Conoscenza del volo

Sabrina Angiolini, Ottavia, 2011

Gianmarco Pinciroli

Testi tratti da:
Conoscenza del volo (inedito)
Ora in La Biblioteca di RebStein
Vol. XLVI, Luglio 2013

L’ultima cantabilità dell’inno

C’è chi resta, chi muove
la regina, chi non esiste
abbastanza per allungare una mano
a cogliere la fiamma, il perdono

Si fanno feste, si sfanno panneggi
s’innalzano pire al vento forte
che ti soffia in faccia demenza e castità

Ma poi raccogli, voglia e non voglia
il dono freddo della maturità
la calda piega dell’orgoglio
vissuto nei limbi della città

un cielo-dilemma, zeppo
d’impronte astute a nascondere
l’ultima cantabilità dell’inno

Onda muta il volto stremato
da una forma atroce, si allontana
ogni attimo dentro se stesso
vuoto, fisso, insensato

 

A ritroso: sul tempo che resta

«… facciamo un conto: tre dei tuoi anni
sono stati, d’accordo, molto bene spesi
hai comprato e venduto con profitto per tutti

per almeno un lustro sei stato la penna
allo svolgimento dei componimenti altrui
e anche questo va bene, tutto sommato

durante un gran numero d’anni
– diciamo almeno quindici –
nessuno ha potuto chiamarti
colpevole, non valevi un capello tagliato
ma chi, a quell’età, vale più di un taglio di capelli?

E il tempo che resta
che hai fatto? dov’eri? con chi?
Raccogli, se sei capace, in un bicchiere
gli sputi che hai masticato ragionando
sul tempo che resta

raduna in un fascio di banconote
il tesoro che hai dilapidato
nell’acquisto di valori in uso
il cui scambio ti procurava
la gioia di sentirti solidale

fissa in un calendario venturo
il peso che gli anni più grevi
hanno accumulato santo dopo santo
luna dopo luna
mietitura dopo mietitura…»

 

Sulla soglia dell’udibile

C’è chi diviene
per ognuna delle ombre
che il senno al senno
rappresenta, altri non sono

nessuno diventa quel corpo di cifre
che l’agio manipola e l’ordine ama
come tralice, garante e guardiano

C’è chi crede al volo dei numeri
per l’aria rada-di-navi
approdo di gomme bruciate
bordi della caverna antichissima
che il silenzio dei segni abita e trascura

C’è chi è traccia in itinere
immobile, una collana vivente
per gli occhi ciechi che verranno
e mangeranno il pane astratto
di notizie davvero vissute
come accadimenti superflui
inafferrabili, concisi fino alla mancanza:

sulla soglia dell’udibile farsi ritratto

 

A ritroso: domande

«… mi chiede: cosa vai cercando
che già tu non abbia? hai scritto
molte parole, sempre quelle, è vero
ma ogni volta accade come col cibo semplice
vai cercando l’inestirpabile sapore
conosciuto nel sangue della vena
che ha preceduto la tua onda di cammino
vai cercando quello stesso sapore immobile

Mi chiede: cosa ti resta mai da scrivere
che già non sia stato? il resto, ecco
un resto c’è sempre in fondo a tutto
che nessun fuoco di pupilla estingue
e sempre c’è una mano pronta
ad aprirsi sull’innocenza della fiamma
le ferite si rimarginano
le fratture scompaiono, chi viene dopo
non può che fare domande, per idea…»

 

Nello specchio

Li senti i compagni, soli nello specchio
a battere fragili dita di cera
sulla tua immagine che li consola
li invita al passaggio, propone
loro il coraggio che manca a te per raggiungerli?

