Le Divan de Monsieur Max Jacob

Amedeo Modigliani, Ritratto di Max Jacob

Max Jacob
Adriano Marchetti

Gli artisti italiani agli albori del Novecento guardano alla Francia, all’Esprit Nouveau, come all’orientazione per uscire dalle gore del provincialismo. Era già accaduto per Alessandro Manzoni nel secolo precedente, così come sta accadendo per Gabriele D’Annunzio. In forza di questa fascinazione si danno gli incontri d’oltre frontiera, nascono le amicizie, tanto desiderate e amate da Max Jacob, come quella che egli stringe con Ardengo Soffici. Questi, anche lui scrittore e pittore, nel 1900 decide di abbandonare l’ambiente ristretto di Poggio a Caiano in cui, lasciata Firenze dopo la morte del padre, era dovuto andare a vivere. Imitando alcuni amici artisti, attratti dalle poetiche recenti per gusto di modernità stilistica, raggiunge Montmartre. Illustratore di riviste, come L’Assiette au Beurre e Le Rire ha modo di conoscere gli spiriti emergenti della ‘banda’ Picasso, di frequentare il mondo che ruotava intorno alla rivista La Plume e, in seguito, di collaborare con alcuni articoli a La Revue Blanche e a L’Europe artiste. Durante un primo rimpatrio, disegna nel 1908 la testata di La Voce, la rivista settimanale che Papini e Prezzolini fondano nel dicembre dello stesso anno. Ritornato a Parigi nel 1910, scopre l’opera di Arthur Rimbaud, quasi ignoto in Italia, cui dedica, l’anno seguente, una monografia e una traduzione. Il 1° gennaio 1913, insieme a Giovanni Papini, fonda il quindicinale Lacerba, coi tipi dell’editore Attilio Vallecchi. Il titolo è sibillino, ma Marinetti lo ritiene in sintonia “con lo spirito di rivolta contro i vecchiumi dell’Italietta”. (…)

(Adriano Marchetti, dal Saggio introduttivo)

 

Max Jacob
Le Divan – Poèmes / Il Divano – Poesie
(Lacerba 1913-1915)

Prefazione e traduzione di Adriano Marchetti
Con testo a fronte
Rimini, Panozzo Editore, 2013

 

Testi

 

ÉTABLISSEMENT D’UNE COMMUNAUTÉ AU BRÉSIL

On fut reçu par la fougère et l’ananas,
l’antilope craintif sous l’ipécacuanha.
Les nonnes labouraient. L’une d’elles pleurait
trouvant dans une lettre un sujet de chagrin.
Le moine enlumineur quitta son aquarelle
et le vaisseau n’avait pas replié son aile
que cent abris légers fleurissaient la forêt.
Un moine intempérant s’enivrait de raisin;
d’autres priaient pour le pardon de ce péché.
On cueillait des poisons à la cime des branches.
Des apprentis vanniers tressaient des urnes blanches.
Un moine est bourrelier; l’autre, distillateur;
le dimanche après Vêpre on herborise en choeur.
Un jour on eut un orgue au creux des murs crépis,
des troupeaux de moutons qui mordaient les épis.
Saluez le manguier et bénissez la mangue;
la flûte du crapaud vous parle dans sa langue.
Les autels sont parés de fleurs vraiment étranges.
Leurs parfums attiraient le sourire des anges,
des sylphes, des esprits blottis dans la forêt,
autour des murs carrés de la communauté.
Un forçat évadé qui vivait de la chasse
fut guéri de ses maux et touché de la grâce.
Devenu saint, de tous les autres bien aimé
il obligea les fauves à leur laver les pieds,
et les oiseaux du ciel, les bêtes de la terre
à leur porter à tous les objets nécessaires.
Or voici, qu’un matin, quand l’Aurore saignante
fit la nuée plus pure et plus fraîche la plante,
la forêt où la vigne au cèdre s’unissait
parut avoir la teigne. Un nègre paraissait
puis deux, puis cent, puis mille et l’herbe en était teinte.
Grappe de bêtes à plumes sur l’enceinte !
Et le saint qui pouvait dompter les animaux
ne put rien à ces gens qui furent ses bourreaux
et du couvent détruit la place fut déserte
sans que rien ne frémît ailleurs dans l’herbe

C’est ainsi que vêtu d’innocence et d’amour
j’avançais en traçant mon labeur chaque jour
priant Dieu et croyant à la beauté des choses.
Mais le rire cruel, les soucis qu’on m’impose,
l’argent, l’opinion, la bêtise d’autrui
ont fait de moi le dur bourgeois qui signe ici.

