Il mulino dei giorni

Yves Bergeret, Ombre di due amici

Aurelio Valesi
Marco Ercolani

     In un racconto di James Ballard, Stati di transizione, si descrive la vita di un uomo dalla fine, nella bara, all’inizio, nell’inesistenza. L’uomo viene dissotterrato, riportato nel suo letto, respira, si ammala, ha un incidente, guarisce, vede la moglie morta, poi è di nuovo viva, è sempre più giovane, si sposano si perdono di vista, tornano adolescenti, vanno a vivere nella casa dei genitori, diventano bambini, lui la dimentica, balbetta, perde l’uso della parola, vagisce, smette di esistere, la madre esce dall’ospedale, entra in ospedale, i suoi genitori vanno in luna di miele.
     La sarcastica e surreale ferocia di questa storia non spiacerebbe ad Aurelio Valesi. Nei suoi libri di poesia, da Annuario (1984) a Lustri e decenni (2007), il poeta costruisce un journal intime dove ogni volume è rigorosamente diviso in sei sezioni. Ogni sezione inizia con le poesie più recenti per terminare con quelle più giovanili. I temi dell’esistenza – la riflessione ontologica, l’amarezza esistenziale, il disincanto sociale, l’amore quotidiano, i dilemmi religiosi, la malinconia dei paesaggi – sono colti in un costante rovesciamento del ciclo temporale, come per dimostrare che presente, passato e futuro si equivalgono, che nella vita non accade nulla e quanto accade è solo un’occasione irrimediabilmente perduta.
     La poesia di Valesi è un seriale cahier philosophique mascherato dalla apparente colloquialità del verso. «Ho avuto una vita apparente/ avrò una morte effettiva». Le immagini sono quelle di un degradarsi del mondo e di una solitudine assoluta, alleviata solo dagli affetti e dai ricordi. «Sono esistito per sentito dire/ e ho passato la vita da orecchiante/ da ogni gloria distante/ intimo del patire». La vita umana, spogliata delle sue principali illusioni, si riduce a un’antologia di scene esemplari, di tic psichici, dove ogni facile psicologismo è azzerato in sentenze definitive, malinconiche. «Tutto alla fine stanca, anche il destino,/ qualsiasi destino». «Si parla solo delle cose vane/ le importanti si tacciono». La lingua di Valesi appartiene meno alla storia della letteratura che all’antropologia del gesto artistico. Ne Il mulino dei giorni, più che nelle raccolte precedenti, questa lingua si prosciuga, si essenzializza, si fa referto e reperto, caparbiamente radicata nel proprio vissuto. Anche il paesaggio esterno, mentre viene evocato, non lenisce niente, rinforza l’asprezza del timbro, la ‘sprezzatura’ della sentenza, come nella poesia sarcasticamente intitolata Bavardage: «Il silenzio di Dio/ depone a suo favore». La voce di Valesi descrive la minima disperazione quotidiana dell’«uomo superfluo» – interstiziale, dimesso, purgatoriale, mette in scena la propria inesistenza, disseppellisce con beffarda ironia i piccoli fleurs du mal del quotidiano. E lo fa attingendo a stilemi classici, consapevole della sua compiutezza formale, della sua etica inesorabile, della rassegnata fierezza alla propria vocazione. «L’esistenza m’ha scosso/ come cenere della sigaretta:/ mi ha levato di dosso,/ fastidiosa disdetta».
     Amaro fino al sarcasmo, espresso in poesie dai versi brevissimi e dal ritmo da canzonetta, Valesi graffia la cadenza classica dei suoi endecasillabi. Pur nella reazione risentita all’evento autobiografico, non rischia mai il genere memorialistico o il crepuscolarismo minimo. La sua voce non subisce né flessioni né mutamenti nel corso del tempo: dal poeta sedicenne al poeta settantenne più che a una evoluzione assistiamo a una misteriosa contiguità, come tra i tanti alter ego che nella stessa persona condividono la disperante confessione della propria mal-esistenza, la «gaia scienza» del loro comune dolore.
     Cioran definisce il poeta non tanto un artefice di testi quanto chi è capace di far vedere, attraverso la sua lingua, l’aria che respira, la stanza che abita. Così è per Valesi che, ricordando la giovinezza e le conversazioni di un tempo, commentando con epitaffi amari e sentenze intrise di collera sorda l’ennesima occasione perduta, la gioia intravista e non goduta, riassaporando la vita con ossessiva malinconia, rinnova ogni volta, come il dottor Jonic dell’omonima novella di Anton Cechov, tra masochismo e saggezza, il senso di colpa di essere nato e aver vissuto in modo isolato e scontroso. Il poeta, alla fine, è «colui che, sedutosi al tavolo, si accinge a dare forma scritta a se stesso e al mondo, a scrivere le cose che si fatica a non dire (Mauro Ferrari)».
     Da questo timbro sordo – confessione intima e speculazione filosofica, riduzione della propria storia personale a exemplum di uomo marginale alla vita, di ‘uomo malvissuto’ – trapela l’orgoglio smisurato di Valesi nel testimoniare la disperazione assoluta della condizione umana. Razionalista deluso, idealista tradito, storico a cui mancano le certezze della storia, il poeta registra lo scacco della sua vita; e lo fa con parole tanto asciutte e determinate quanto lontane da una sostanza lirica, immaginativa, metaforica. I titoli stessi delle opere rimandano all’immagine ossessiva di scaffali polverosi e magazzini dimenticati, dove la vita di un uomo consiste, a volte, nel metodico sfiorare il dorso di un libro o nel ruminare una sconsolata sentenza.
     Valesi appare più come il contabile di una catastrofe già avvenuta che come l’inventore di una nuova prospettiva linguistica. Appartiene alla famiglia dei cronachisti dell’angoscia, come Vasilij Rozanov. Chi chiedesse a questi scrittori, accaniti nel trascrivere i referti di una vita invivibile, di trasformare la propria visione del mondo, si sentirebbe rispondere con i versi che, in Deposito (1992), Aurelio Valesi ha consegnato alla memoria del lettore: «Destinazione tra i rifiuti urbani/ con vita letteraria su altri luoghi».

