Pallaksch

Friedrich Hölderlin

Marco Ercolani

Esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e nell’opera di un artista, che non invitano a spiegare o a capire ma ad indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, dal mondo dei vivi, una risposta. A partire da tracce reali e indizi verosimili – frammenti di lettere, aneddoti, cronache, taccuini – è un gioco perturbante reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, risognare il passato. Chiedere a certi destini, consegnati alle cronache della storia, di tornare incompiuti, di esibirsi sul palcoscenico di un racconto fantastico per svelare ancora il loro segreto. Pur restando tale, quel segreto ci parlerà di come, fin dall’inizio, l’arte non sia stata che un lungo combattimento per la ricerca di una verità poetica, intima e assoluta, da conquistare attraverso le meraviglie della finzione. In questi racconti ‘impossibili’ succedono cose impreviste: un dettaglio si evidenzia, un paesaggio si sfuoca, un sogno si compie, una voce si rivela, una visione si forma. La condizione paradossale dell’autore ‘apocrifo’ è creare un testo impossibile che, mentre viene scritto, diventa possibile dall’interno di una scrittura-ombra che va alla caccia dei suoi fantasmi e naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica che si impone come la sola necessaria e reale.

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Tratto da:
Marco Ercolani
Discorso contro la morte
Novi Ligure (AL), Joker Edizioni
“I libri dell’Arca”, 2008
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Pallaksch

Taccuini di Friedrich Hölderlin (1806-1841) trovati sotterrati
sotto il terzo gradino della torre di Tubinga.

     Chi sospetterebbe che il tragico poeta degli inni è diventato un povero vecchio che racconta menzogne a se stesso nella torre di Tubinga? Eppure la leggenda della mia pazzia è stata utile all’estasi poetica. La torre è sempre il migliore rifugio per il signor Bibliotecario. Qui posso non parlare di dèi. Qui sono calmo. Ho annunciato epifanie ma non è apparso nessuno: forse, ma per pochi secondi, si è appannato lo specchio. La poesia è una statua di pietra. Una debole lingua di sensi e di suoni esprime appena la natura di quella pietra. Qui, dentro la torre, dentro il corpo, faccio l’animale e il matto. Custodisco il vaso. I limiti della lingua sono l’ombra dell’illimitato. Un vomito e un delirio non sconvolgono nessuno. Per questo sono qui, a fare il folle. Tiro il fiato. Non sopportavo più il peso dell’esistente.

     Non so quando e come accadde. Mi trovai di fronte al dio. E’ semplice dirlo, quasi naturale. Era lontano e vicino, indefinibile. Era una specie di nebbia. Niente di clamoroso. Chiunque fosse passato di lì avrebbe pensato a dei vapori della terra, provocati dal caldo. Osservai come fosse temibile narrare tutto questo. E allora dimenticai la nebbia, mi finsi pazzo, aiutai il falegname a piallare le assi, mi accordai al ritmo del suo lavoro. Non fu per viltà che tacqui ma per timore che parlare fosse svendere il dio. Lo avrei lasciato lì, nella lingua mozzata, nella nebbia, a dire di sé. Era meglio così. Stare con Zimmer, il brav’uomo.

     Cosa sono le chiacchiere degli uomini se non un terrorizzato rituale di atti in attesa del congedo definitivo? Ho pena di loro. E’ più semplice la maschera-follia della vita-sciocchezza.

     Amore, solo amore. Ecco, Diotima. Avremmo potuto fuggire. Ma, se lo avessimo fatto, ci saremmo bruciati uno nell’altra. E poi, chi avrebbe fatto racconto di noi?

     Friedrich…

     Qui, ha scritto una donna. Quando è accaduto? Ieri notte? Cosa sono i miei quaderni, adesso, se non esempi di come anche l’intimo atto della scrittura non sia una confessione volontaria ma un documento stregato, un manoscritto traversato da miniature di annegati, demoni, occhi, liocorni? Noi tutti, ovviamente, seguiamo traiettorie eccentriche.

     Friedrich.
Vieni.
Amore.
Alle cinque.
E’ la settima notte: ricordati di me.
Diotima.

     Perché mi parli ancora? Cosa vuoi da me? Avevo scelto la torre per non avere più interlocutori. Avevo scelto la faccia del falegname e non le tue labbra. Ho voluto che il tempo umano si riducesse a un debole incantesimo. Perché mi vuoi togliere questo spazio in cui sono immune dal mondo? Con quale presunzione vieni dall’altro regno per tormentarmi con questioni di vita e di morte? Le tue parole sono in codice. Perché vuoi che siano decifrate dal pazzo di Tubinga? Di cosa mi stai parlando realmente? Lasciami essere chi sono. Da cosa devo ancora salvarmi?

