 

È mutato il clima.
                  Metti tutta la pioggia da un lato
non nella mano ad anfora come sempre.
Cento occhi nella testa, occhi d’animale
niente può interrarli.
Ti regali un rimedio
con – qui e là – la parola.
Non la parola a briglia sciolta
e neppure come miele ribelle
per superare il trauma.
Poi, vigliaccherie grandezze
ramificate inquietudini.
Belle manovre nell’insieme!
L’usignolo suona il tamburo
e il mondo la grancassa.
Le trombe della promozione
stonano da tempo.
Perché digrigni i denti?
Ogni cosa entrando nelle ossa
ti ferisce
ti spacca in due.
talvolta ti rinnova.
Resta e resterà quello che desideri.
Posa
– se puoi farlo –
le piume della fuga.

 

*

 

Passo efficiente
volo d’un antipensiero. È fatta.
Tra poco rinnoviamo il folle apparire
che appartiene a questa specie.
Testa vuota
– un vuoto attivo –
ma esattamente fuori senno.

 

*

 

Quindi, ciò che è stato è stato
non cerchiamo un riparo.
Parliamo di qualcosa
che non abbia peso
che non risuoni
che non lasci traccia.
Aboliamo pure
le metafore epifaniche
tanto in pelle d’aria
da qualche parte arriviamo.
             E ora, avanti,
regaliamo l’ortica
cogliamo il respiro dell’oblio.
A meno che per caso
non incrociamo
quella certa musica.

 

*

 

In quanto a me
penso di aderire
a questo recinto
al granaio della mente.
Persino all’aspra mela del giardino di Eden.
Non accumulo tesori.
Non affilo spade. Non reclamo.
E il combattimento corpo a corpo
col sonno letale m’induce
a fare la mia parte
a nominare l’avara luce
a posare la fronte
su questo cristallo metafisico.

 

*

 

La vastità della ferita
è inclusa nelle tre domande primordiali.
L’immobilità fa male, oppure
non si addice a questi giorni.
Qualcosa avviene nel quadrante
tra la lingua e la gola
tra la veglia e il sonno.
Rossoverdi nubi, eccole
come irrompono svelte
mentre la piccola noce dell’ego
cade e si disgrega.

 

*

 

Bella lezione inebriarsi d’autunno
senza l’ansia di odiare la pioggia.
E tu, abitante della zona
che animale sei
se non guardi, non ascolti.

 

*

 

ESTENSIONE DELLA NOTTE

Tutto muore dell’insistenza a stare immobili.
Tutto muore.
Le parole specialmente,
che hanno soluzioni micidiali.
Tutto scompare in un dialogo mancato,
a corpo morto, nella lava,

                                        come se.

 

*

 

Metti un vestito.
E sopra il vestito un altro vestito.
Non dire della tua nudità
delle nubi del viaggio.
Guarda com’eri e come sei.
           Ora tiri il lenzuolo sopra di te,
lo tiri fin dove arriva.
Il sole ha visto
la gente ha mormorato
gli alberi hanno allungato le dita.
Avrai una stanza tua,
ricordati di cantare.
Non temere più niente ora.
Va tutto bene.

 

*

 

Le parole cadono.
Le parole cadono nel nulla
o annegano nella pesantezza,
non vi è la giusta misura.
Come stare dentro noi stessi
nascondendo i peccati mostrando i denti?
Talvolta diciamo
sono a un punto morto rivolti
a un sole lattiginoso.
Talvolta scriviamo
sono a un punto morto
a noi, unico lettore.
Un silenzio di fiori crudi
ci rende semplici.

 

*

 

Hai le braccia fluide
fissi tutto con freddezza
e io qui
resto al limite della sabbia
seguendo e non seguendo il tuo movimento.
Il mare alza la cresta, lo sai,
nel mio lungo sogno libero.
Accade sempre quando mi siedo nel
silenzio di ghiaccio
a leggere il libro dell’ore.
Non so ciò che è grigio.
Ogni giorno mi ferisco
per poi guarire.
Oh mai abiterò
il tuo non respiro.

 

*

 

Vi è un solo fiore sul prato
un solo albero.
Sulla collina, un solo cavallo.
Un pezzo di terra immobile
un solo cavallo.
Un montone nero da leggenda
e un solo cavallo.
Un certo tipo di briciole
lasciate da un solo albero.
La sagoma di un cieco sulla zattera
che finge di guardare una bussola.
Una lucciola. Una. Che dà il senso.
Vi è l’orecchio attento che ascolta
la masticazione della terra.

