L’alba sulla città

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Aldo Barbina

L’alba sulla città di Aldo Barbina è un libro piccolo ma prezioso, un flusso che attraversa Udine fra gennaio e giugno del 1945, raccontando di un ragazzo e della sua complicità con il padre partigiano che verrà arrestato dai nazisti e poi deportato, di una famiglia numerosa che fra gli stenti vive gli ultimi mesi della guerra attendendo la liberazione. Mentre il conflitto che va finendo non risparmia alla città le sue ultime tragedie, l’undicenne Michi impara il dolore e il coraggio, diventa uomo in alcuni momenti ma resta il bambino bisognoso della madre in altri, è capo di una banda di ragazzi che alternano bravate a gesti che si rivelano atti di vera e propria resistenza. Un libro leggero nella lettura, angoscioso e al tempo stesso ironico, che con una nitidezza disarmante e una partecipazione autobiografica apre una finestra su come la storia si concretizza nei viali, nei prati e nei cortili. Per chi come me, e immagino molti di noi, non ha vissuto questa pagina, valga l’epigrafe del libro:

Ai miei figli Daniele e Fabio
perché in voi ci sia memoria
di un tempo che non avete
conosciuto. Il nonno a Dachau
era un triangolo rosso, numero 142137.

La memoria, per fortuna, passa anche attraverso romanzi come questo. (ft)

 

L’alba sulla città

 

Papà era preoccupato. Si era accorto che qualcuno lo se­guiva. Erano in due o tre, sempre quelli anche se si davano il cambio, c’era poca gente nelle strade ed era facile individuarli. Lo seguivano a distanza di cento metri, quando partiva da casa in bicicletta. Quando entrava in centro città, il primo scompariva e si inseriva il secondo. Il terzo era di posta vicino al suo studio e ne controllava per ore l’entrata, fingendo d passeggiare. Non era lì, naturalmente, che papà si incontrava con i suoi, ma ormai sapeva che era stato scoperto e se non l’arrestavano subito era soltanto perché volevano trovare gli altri. L’unico posto che sembrava sicuro era il Tempio. Così aveva preso l’abitudine di andare ogni giorno alla messa delle sette. Un fervente cattolico poteva in quei tempi di dolore cercare rifugio nella fede. Gli uomini che lo seguivano non entravano in chiesa, eppure avrebbero potuto, lo aspettavano fuori, qualche volta anche in tre, per controllare le tre uscite Si inginocchiava sul banco più defilato vicino alla porta del sacrestia, e a metà messa scompariva. Aveva pochi minuti, ma dovevano essere sufficienti. I due cappellani don Franco e don Mario o uno solo se l’altro era impegnato, lo aspettavano in una piccola stanza dietro la sacrestia, nascosta da grandi mobili di legno massiccio che contenevano le tovaglie, i paramenti sacri, le ampolle per l’acqua e il vino e le ostie da consacrare.
Il Tempio Ossario, enorme, conservava i resti di venticinquemila morti della prima guerra mondiale e aveva cunicoli, anse, loculi vuoti, una grande cripta dove d’inverno si diceva la messa e soprattutto un complesso di scale, corridoi, depositi attorno alla grande cupola di rame. In uno di questi c’era un’imponente testa in gesso del Duce, mascella quadrata, sguardo fisso al grandioso futuro dell’Italia imperiale. Come fosse arrivato fin lassù era un mistero, perché le vie di accesso erano troppo strette in quella aerea catacomba.
Papà parlava rapidamente con i due cappellani, ci sono due feriti, avvertite il medico, una staffetta da nascondere,  questi messaggi da trasmettere. Quanti ne avete nella cupola? Sei? Bisogna spostarli prima che facciano una perquisizione. Le armi? No, quelle si possono nascondere meglio nei loculi, si staccano le lapidi, si nascondono le pistole, le cartucce, gli sten, le bombe a mano, l’esplosivo, poi si risistema tutto. Sono venticinquemila. Chi le trova? Così i resti del caporalmaggiore
Giacinto Buzzi, morto sul Carso il 17 aprile 1916, avrebbero avuto un carico di bombe a mano a fargli compagnia, il soldato Anacleto Driussi, morto nel dicembre 1917 sul Grappa, avreb­be avuto due pistole e uno sten.
Papà usciva, la messa era finita, faceva il segno di croce, si assestava il cappello. Ne vedeva uno. Ma sapeva che gli altri erano vicini, non poteva girare la testa a cercarli. Era un bravo cristiano che usciva dalla prima messa del mattino e non aveva nulla da nascondere. Di notte vedeva attorno a casa altre per­sone che continuavano il controllo.
—    Ma tu, gli aveva chiesto la mamma, non pensi ai rischi che corri? e corriamo tutti, con te, siamo in dieci adesso, se ti arrestano io cosa faccio?
L’aveva abbracciata. Sarebbe stato bello dire, d’accordo, adesso basta, il gioco è troppo pericoloso. A fatica, parola per parola, le aveva spiegato.
—  No, Anita, non posso. È troppo tardi. Non si sfugge a una guerra nascondendosi. Quando inizi una battaglia devi an­dare fino in fondo, dietro di te ci sono altri uomini, non li puoi abbandonare.
—  Quindi non puoi proprio?
—  No… e poi c’è un’altra cosa. Voglio che i nostri figli cre­scano liberi. Ma sono sicuro che Dio ci assisterà.

