Un’eterna domenica

Robert Walser

Luigi Sasso

Un’eterna domenica
Fisionomie del perdigiorno in Robert Walser

     La narrativa di Robert Walser, soprattutto quella costituita dalle brevi prose, presenta non di rado la figura di un personaggio – un perdigiorno, un fannullone – che attraversa il racconto, e si allontana da noi con la stessa leggerezza con la quale si era avvicinato. Spesso quelle poche pagine non ci raccontano altro: un giovane studente in cerca di una stanza in affitto, una passeggiata nel bosco, la fantasticheria come unico luogo abitabile. Ma la figura del perdigiorno mostra più di un aspetto, più facce ed espressioni, e sarà necessario tentare una paziente ricognizione.
     L’insolita fisionomia di questi personaggi finisce per sottrarli alle tradizionali categorie sociali, alla normalità di una famiglia e di una professione, al contesto borghese. Possono solo trovare giustificazione in loro stessi, appesi al proprio destino, in una dimensione in cui il tempo, proprio come talvolta accade all’anima, oscilla e si deforma, accelera il suo battito o si dissolve. Il loro sforzo maggiore consiste nel cercare di ribaltare quello che agli occhi dei più appare come un incorreggibile difetto – il non aver niente da fare – in una carta vincente. Ma non è un gioco semplice. La lettera di Simon Tanner è esplicita: «Vedo di fronte a me così tanto tempo, che non posso ingannare se non con un artificioso trastullo, una tale quantità, un tale mucchio di tempo, che non posso esser lieto di tutto cuore di aver trovato questo passatempo. Non mi si vuole e non mi si può dare un’occupazione, non si ha bisogno di me, sono completamente al di fuori di ogni necessità. Ebbene, allora sarò io a servirmi di me stesso, sceglierò da solo il mio scopo e mi considero sufficientemente portato per svolgere qualsiasi lavoro, fosse anche il più strano ed inutile.  Sono robusto e pesante e pieno di sentimenti. Per quanto possa anche essere miserevole la mia attuale condizione in questa Spiegelgasse, io mi sento comunque stranamente libero e coraggioso, e il mio cuore è abile e coraggioso nello scovare pensieri consolanti. Solo di tanto in tanto, per dirla apertamente, mi sento triste e privo di speranze, penso al mio futuro come a qualcosa di perduto e di oscuro, ma si tratta solo di momenti, nulla più».
     Un personaggio libero ma inutile, dunque, almeno secondo la logica economica del proprio tempo. Questa dimensione definisce il profilo del personaggio, ne impasta la forma. Simon Tanner cerca di coniugare la propria condizione marginale di escluso («non si ha bisogno di me») con la ricerca di una vita piena e armoniosa. E’ una scommessa, con rischi e momenti oscuri da superare, ed è anche una prima fisionomia del perdigiorno.

     Lasciar andare le cose per conto loro

     Si può perdere tempo in altri modi. Alcuni personaggi walseriani, per esempio, appaiono inseriti in un normale contesto lavorativo. Ma anche in questo caso il loro comportamento sfugge alle convenzioni e alla logica. Una mattinata racconta come un impiegato di banca, Helbling, cerchi di far passare le ore senza combinare un bel niente.  Per raggiungere il suo scopo, evitando le sanzioni dei superiori, ricorre a scuse infantili (mancano le penne per poter fare i conti), provoca piccoli intoppi, prolunga il più possibile le pause, si perde nell’ascolto della melodiosa voce di una donna che canta in strada. Nasce una vivace rappresentazione della vita d’ufficio, una piccola epica quotidiana, in cui lo sforzo maggiore è speso nel far scivolar via il tempo, le ore da trascorrere seduto a una scrivania.
     Helbling è un uomo qualunque, solo più inetto e svogliato di altri: «Mi porto appresso un’aria un po’ addormentata, – confessa nella sua Storia – qualcosa di non ancora ben sveglio, e che la cosa sia stata notata dagli altri l’ho già detto […] quindi me ne sto lì, alla scrivania, e sono capace di fissare il locale o di guardar fuori dalla finestra anche per intere mezz’ore. Nella mano immobile tengo la penna con la quale dovrei scrivere. Sto lì e mi batto con un piede sull’altro, visto che non mi sono concessi ulteriori movimenti, guardo i miei colleghi e non capisco che ai loro occhi, che mi sbirciano di traverso, appaio alla stregua di un povero fannullone privo di scrupoli, e sorrido quando uno mi guarda, e sogno ad occhi aperti senza pensare a nulla».
     Questa condizione porta il soggetto a farsi quasi trasparente e nel contempo lo rende disponibile al cambiamento, a una mutazione di stato: «In questo, nel lasciar andare, come si suol dire, le cose per conto loro, sono un maestro.  Forse, se fossi un maestro di danza, o un oste, o un regista, o se comunque esercitassi una qualche professione legata al divertimento della gente, avrei fortuna […]. Per un lavoro serio da uomo mi mancano lo spirito, l’intelligenza, l’orecchio, l’occhio e il senso». L’avversione per il lavoro è qualcosa che gli si adatta «come un vestito». Ed è qualcosa che si accorda con l’inquietudine, l’instabilità, il perpetuo vagabondaggio, la propensione al sogno. La mente e la pagina si costellano di punti interrogativi, di domande senza risposta, di dubbi insolubili. L’ultimo, cioè il seguente, lascia intravedere un tentativo, per quanto approssimativo, di diagnosi: «E se fossi ammalato? Sono tante le cose che non vanno, praticamente non va bene niente. Che io sia un essere infelice? Che abbia caratteristiche fuori dal comune? Che sia una specie di malattia questo mio tormentarmi con simili interrogativi? In ogni caso non è una cosa tanto normale».
     Ora sappiamo qualcosa di più del personaggio. Ne conosciamo la condizione eccentrica, anomala, la disposizione patologica, l’estraneità alla realtà economica, l’inquietudine soprattutto, uno stato che si percepisce anche dentro un’apparente immobilità, che si avverte nell’ostinazione non disgiunta dall’attesa – quasi si trattasse della redenzione – di una metamorfosi.