 

*

 

Tu guarda come la sera ti fa a pezzi:
una ventata improvvisa aspira la vastità.
Corpi
pianeti
cascate di lingue
anni di domande poste male.
Intravvedi stelle disattente la deriva dei sentimenti
il lungo libro dei no.
Il male e l’assurdo
sono entrati nella stanza
con l’insidia di un respiro
e perfino strisciando un poco.
Ora torni in te, profondamente, sì,
senza margine d’errore.
Non hai l’aria franante di chi
per un attimo s’era allontanato.
Puoi affondare di nuovo
nel cuscino con la schiena.
Il tiglio del giardino cambia pelle
come si addice alla stagione.
A posto, dunque, ogni cosa.
Eppure, di tutti i suoni del mondo,
la musica è assente.

 

*

 

Le vie. La sete che hanno.
Da prendere come lingue d’un viaggio orizzontale.
Vie di polvere appena respirate
chi potrà dirne peste e corna?
Ma si prende la piega
dell’urlo dall’interno.
A battere il capo scende dentro un suono
una piccola eco
una minima musica che perturba.
Quell’andare venire attorno a un punto centrale
quel lungo camminare nell’indefinibile

perdura.
            Gli uomini hanno gridato
per niente negl’ingorghi,
mai del tutto sganciati dal metodo.
Qui rimangono, nel pericolo o comunque
dalla parte dove l’inquietudine s’annida.
A volte fermi davanti agli artisti di strada
ma pochi pochissimi imitano il mimo.
Il silenzio può attendere non è lui
il grande dittatore del tempo.
                     Uomini al bivio, lì sono, saranno,
per qualche colpa maledetta.
Volti in ombra. Fuori dove è già futuro,
in pochi ad amare.
Aspettano un segnale nelle carte da gioco.
Occasionalmente naviga lo spirito sulle alture.
Occasionalmente lo sguardo radioso vi ci arriva.

 

*

 

DA PRONUNZIARE ENTRAMBI

Verso dove i passi
le nostre mani.
Giorni notti
che dividemmo.
Furore,
l’ardente dono.

Accadeva in mezzo ai venti.

 

*

 

PIENEZZA DELL’ATTIMO

          Quand je danse, je danse
          Voltaire

Se danzo
danzo

non sto bocconi
immobile nella stanza

se dormo
dormo

e non parlo alla luna
e non cambio stanza.

 

__________________________
Nota biobibliografica

Viviane Ciampi è nata in Francia (Lione) nel 1946. Vive a Genova dal 1967. È cofondatrice della rivista d’arte e cultura on line Progettogeum e redattrice di Fili d’Aquilone on line. Ha tradotto vari saggi dal francese di Bernard Noël, poi apparsi sulla rivista di Donatella Bisutti “Poesia e Spiritualità”, e per la rivista annuale di Jacques Darras e Jean Portante “Inuits dans la Jungle”, Ed. Le Castor Astral, un’ antologia delle poesie di Alda Merini. Ha curato e tradotto l’antologia “Poeti del Québec”, Ed. Fili d’Aquilone 2011. Collabora, dal 1998, come traduttrice da e per il francese al Festival Internazionale di Poesia di Genova e a Alliance Française della stessa città. Ha pubblicato: Domande Minime Risposte, Ed. le mani 2001; La quercia e la memoria, Ed. Il ponte vecchio 2004; Pareti e Famiglie, Ed. Liberodiscrivere 2006; Inciampi, Ed. Fonopoli 2008; Le ombre di Manosque, Ed. Internòs 2011; Scritto nelle saline, di prossima pubblicazione per Ed. Genesi. Dirige la collana di poesie “Stelle vagabonde” per le edizioni Internòs, di Chiavari. Ha partecipato come rappresentante Francia/Italia al festival Voix Vives de Méditérranée en Méditérranée (Sète) sia come traduttrice sia come poeta.
__________________________

 

***

6 pensieri riguardo “Estensione della notte”

  1. Una poesia fluida, ondivaga, surreale, questa di Viviane Ciampi. Suggerisce una svagata distrazione, un antipensiero, spesso è un filo tragico teso, una corda in equilibrio, poliritmica. Come nella bella “Estensione della notte”, che termina in “come se”. Grazie a Viviane e a Francesco.

  2. Grazie, Marco, mio primo lettore, ancora una volta in veste di attenta sentinella a cui nulla sfugge. Ti accompagni sempre quella tua acidula frenesia notturna. Viviane

  3. …Un linguaggio poetico che arriva al cuore come il rifrangersi delle onde sugli scogli. Ci si bagna ma si sente un profondo ristoro. I pensieri ringraziano per le nuove riflessioni. Sublime.

  4. bellissime queste poesie di Viviane Campi, un’autrice singolare e multiforme : poeta, saggista, traduttrice e attrice e sempre di alto livello qualitativo in tutto quello che fa, e sempre… “fuori” dai “giri” letterari…
    Grazie di cuore a Francesco per questo dono
    lucetta

    1. Oh Lucetta, non preoccuparti: anch’io, a furia d’essere multiforme m’inciampo – come sai – spesso e volentieri. Grazie di esserti “penchée” sui miei scritti.

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