 

***

 

Era partito al solito alle sette e trenta per andare a scuola, con la cartella, un panino con formaggio e il piccolo sacco di iuta che conteneva il pezzo di legno per la stufa. C’era freddo, luce grigia e nevischio. La casa era stata circondata. Soldati te­deschi con il mitra e un borghese con la pistola. Papà li aveva visti arrivare. Aveva pensato da tempo a prepararsi una via di fuga, tagliando la rete di recinzione in fondo all’orto. Ma là c’e­ra un soldato con il mitra, se avesse tentato di fuggire avrebbe sparato. Era rientrato in camera a baciare la mamma, immobi­lizzata da una flebite, vedrai che torno, le aveva detto e aveva fatto una carezza ad Andrea che le dormiva a fianco, gli altri baciali tu, Anita mia. Lei lo guardava e piangeva in silenzio. Su, coraggio tesoro, ce l’abbiamo sempre fatta, ce la faremo anche stavolta. La guerra sta per finire.
Si era accostato alla finestra, i soldati erano fermi con il mitra pronto e il borghese dava ordini. Papà era uscito dalla camera.
—    Esterina, aveva detto alla tata che lo guardava spaventa­ta, prendi queste carte, e intanto con furia le estraeva dalla sua cartella di professionista, vai in bagno, strappale subito e falle sparire nel water. Poi si era rivolto a Maria, la primogenita, che avendo quattordici anni era grande. Devi andare appena pos­sibile nel mio archivio, lo conosci. Nel terzo scaffale, ci sono le pratiche del 1934. Nell’ultimo faldone a sinistra c’è una busta: Fallimento Minisini. Devi portarla via a tutti i costi e poi bruciarla. Qualcuno aveva spalancato il cancello che dava sulla strada e picchiava sulla porta d’ingresso gridando, aprite o spa­riamo. Devi distruggerla, assolutamente, aveva ripetuto papà, poi le aveva fatto una rapida carezza. Adesso, con la mamma ammalata sei tu il capofamiglia.
—    Per l’ultima volta aprite o spariamo, gridava una voce all’esterno.
Esterina si era chiusa nel bagno. Papà gridava, non spara­te, scendo ad aprire. In quel momento la porta si era spalanca­ta per un calcio violento e soldati con il mitra e l’elmetto inva­devano la casa. Papà pallidissimo aveva alzato le braccia.
—  Spalle al muro e non ti muovere, aveva urlato l’uomo in borghese con la pistola in pugno. Papà aveva obbedito.
—  Non sono armato, diceva.
—  Meglio verificare, aveva risposto il borghese e aveva or­dinato a un soldato di tenere papà sotto tiro. Messa in tasca la pistola, lo aveva perquisito attentamente.
—  Adesso stai fermo lì mentre diamo un’occhiata alla casa.
Nel bagno la tata strappava fogli più rapidamente possibi­le, in pezzi piccoli perché non intasassero lo scarico, poi tirava la catenella. I tre figli ancora in casa, Maria, Lena, Lele, si era­no addossati al letto della mamma che teneva in braccio Andrea. I militari entravano nelle camere rovesciando a terra i cassetti della biancheria, ribaltando i letti, sfondavano i materassi con la baionetta, camminavano su camicie, lenzuola, pan­taloni, coperte, cravatte e fazzoletti con gli stivali sporchi di ne­ve e di fango. L’uomo in borghese gridava ordini in tedesco, i soldati continuavano la loro ricerca di armi e documenti. Dalle camere erano passati alla cucina buttando a terra pentole e po­sate, piatti e bicchieri, in tinello avevano continuato la sistema­tica distruzione in un mare di cocci scricchiolanti. Alzavano i tappeti, battevano sulle pareti per individuare eventuali nic­chie nascoste, rovesciavano la piccola riserva di legna posta a fianco della stufa, cercavano nella cenere sparpagliandola con le mani, staccavano i quadri dalle pareti, stracciando la carta sul retro. La gatta Pippa miagolava disperata cercando una via di fuga.
Avevano risparmiato soltanto il letto della mamma che stringeva al petto il piccolo, circondata dal gruppetto dei figli che guardavano tremando la devastazione della casa. Papà era adesso seduto su una sedia, davanti a lui un soldato con il mi­tra imbracciato e il dito sul grilletto. Dal bagno veniva lo scro­scio ripetuto dello sciacquone. Un altro soldato se ne era ac­corto e con una spallata aveva spalancato la porta. Esterina aveva appena finito di eliminare i documenti e stava fingendo di riassestarsi la gonna. L’aveva guardato con aria indignata, oh ben siòr, non si può neanche andare al cesso. Il tedesco spingendola da parte aveva guardato nella tazza, c’era solo ac­qua. E tu chi sei? aveva chiesto l’italiano. Siòr, sono la massarie [domestica]. Allora vai in cucina e non ti muovere di lì. Aveva sbrai­tato ancora ordini in tedesco, sembravano latrati.