     Un mondo di immagini

     Il sognatore («il mio carattere è come quello di un silenzioso, garbato e sognante fanciullo», sempre alla ricerca di un «piccolo posticino all’ombra»), il pastore dormiente («Dormire è bello, ma quanto bello è anche il caro, lieve risveglio, e poi riaddormentarsi, e poi di nuovo svegliarsi, e così il tempo, incantato, gli scorre e gli passa e gli scappa via, simile al vento che si leva sul verde pianoro»), l’individuo privo di volontà («Qualcosa dunque mi vuole spingere avanti, e io non sto fermo, proseguo, e tutto accade senza l’intervento della volontà») e di una nitida, determinata identità («Nel giorno tale o talaltro sono venuto al mondo, nel luogo tale o talaltro sono cresciuto, sono andato regolarmente a scuola, sono così e cosà, mi chiamo Tal dei Tali e non penso molto»), il fedele seguace dell’umiltà («L’ansia di arrivare, di farsi strada nella vita mi è estranea e sconosciuta più dell’Africa con tutti i suoi deserti», e poco prima: «Sono, per dirla a chiare lettere, un Cinese, o meglio, un uomo al quale tutto ciò che è piccolo e umile appare bello e piacevole»): queste sono ulteriori manifestazioni del personaggio walseriano. Sono estrapolate da diversi racconti (La domanda di impiego, Il pastore, Immagini di una città, Basta), ma qualcosa le unisce: sono figure contemplative. Riconoscono nell’occhio uno strumento che non riesce a trattenere le cose, non se ne impossessa mai definitivamente, le afferra « e poi se le lascia sfuggire». Ciò ha come conseguenza il non sentirsi mai appagati, condizione che permette di indugiare per ore su un singolo oggetto e percepirlo sempre come nuovo.  Di stupirsi, in sostanza, di ogni porzione del mondo. Ma la rinuncia al possesso delle cose comporta la disponibilità a lasciarsi possedere dalle loro immagini. Procedere per le strade del mondo significa, per il personaggio di Walser, catturare immagini e lasciarle cadere nella propria testa, come dentro un salvadanaio, col rischio che da lì dentro non debbano uscire più, diventando così presenze ossessive, fantasmi prigionieri e inamovibili: «ma a campi, prati, sentieri, boschi, villaggi, città e fiumi egli continuava a dire: bricconi, vi ho ben saldi nel cranio. Non immaginatevi oltre, mia gente, di farmi impressione». Walser riesce a tradurre in un sorriso ironico anche il sorgere di un’ossessione: «Tornò a casa – leggiamo in Sei piccole storie – e continuò a ridere tra sé: li ho tutti, li ho tutti nella testa. È dunque da presumere che egli li abbia ancora tutti lì dentro, da dove (come avrei voluto aiutarli!) non escono più».