(Marco Ercolani, Da Vertigine e misura, La Vita Felice, 2008)

 

Antologia poetica

 

Quando passeggi per le vie feriali
calpesti l’orma numerosa e ignota
di chi prima di te subì la vita:
è come se tu urtassi gente vera
che non potesse più dire il suo nome.
Così di noi per chi verrà domani
e potrà camminare perché fummo,
lasciando all’avvenire i dolci luoghi.

(1962)

 

*

 

Non è la debolezza che mi manca
dissi in tono di sfida all’esistenza.

(1967)

 

*

 

Ti ho veduta nel vento di febbraio
dal semaforo verde che dà il passo
all’aria scura della Valbisagno.
Ma più non eri quella che al mattino
s’alza con me e si corica la sera
e il sipario dei giorni chiude e schiude:
eri te stessa più tutta la parte
di te che per grandezza ti dilaga,
eri la sconosciuta conosciuta
la certezza con tutto il suo mistero.

(1975)

 

*

 

Son cresciuto nei ceti subalterni
nell’aspra e sbrigativa umanità,
nelle strette della necessità
in attesa d’un meglio che governi.
Sono esistito nelle vie minori
nelle tristezze dell’ombra sociale
ignoto al bene ed intimo del male,
sotto la dinastia dei disvalori.

(1975)

 

*

 

La figlia che non ebbi non mi chiama
non mi viene a svegliare nei riposi
pomeridiani: non ha sguardo, voce
peso e vivacità. Non posso dirle
quel che vorrei, vestirla in bianco e verde.
Non crescerà non salirà la vita
accanto a me, mia prominenza nuova
mio svolgimento forma infuturata.
Niente farò per darle gli anni azzurri
e gli umani sereni; ma a distanza
la beneficherò le sarò padre:
non morirà morirò io per lei.

(1976)

 

*

 

Da mia madre non ho succhiato il latte
non ho avuto un affetto:
è stata sempre estranea, eppur l’ho amata;
da solo a sola, in un colloquio muto
una conversazione tra perduti.

(1977)

 

*

 

Da queste parti i morti del quartiere
li annunciano sui muri: gente ignota
trova la gloria pubblica, lo sguardo
non distratto d’altrui quando rimane
di lei solo l’assenza, l’eco ombrosa
d’una ferialità. Noi che passiamo
per le strade impassibili coperti
d’effimero mondano, coglieremo
un poco di sapienza non caduca
da questi ignari che il mistero elesse.

(1979)

 

*

 

Il poeta è il supremo ordinatore
dell’ottuso disordine del mondo
e della propria vita: è il corpo estraneo
che s’integra nel meccanismo umano
e nella società per razionale
impeto ed esigenza d’umanarsi;
per dare il proprio nome all’aspro conio
della storicità e dei quotidiani,
per fecondare l’essere e, sublime
ermafrodito, esserne fecondato.

(1983)

 

*

 

Il mio fu solo un lungo apprendistato
un ritardo nell’essere e nel fare
perché rifosse quanto non è stato
un passo indietro per ripopolare
quegli anni vuoti, e riempire di vita
i deserti di un’epoca finita.

(1984)

 

*

 

Sapeva il genovese e il greco antico
il mio amico tassista, conosceva
l’arte di distillare i sensi e i giorni:
un bicchierino in due baretti oscuri
un commento politico un’occhiata
alla festività delle ragazze;
così consumavano le ore
e veniva la notte, così il tempo
transitava negli esseri e nel mondo.

(1992)

 

*

 

E’ l’amore l’estrema soluzione
contro l’accumularsi di aporie
e il labirinto delle chiuse vie
nella topografia della ragione.
E’ la chiara stagione
nell’inverno di tutte le teorie.

(1993)

 

*

 

Così la vita è passata su noi
come un tremendo vento leonardesco
su foreste e campagne, e ci ha spogliati
di tutto il verde e di tutta la forza
che generava nelle nostre fibre
la gioia, e la speranza d’alte imprese.
Arati dal ciclone dei decenni,
deprivati di tutto quel che vale
usiamo il tempo rimanente come
si frequenta un caffè d’ombra e rimpianti.

(1999)

 

__________________________
Il saggio e i testi qui presentati sono tratti da
In memoria di Aurelio Valesi“, a cura di Marco Ercolani,
a breve disponibile in “Quaderni di Rebstein”, XlVII, 2013.
__________________________

 

***

7 pensieri riguardo “Il mulino dei giorni”

  1. è, questo Mulino dei giorni che macina passi propri e altrui e li restituisce con lo sguardo “supremo ordinatore/dell’ottuso disordine del mondo”, la poesia che prediligo. Grazie a Marco Ercolani per la sua introduzione ai testi di Aurelio Valesi, grazie a Francesco Marotta per aver pubblicato questo articolo e per il “Quaderno di Rebstein” che seguirà.

  2. Grazie, Francesco, della splendida impaginazione di questo mio “omaggio”. Aurelio, dovunque sia e non sia, te ne sarebbe grato, ma sempre a suo modo, con un cenno scorbutico e un epigramma sarcastico. Ciò che resta è la era “sfida all’inesistenza”. Marco

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