Papà immobile sulla sedia diceva che no, non sapeva nulla, non comprendeva perché gli stavano spaventando a quel modo i bambini, la moglie ammalata e gli devastavano la casa. Un soldato era tornato in cucina urlando in tedesco alla tata che non poteva capire. Pippa che aveva continuato a miagolare di spavento ed aveva sporcato di cacca il pavimento, tra fram­menti di piatti e bicchieri, a quell’urlo era saltata contro un ve­tro, era ricaduta a terra e con un secondo balzo aveva sfondato il foglio di giornale con la parola machiavellismo, scappando in giardino.
Non avevano trovato documenti o armi o esplosivi, anche se avevano rovistato dappertutto, cercando nascondigli nel pavimento e nel soffitto.
Papà era sempre seduto sulla sedia con il tedesco che gli puntava il mitra.
— Dov’è la lista? Fuori la lista! gridava l’italiano.
Papà ripeteva, non so di che lista parlate, non ho nessuna lista, ve lo giuro sui miei bambini.
Avevano razziato la bici di papà, una macchina fotografica, la radio, una bottiglia di liquore, l’orologio d’oro della mamma, un maglione di lana, un paio di scarponi, uno zaino, guanti e passamontagna e una coperta badoglio. I capi di vestiario erano stati preparati da papà che, sentendo imminente il suo arresto, aveva deciso di rifugiarsi al comando della divisione Osoppo nella malga di Porzús.
Dopo tre ore di urla, disordine, dita sporche sulla bianche­ria, sulle pareti bianche, fango, intonaco a terra sui pavimenti, la casa violata in ogni suo angolo, se ne erano andati. Papà, a cui era stato consentito di indossare cappotto e cappello, ma non di salutare la mamma perché poteva trasmetterle informa­zioni segrete, era uscito preceduto da due tedeschi col mitra imbracciato, dietro a lui l’italiano con la pistola e dietro ancora gli altri tedeschi che erano rimasti di guardia all’esterno.
In silenzio, piangere non serviva a niente, la tata con Maria che era in casa perché andava a scuola nel turno pomeridiano, avevano iniziato a riordinare la devastazione.
La mamma era immobilizzata a letto. Il piccolo dormiva tranquillo, i bambini possono passare talvolta, innocenti e inconsapevoli, attraverso i momenti più atroci della vita. Si chie­deva disperata cosa poteva fare. Era sola, in quell’inverno di angoscia, miseria, guerriglia, bombardamenti, con un marito in carcere, sette figli e una tata ai quali doveva provvedere. Anita non puoi lasciarti andare, non hai tempo per compian­gerti. Aveva alzato gli occhi al crocifisso sopra il letto e aveva pregato.
—    Tu vedi. Dammi la forza di resistere, almeno fino a quan­do Beniamino tornerà. Salvalo tu. Aiutami, ti prego. E se non ti è possibile facci morire tutti insieme. Verremo cantando a salutarti.
—    Ma no, siòre paròne, aveva detto la tata trovandola in cu­cina, deve tornare a letto.
—    No, Esterina, dammi una mano, dobbiamo farcela. Maria si era rivolta alla mamma.
—    Papà mi ha detto di andare assolutamente nel suo ufficio a prendere una busta.
Anita si era fermata appoggiandosi al tavolo della cucina e aveva chiuso gli occhi cercando di non badare al dolore. Maria era una ragazzina, era per lei un’impresa troppo rischiosa. Se la trovavano con i documenti nascosti avrebbero ucciso lei e tutti loro. Ma se papà le aveva affidato il compito della distru­zione di quelle carte, da esse doveva dipendere la vita di molte persone.
—  Fa come ti ha detto papà, ma se vedi che in ufficio c’è qualcuno vieni via immediatamente. Io pregherò finché non torni.

 

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Aldo Barbina, L’alba sulla città
Udine, gennaio-giugno 1945

Treviso, Santi Quaranta, 2008
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