A Nord del futuro

kaminsky

Ilya Kaminsky

Ilya Kaminsky è nato a Odessa, nell’ex Unione Sovietica, nel 1977, e si è trasferito negli Stati Uniti con la sua famiglia a cui venne concesso l’asilo politico. Il suo libro d’esordio, Dancing in Odessa, venne pubblicato negli Stati Uniti nel 2004 da Tupelo Press; dalla prima sezione di questo libro, dal titolo omonimo, sono tratte le poesie proposte in seguito.
La scrittura di Kaminsky colpisce immediatamente per la fantasia e per l’ariosità delle immagini e dei temi proposti. A volte incredibilmente allegra e sognante, altre triste o densa di orrore, la scrittura oscilla di continuo fra continui cambi di scena, aperture, ironia, dolcezza. Se però fosse tutto qui, se dovessimo fermarci alla vitalità contagiosa di questa poesia, potremmo forse parlare di un autore estremamente promettente. Ilya Kaminsky dimostra invece la propria maturità – per quanto si tratti di un autore giovane – in quanto realizza una profonda simbiosi fra capacità evocativa, esperienza personale e vissuto condiviso: il suo percorso di esule (si trasferì infatti negli Stati Uniti nel 1993) diventa così voce di una dolorosa vicenda che appartiene a molti. E’ vero che sono sue le immagini che riaffiorano attraverso le parole, secondo una logica che non sembra più strettamente temporale, così come accade nell’atto di ricordare; ma al tempo stesso i versi delineano l’affresco di una città lontana, “che non appartiene ad alcuna nazione / ma a tutte le nazioni del vento”, popolata da uomini e donne la cui dignità sembra in qualche modo soffocata dall’oblio. Kaminsky parla per coloro che sono morti affinché la loro non sia una resa definitiva e chiede, invoca di poterlo fare con le parole giuste, quelle “che continuano a risorgere ogni volta che vengono raccontate”. Ecco allora che la sua voce diventa quella di una collettività, e Dancing in Odessa una testimonianza che vive di luce propria, quella a cui l’autore può dire “Piccolo libro, vai verso la città senza di me”.

(La traduzione è di Francesco Tomada,
con la preziosa revisione di Anna Lombardo.)

 

***

Author’s Prayer

If I speak for the dead, I must leave
this animal of my body,

I must write the same poem over and over,
for an empty page is the white flag of their surrender.

If I speak for them, I must walk on the edge
of myself, I must live as a blind man

who runs through rooms without
touching the furniture.

Yes, I live. I can cross the streets asking “What year is it?”
I can dance in my sleep and laugh

in front of the mirror.
Even sleep is a prayer, Lord,

I will praise your madness, and
in a language not mine, speak

of music that wakes us, music
in which we move. For whatever I say

is a kind of petition, and the darkest
days must I praise.

Preghiera dell’autore

Se parlo per i morti, devo abbandonare
questa bestia del mio corpo,

devo scrivere e riscrivere la stessa poesia,
perché una pagina vuota è la bandiera bianca della loro resa.

Se parlo per loro, devo camminare sul bordo
di me stesso, devo vivere come un cieco

che corre attraverso le stanze
senza toccare la mobilia.

Certo, io vivo. Posso attraversare le strade chiedendo “Che anno è?”]
posso ballare nel sonno e ridere

di fronte allo specchio.
Anche il sonno è una preghiera, Signore.

Io canterò la vostra follia, e
in una lingua non mia, parlerò

della musica che ci sveglia, musica
in cui ci muoviamo. Perché qualsiasi cosa io dica

è una specie di supplica, e sono i giorni più oscuri
che io devo cantare.

***

In Praise of Laughter

Where days bend and straighten
in a city that belongs to no nation
but all the nations of wind,

she spoke the speech of poplar trees—
her ears trembling as she spoke, my Aunt Rose
composed odes to barbershops, drugstores.

Her soul walking on two feet, the soul or no soul, a child’s allowance,]
she loved street musicians and knew
that my grandfather composed lectures on the supply

and demand of clouds in our country:
the State declared him an enemy of the people.
He ran after a train with tomatoes in his coat

and danced naked on the table in front of our house—
he was shot, and my grandmother raped
by the public prosecutor, who stuck his pen in her vagina,

the pen which signed people off for twenty years.
But in the secret history of anger—one man’s silence
lives in the bodies of others
—as we dance to keep from falling,

between the doctor and the prosecutor:
my family, the people of Odessa,
women with huge breasts, old men naive and childlike,

all our words, heaps of burning feathers
that rise and rise with each retelling.