     Il silenzio e il canto

     A volte la prosa breve di Walser prende l’intonazione di una fiaba. La sua ironia sembra preferire il tempo sospeso e incantato del racconto di magia, aprirsi a incontri con il meraviglioso. Mai come in questi racconti il suo stile, mentre cede alla sua più intima vocazione, sembra assumere la forma di un personaggio, assomigliare al movimento compiuto dal protagonista. Così la magia non sta negli oggetti o negli eventi, ma nello srotolarsi delle frasi, nel passo vagabondo della sua pagina. Può essere delizioso per «un giovane e povero viandante» soggiornare – accade nel racconto La fata – in un castello, ospite di una seducente e magica creatura, come quella che dà il titolo al racconto. Ma ben presto subentra la nostalgia delle strade, il richiamo della lontananza. Il giovane non può resistere. E riparte, e mentre riprende a camminare comincia anche a cantare. L’inspiegabile bellezza risiederà ora non nella visione della fata, ma in quel canto, nel ritmo e nella melodia che si espandono nella natura e che si sviluppano in sintonia con i passi del viandante: «Era il canto di un giovane, il suo, e risuonava chiaro, fresco e felice nella bellezza, nel calore e nella vastità del mondo».
     Il vagabondaggio è una forma di armonia, un incantesimo. Anche quando, come nel racconto Lo studente, la narrazione perde ogni aura magica e nessuna fata vi abita. La fiaba allora si rintana tutta nella testa del protagonista, che ama, ovviamente, passeggiare e scrivere. Egli si mostra diviso tra la realtà e il sogno, tra una povertà da mendicante e una favoleggiata ricchezza, tra la condizione di studente girovago e quella del «cavaliere medievale che doveva vagare attraverso il mondo in cerca di avventure», tra i tormenti e le inquietudini del proprio animo e un poetare, un sognare, un danzare, un fare della musica, da cui riesce a trarre «un grande piacere». In quest’ultimo caso, tutto assume una nuova dimensione, la storia degli uomini si muta in una poesia, in uno splendido affresco. E la lingua tedesca si trasforma dinanzi ai suoi occhi in un castello, nelle cui stanze incantate egli può finalmente abitare. Di nuovo il camminare senza scopo né meta, affidandosi a una mappa topografica tutta interiore, assomiglia a un godimento musicale, che si fonde «col pensiero, con la meditazione e con la poesia».
     Sogno, solitudine, sentimenti che non sanno accettare la forma angusta e spugnosa del linguaggio quotidiano («in mezzo alle parole degli uomini si sentiva spesso soffocare ed annegare»), preferendogli il canto oppure la profonda, insondabile vastità del silenzio: questa inclinazione conferisce allo studente l’enigmatica fisionomia di un sonnambulo, l’incedere di un essere astratto dalla spigolosa conformazione del mondo: «…sia lui che gli altri che lo vedevano in giro avevano l’impressione che dormisse camminando». Il passo del perdigiorno acquista il ritmo di una partitura, di una melodia appena sussurrata.

     La bellezza è nei sogni

     «C’è, nelle domeniche, un gusto di genitori e di bambini». La domenica è il ritorno all’infanzia, alla stagione del gioco, all’età senza tempo. È questa dimensione che Walser cerca costantemente di recuperare nell’esistenza quotidiana. Qui trovano spazio fantasia e visioni, la realtà si confonde con i labirinti della mente, i ricordi prendono la forma di figure presenti e familiari. Si resta abbacinati, incapaci di pronunciare una sola parola. «E’ curioso – si legge nel racconto Il parco – come in una simile mattina di domenica ci si guarda negli occhi quasi si avesse qualcosa da dirsi, e invece, ci si dice, non si ha proprio niente da dire».
     Giornata, la domenica, di svogliate passeggiate nei giardini, dove il tempo si dilata, o addirittura sembra fermarsi. Il parco è uno spazio in cui ci si può perdere, in cui ogni cosa è avvolta da un’ indolenza da cui volentieri ci si lascia catturare nella speranza di non dover mai abbandonare quel luogo, che quella domenica non debba mai finire: «Questa magnifica noia che è in ogni cosa, questa riservatezza solatia, questa semipresenza e sonnolenza tra il verde, questa malinconia, queste gambe, di chi sono, le mie? Sì. Sono troppo pigro per fare qualche osservazione, guardo giù alle mie gambe e continuo il cammino».
     E si giunge a una malinconica consapevolezza: la bellezza, che forse solo il perdigiorno riesce a cogliere, non appartiene più alla realtà, ma al mondo dei sogni. La società contemporanea ha ridotto il mondo a un deserto: «Che cosa è avvenuto di noi popolo se ci è dato di possedere il bello ormai soltanto nei sogni».

[…]

 

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Il saggio di Luigi Sasso è pubblicato integralmente
in Quaderni delle Officine, XXXI, Luglio 2013.
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4 pensieri riguardo “Un’eterna domenica”

  1. “Se qualcuno davanti a me legge un libro di Robert Walser, mi sento in consonanza, mi sento fratello…” (Gesualdo Bufalino in un’intervista concessa a Michael Jakob e Maura Formica il 22 maggio 1996 a Comiso). Grazie per questo saggio che traccia una linea di continuità tra Eichendorff e Robert Walser e individua tratti caratteristici della scrittura di Walser che ho ritrovato anche nella “piccola prosa di montagna” raccolta, nell’edizione italiana, con il titolo “Il mio monte” (penso in particolare a “Ein Nachmittag”, “Un pomeriggio”).

  2. Grazie a Luigi per questo saggio, che già conoscevo, ma che vedere nella Dimora mi allieta. Il discorso della “fraternità” indicato da Annamaria è quello giusto. Walser non lo si legge, si sta con lui, si condivide (almeno in parte) il mondo che lui vede.

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