     Una sala vasta, costruita per dèi felici. Uno spazio ampio e magnifico. Su questo pianeta è la torre di cui sono volontariamente esule. La mia forza è splendidamente rinchiusa. La mia poesia paurosa sigillata nella pietra. Misura e dismisura si fronteggiano, pacificate. Finalmente so. Avere un corpo umano è già possedere le pareti dell’urna. Ma allora perché, qui, queste righe di Diotima? Perché non tace? Perché non impara? Io amo l’assenza: amo Penìa, madre di tutte le cose. Ma Poros, il suo sposo, è ancora più amabile. Poros è l’espediente, la scaltrezza, l’enigma. E’ colui che dorme nel sonno. Farsi mendicante a causa della propria ricchezza, e stare lì, in cima al vulcano, senza il fuoco che ti divora, povero Empedocle. La distrazione è tutto. Una volta scrissi: «Il destino ci spinge davanti e in cerchio. Io taccio, ma s’accumula in me un peso che alla fine dovrà schiacciarmi o per lo meno oscurarmi la mente in modo irreversibile».
Scrivevo per annunziare la follia. Lucidamente, come chi scrive un articolo per essere letto. Non volevo impazzire ma proteggermi dal turbine che avevo sfiorato. Dare qualche segno di escandescenza mi sembrava un prezzo abbastanza leggero da pagare.

     Dire l’oltre della gioia: essere di nuovo qui, vaso sacro ma senza dèi, colmo di polvere. Essere folle, al minimo della vita cosciente, per realizzare la migliore prossimità al dio. Gli scrittori stampano libri – che atto feroce! I poeti sono clandestini, scrivono per l’aria.

     Mia madre potrà lamentarsi a piacere del suo orribile destino: avere un figlio demente. Io, però, non sono più suo figlio e non sono tenuto ad ascoltare le sue chiacchiere di nobildonna offesa. Solo i morti sono con me. I vivi, così spero, consumino altrove il loro destino.

     Tutto era troppo lento per te, Friedrich…

     Una volta, Diotima. Ora non più. Ora il tempo è giusto e il riparo perfetto. Se fossi ancora viva potresti venirmi a trovare, in qualche piovoso pomeriggio domenicale, senza destare sospetti: a quale cattolica e virtuosa donna tedesca non sarebbe lecito esercitare la carità e rendere visita al celebre pazzo di Tubinga?

     Per tutto ciò che non risuona più ho un vero culto: essere poeti davanti a una cascata è facile come vagire. Ma quando siamo annientati da un muro ammuffito, da un tavolo freddo, essere poeti è una vittoria.

     Andiamo via dal regno dei viventi in perfetta immobilità, chiusi in stretti contenitori. Se una lama sottile ci entra nella pelle mentre respiriamo, non siamo più nulla. Se un cuscino leggero ci tura le narici, soffochiamo. Se un centimetro di piombo ci penetra la carne, moriamo all’istante. Poi, alla fine di tutto, il risultato: polvere che ha provato passioni. E Fichte osa parlare di un Io…

     La mia follia è un teorema kantiano. Come sempre, quando non si vuole soffrire, si diventa kantiani, fino alla ferocia. Almeno, così, tutto appartiene a una logica, non a noi. I terremoti si sono fermati. La terra smette di girare, è un sasso sospeso nell’aria. Un attimo di quiete. Me la appendo qui, sopra il cuore. I pesci nuotano nella mia stanza alla ricerca dell’acqua. Io ho una penna che scricchiola piano nel liquido, che genera carta – documenti, note, taccuini. Lettere, Diotima. Non posso tornare da nessuna parte. Per questo sono qui. Il vaso ha pareti che non sono io a decidere: è la torre del pazzo. Niente di più neutro. È stata la scelta più sobria che potessi compiere: essere povero, privo di tutto. Quale maggiore povertà che perdere il comune senso della ragione e mandare in rovina le colonne della logica umana?

     La linea definita si unifica a quella indefinita solo in un’approssimazione infinita. Approssimati, imperfetti, ma sempre più vicini al centro – più affilati. Resta il corpo – una miseria da affidare agli eredi, alle tombe, ai piccoli animali della terra, ai grandi uccelli del cielo.

     Mi troverai davanti al paesaggio.
Diotima.

     No, Diotima, non ho nessuna intenzione di opporre nulla a nulla. C’era un essere al mondo con il quale sarei vissuto per millenni, se fosse stato possibile. Quell’essere eri tu. Ma tu sei morta, sei lontana da me. Qualche idiota ha detto che, dopo la tua morte, io avevo la barba lunga, vestivo da mendicante e nei miei occhi si notava una certa assenza spirituale. Quell’idiota aveva perfettamente ragione. Potevo essere diverso alla notizia della tua morte?  Potevo essere nobilmente curvo sotto il peso del dolore, come una statua di Fidia? Ci sono imbecilli, al mondo, che non ci si sazierebbe di odiare.