Elogio della risata

Dove i giorni si incurvano e si raddrizzano
in una città che non appartiene ad alcuna nazione
ma a tutte le nazioni del vento,

lei parlava la lingua dei pioppi –
le sue orecchie fremevano mentre parlava, mia Zia Rose
scriveva odi per le botteghe dei barbieri, per gli empori.

La sua anima ben piantata sulle gambe, anima o non anima, una paghetta da bambino,]
lei amava i musicisti di strada e sapeva
che mio nonno preparava lezioni sulla domanda

e sull’offerta delle nubi nel nostro paese:
lo Stato lo dichiarò nemico del popolo.
Lui correva dietro a un treno con dei pomodori nella giacca

e danzava nudo sul tavolo di fronte a casa nostra-
gli spararono, e mia nonna fu stuprata
dal pubblico accusatore, che le infilò la penna nella vagina,

la penna che cancellò persone per venti anni.
Ma nella storia segreta della rabbia – il silenzio di un solo uomo
dimora nei corpi degli altri
– mentre balliamo per non cadere,

tra il dottore e l’accusatore:
la mia famiglia, la gente di Odessa,
le donne dai seni enormi, i vecchi uomini ingenui e infantili,

tutte le nostre parole, mucchi di piume in fiamme
che continuano a risorgere ogni volta che vengono raccontate.

***

Dancing in Odessa

We lived north of the future, days opened
letters with a child’s signature, a raspberry, a page of sky.

My grandmother threw tomatoes
from her balcony, she pulled imagination like a blanket
over my head. I painted
my mother’s face. She understood
loneliness, hid the dead in the earth like partisans.

The night undressed us (I counted
its pulse) my mother danced, she filled the past
with peaches, casseroles. At this, my doctor laughed, his granddaughter]
touched my eyelid—I kissed

the back of her knee. The city trembled,
a ghost-ship setting sail.
And my classmate invented twenty names for Jew.
He was an angel, he had no name,
we wrestled, yes. My grandfathers fought

the German tanks on tractors, I kept a suitcase full
of Brodsky’s poems. The city trembled,
a ghost-ship setting sail.
At night, I woke to whisper: yes, we lived.
We lived, yes, don’t say it was a dream.

At the local factory, my father
took a handful of snow, put it in my mouth.
The sun began a routine narration,
whitening their bodies: mother, father dancing, moving
as the darkness spoke behind them.
It was April. The sun washed the balconies, April.

I retell the story the light etches
into my hand: Little book, go to the city without me.

Ballando a Odessa

Vivevamo a nord del futuro, i giorni aprivano
lettere con la firma di un bambino, un lampone, una pagina di cielo.

Mia nonna lanciava pomodori
dal terrazzo, lei stendeva la fantasia come una coperta
sulla mia testa. Io dipingevo
il volto di mia madre. Lei capiva
la solitudine, nascondeva i morti in terra come partigiani.

La notte ci spogliò (contai
i suoi battiti) mia madre ballava, colmava il passato
di pesche e casseruole. Per questo il mio dottore rise, sua nipote
mi sfiorò le palpebre – io le baciai

il retro del ginocchio. La città tremò,
una nave fantasma che salpa.
E il mio compagno di classe inventò venti nomi per dire Ebreo.
Era un angelo, non aveva nome,
e noi facevamo la lotta, certo. Mio nonno combattè

i carri armati tedeschi sui trattori, io tenni con me una valigia piena
delle poesie di Brodsky. La città tremò,
una nave fantasma che salpa.
Di notte, mi svegliai per sussurrare: sì, vivemmo.
Vivemmo, sì, non dire che era un sogno.

Nella fabbrica del luogo, mio padre
raccolse una manciata di neve, me la mise in bocca.
Il sole iniziò il suo racconto abituale,
rischiarando i loro corpi: madre, padre che danzavano, muovendosi
poiché il buio parlava dietro di loro.
Era aprile. Il sole lavava i terrazzi, aprile.

Io ripeto il racconto che la luce incide
nella mia mano: Piccolo libro, vai verso la città senza di me.

__________________
Ilya Kaminsky
Dancing in Odessa
Tupelo Press, 2004

__________________

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2 pensieri riguardo “A Nord del futuro”

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