 

INSEDIAMENTO DI UNA COMUNITÀ IN BRASILE

Ci accolsero la felce e l’ananas,
sotto l’ipecacuanà l’antilope ritrosa.
Le suore aravano. Piangeva una di loro
trovando nella lettera un motivo di duolo.
Il monaco miniatore smise l’acquarello
e ripiegata non aveva ancor l’ala il vascello
che di cento lievi capanne la foresta fioriva.
Intemperante un monaco s’inebriava d’uva;
di tal peccato altri imploravano il perdono.
Alla cima delle frasche s’attingevano veleni.
Novizi cestai intrecciavano bianchi panieri.
Un monaco è sellaio; l’altro, distillatore;
la domenica, dopo il Vespro, s’erborizza in coro.
Un giorno s’ebbe un organo nelle pareti crespe,
greggi di pecore che mordevano le spighe.
Salutate il mango e benedite il frutto;
il flauto del rospo vi parla nel suo gergo.
Di fiori assai strani gli altari sono ornati.
I profumi attiravano il sorriso degli angeli,
dei silfi, degli spiriti in selve rintanati,
attorno alla cinta quadrata del convento.
Un forzato evaso che viveva di caccia
dei mali fu guarito e toccato dalla grazia.
Divenuto santo, da tutti gli altri venerato,
Costrinse le fiere a leccare loro i piedi,
e gli uccelli del cielo, il bestiame della terra
a portare ad ognuno qualunque cosa occorra.
Orbene un mattino, quando la sanguigna Aurora
rese l’albero più fresco e la nube più pura ancora,
la foresta dove la vigna s’univa al cedro
parve aver la tigna. Compariva un negro
poi due, cento, mille e il verde ne era tinto.
Grappolo d’animali pennuti sul recinto!
E il santo che poteva domare le bestie
nulla poté su quella gente che lo mise a morte
e del convento distrutto la piazza restò erma
senza che niente altrove fremesse nell’erba

Così, vestito d’innocenza e amore,
andavo tracciando ogni giorno il mio lavoro
pregando Dio e credendo al bello delle cose.
Ma il riso crudele, l’ansia ch’altri m’impose,
il denaro, l’altrui stoltezza, le stime
m’han fatto il borghese duro che firma queste rime.

***

[L’opera sarà disponibile a partire dal prossimo settembre. Ringrazio Adriano Marchetti e l’Editore Panozzo per aver gentilmente consentito la pubblicazione di questi estratti. fm]

***

4 pensieri riguardo “Le Divan de Monsieur Max Jacob”

  1. da Storia del re Kabul e dello sguattero Gawain
    di Max Jacob – trad. di Fabian Negrin

    dialogo tra un re buongustaio e uno sguattero creativo, in cui gli interessi del regno passano avanti a quelli del cuore.

    A partire da quel giorno Gauwain lavorò, lavorò, lavorò tanto e tanto, tanto e tanto, che imparò tutte le ricette a memoria e ne inventò molte altre, al punto da diventare il miglior cuoco del mondo.
    E poi accadde che un giovedì il capocuoco dovette andare al matrimonio della sorella; fece mille raccomandazioni al suo vice e disse allo sguattero:

    -Mi raccomando, che nessuno tocchi il dessert; deve cuocere a fuoco dolce e va tirato fuori solo al momento di servirlo, caldo caldo nella sua salsa.