     Il tempo di Jena, ricordi? Quando volli mettermi alla prova e saggiare la mia vocazione. Quel tempo è morto e i miei sentimenti si sono polverizzati con quella fine. E’ rimasta, del mondo, solo questa imbarazzante volgarità. Il mio stile tardo-sublime avrà solo figli: nessuna madre da uccidere e nessun padre di cui sbarazzarsi. Non ho più voglia di niente. C’e un mezzo per liberarsi dal proprio stile?

     Nessuno ha mai parlato, per la mia poesia, di un’invenzione che si immerge nella fonte stessa della lingua e canta, più che la formazione delle parole, la loro stessa materia, facendo scaturire una parola densa, sonnambolica, in bilico fra rigore ed esperienza? A tutti è bastato definirmi estraneo alla terra. Ma sono loro, i miei squallidi contemporanei, a non conoscere le grandi forze della terra.

     Tra giorno e notte deve apparire una verità
ricopiala tre volte
anche se non sarà parlata
deve rimanere…

     «Le donne, qui, mi lasciano di ghiaccio. Non so che fare. Sono impresentabile agli uomini. Sento che è una miseria provare visioni. Il cielo è di ferro come il mio cuore di pietra». Così scrivevo a Jena. Adesso non più. Adesso io sono Scardanelli. Che nome suggestivo! Un pianeta distorto dalla sua sfera. Un cerchio sacro rotto da uno sputo. Scardare, pettinare lana, spezzare anelli. Tessere e spezzare. Scarnare. Come il macellaio, scarnire fino all’osso. Scardinare, sradicare, svitare dal perno, strappare dalla radice! O Scardanelli! O Scamandro! Folle Aiace! Aias! Aiai! Non è scandaloso Scardanelli? Non sono io a scandire, scarnire, scarnare la trama dei miei versi, coprendo fogli e fogli dei poemi che Zimmer brucia ogni notte, fedele al mio ordine?

     Ascoltami, caro. Vieni fra le mie braccia. Dobbiamo partire.
Diotima

     Cosa volete da me? Lasciatemi zitto. Taci anche tu. Il carnevale della follia è così dolce. Scalda i piedi come un bicchiere di acquavite. C’è forse qualcuno che mi chiede ancora qualcosa? che da me esige la struttura di un’opera?  Va bene così. Entrasse qui il re delle lettere, gli farei il latrato del cane, e le génial artiste impallidirebbe, come un qualsiasi funzionario imperiale. Sono proprio il padrone del mondo. Si spezzino gli altri, le ossa. Sono stato lirico abbastanza perché spolpino il teschio della mia poesia, anche in mia assenza. Come potevo non cedere al fuoco, Diotima? Empedocle mi catturò subito: il gorgo, la tragedia. Da sciocco e sublime poeta, lo amai. Volevo perdermi.  Anche ora non ho smesso di amarlo, però ho smesso di perdermi. Questa torre è la cenere che continua a covare. Io resto qui, come brace muta. Più che uno sconfitto, mi sento uno scudo. In certi affreschi di Paolo Uccello, che ho sfogliato in alcune riviste di Francoforte, lance fitte ed aguzze delimitano il furore della lotta, lo alludono ma senza dirlo. La mia follia è questa selva di lance, Diotima. Perché avete tutti commesso lo stupido errore di confondere la mania che smarrisce col furore che nutre? Perché sei morta nell’estasi del nostro amore? Perché ti sei smarrita? Avresti dovuto capire che il nostro era un magnifico gioco, una maschera del desiderio, un balletto soave. Non si smette mai di danzare, Diotima. Il piede batte sul suolo, all’ultimo suono, e si leva.

[…]

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Il testo di Marco Ercolani è pubblicato integralmente
in Quaderni di RebStein, XLVIII, Luglio 2013
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3 pensieri riguardo “Pallaksch”

  1. Grazie, Natalia e Roberto. Direi di sì. Da meditarci. Ho deciso di donare questi due testi due testi a Francesco perché, al di là del loro valore oggettivo, che affido al giudizio del lettore, mi sono cari, li sento inscindibili da me, dalla mia visione del mondo. L’idea di un Hölderlin che “sceglie” l’isolamento della pazzia e di un Mandel’stam che medita sui taccuini preparatori delle sue opere maggiori sono due immagini che metto a “talismano” della mia concezione della letteratura. E solo qui, in questo luogo, potevano trovare la loro evidenza. Grazie a Francesco e a chi passerà di qui.
    Marco

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