    Era un plum-cake alle mandorle!
    François, che aveva sedici anni e tutte le sere studiava chimica e botanica, aveva preparato con anice, zucchero, succo d’arancia e timo serpillo d’Ungheria una polvere bianca che avrebbe dato ai dolci un gusto delizioso, e voleva provarne l’effetto.
    Dato che quel giovedì era di turno in cucina, perché tutti gli sguatteri erano andati a giocare a pallone, si avvicinò alla teglia del dessert reale, alzò il coperchio e sparse la sua povere.
    La sera il re disse:

    -Chiamate il maggiordomo! Voglio sapere chi ha fatto questo plum-cake alle mandorle. Non ho mai mangiato niente di simile. Stupefacente, parola di re, stupefacente!

    Il maggiordomo apparve, salutò a destra e a manca, baciò la pantofola del re e disse:

    -Dev’essere stato il capocuoco!

    Ma là accanto alla tavola c’era una brava donna di una certa età, la vecchia balia delle principesse, che interruppe il maggiordomo:

    -Maestà, posso parlare? Ho qualcosa da dire

    -Parla, balia.

    -Il capocuoco è andato al matrimonio della sorella.

    -Chi ha preparato il dolce, allora?

    -Sarà stato il suo vice.

    Venne il vice capocuoco e si vantò di aver preparato il dolce:

    Bene

    disse il re

    -spiegami la ricetta.

    Il vice, senza il minimo imbarazzo, recitò la solita ricetta dei dolci di questo tipo.

    -Tu vuoi ingannarmi, sciagurato! Questo plum-cake ha l’aroma dell’anice, dell’arancio e del timo serpillo.

    -Vostra Maestà ha il naso delicato.

    -Bada che non faccia tagliare il tuo, per aver mentito al re. Esigo un’inchiesta immediata.

    E’ così che venne a sapere che Gauwain aveva mesos la sua polvere nel dolce.
    François fu ricevuto nel salone e ricevette mille congratulazioni, poi un invitato disse che lo avrebbe voluto al proprio servizio.

    -Non lascerò mai il mio re

    rispose lo sguattero.

    -Ben detto

    osservò il re.

    -Che vuoi come ricompensa?

    -La vostra benevolenza, Sire.

    I cortigiani pensarono:

    -Che furbastro!

    Il re insistette:

    -Sei tu che hai preparato il dolce, amico mio! Meriti una ricompensa!

    -Vostra Maestà è molto buona.

    -Hum! Bisogna essere giusti, hai lavorato bene. Allora vediamo, che cosa posso fare con te? Parla, che cosa vuoi?

    -Vostra Maestà ha la vita di noi sudditi nelle sue mani, vi dobbiamo tutto e, se vi siamo utili, non facciamo altro che il nostro dovere.

    -Non parli male, per uno sguattero! Mi hai dato una delle più grandi soddisfazioni del gusto che si possano dare a un uomo…

    -Oh! Sire!

    -E io voglio premiarti.

    -Sire, le mie ambizioni sono così alte che sicuramente non vorrete soddisfarle …

    -Ah! Vediamo… Vediamo… vediamo un po’!

    -Sire, preferirei che la vostra collera mi fosse risparmiata!

    -Non avere paura, amico mio, sono curioso di conoscere i desideri che germogliano nel tuo giovane cervello.

    -Sire, vorrei avere in isposa la più bella damigella del vostro regno.

    -E si può sapere il nome di questa fortunata fanciulla?

    -Si chiama Julie.

    -Come la mia figlia minore.

    Lo sguattero arrossì.

    -Hai forse osato alzare gli occhi sulla tua principessa?

    Lo sguardo teneva lo sguardo fisso sul suo berretto bianco.

    -Sei di un’audacia singolare, figlio di maniscalco… Una caratteristica davvero stupefacente in uno come te, e che in fin dei conti non è spiacevole; bene, siccome non sembri uno sciocco, maestro Giralazuppa, capirai che un re non è libero di dare sua figlia al primo venuto. Ha il suo popolo, i suoi generi, cose di questo tipo…

    -Capisco, Sire!

    -Ne sono felice.

    -Magari potrei meritarmi julie con un atto eroico?

    -Ahahah! Ecco che vuoi di nuovo la luna. Andiamo, andiamo! Ebbene, quando compirai la tua azione eroica, vedremo. Nel frattempo, il mio tesoriere verrà a trovarti in cucina.

    Intimidito, lo sguattero uscì camminando all’indietro, salutando e rigirando il suo berretto bianco.

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