Non li vedi, li senti soltanto
sai che ci sono di là
bussano e non sanno che ottengono
tutto il successo umanamente possibile

Si fanno sentire, è già molto
certo questo riguarda te solo
non loro, che sono e rimangono
soli nello specchio a battere
fragili dita sulla tua immagine
che senza volere li possiede
come frutti perfetti di memoria
sogni mai estinti nella tiepida caverna

 

Città appese al cielo

Carrozze che non esistono, vascelli
monete di un tempo arabo e monarchico
Luigi dai molti numeri e califfi

una lontana predestinazione
dai fili persi nel deserto
e nella reggia dove si è più soli

parrucche e caffettani mascherano
inutilmente l’insipienza del potere
che fa volare stracci e tende
e i tetti di tutte le metropoli

città, città appese al cielo
prese nell’anima dal motore della ripetizione
e i sogni a brulicare nelle idee
a cercare una forma, una gloria di cosa
che li renda tattili all’innocenza
udibili al fischio più ingenuo

come se tutto questo non fosse stato prima
altro che penna atroce di gufo
sapienza del tempo che sorride, crosta

 

A ritroso: io, tu

«… ho scovato i primi due pronomi
dopo anni di ricerche e fiato corto
alla corte dell’egli narrante
camuffato da prima persona singolare

ne posseggo la chiave di fuga
insieme alla loro identità vicaria
e al mondo che hanno sostituito

Difendo questa grande debolezza
davanti all’alterigia dei nomi
scritti con la maiuscola
difendo questa loro nullità
il loro essere funzione di tutto
il loro essere sempre altro
essendo il sé di ognuno…»

 

Prima della notte

Sei arrivata al culmine dopo lunghe scalinate
percorse come itinerari turistici
senza domandarti né come né quando
ridendo con l’iride che non sopporta parole
né piena dei sensi

Nell’alto che ci siamo immaginati
brucavi le vertigini
come la luna fa col latte cieco del sole
come il respiro del sonno quando imita
protetto dalle ciglia la pena del valicare

dove la gioia è rarefatta
e agli angoli il buio sovrasta
e implora una voce
e la uccide subito dopo il risveglio

Masticavi indifferente gli obiettivi
mai davvero posseduti
in mezzo a uno stridio di cingoli ostili
accolti in fretta da caserme
ordinati per file da secchi comandi
in gole antiche di una lingua comune
prima della notte

 

A ritroso: il rumore del fondo

«… sono pochissime indicazioni
e le dita spezzate, nemmeno tese
se non per spasimo infamante, un attimo

E’ impossibile mantenere oggi
la stanchezza di ieri, dritta verso chi?
sono fenomeni ridotti
alla loro ossificata nullità
tu li chiami cose gente fatti
ma fuori dalle parole
non resta che un tonfo

Nessuno ascolta il rumore del fondo
un basso continuo che attende variazioni regolate
da una plumbea grammatica dei comportamenti

eppure, di queste rare indicazioni
si vale la conoscenza del volo
per formare attorno al vuoto
figure, verità, bellezza
carne di mela, gusci levigati
dalla carezza di un’unghia…»

 

Colori: lampo delle origini

Aspetto il fulmine che annienterà
in urgenza di fuoco la vergogna
di saperne un tratto più di ieri

Qualcuno prenderà fiato
quando la luce diffonderà il celeste
e il verde su città
avendo perso il sale dell’oro
e l’accecante brulichio del bianco

Qualcuno sarà il grigio dell’ultima notte
e tutti potranno vedere
lo spargimento di terra in terra
e un legno feroce striderà sui cardini
per dire a chiunque sia presente
che mancherà, mancherà il cuore

in questo vuoto che cola dalle nari
dai buchi del carcere fuori le mura
e conoscerne l’enigma è cosa grande
per le mani, per l’abbraccio
verde celeste oro e bianco
del lampo delle origini

 

A ritroso: vera luce

«… come appari incandescente
ora che ti si è spento addosso
il sole che in te precipitato
oscurava il castello dei pensieri:

è vera luce o è spasimo
ora l’innocenza che sa, giudica
separa l’abbaglio dell’istante
dalla quiete di un lungo percorso?

Adesso, ogni parola può ascoltarsi
piangere e ridere nelle tue orecchie
attendere con fiducia lo schiudersi
primaverile della gola
nella prestanza di una giusta domanda

l’oggi è già oscurato
e maligno incanto se rifletto
la tua luce per me ancora improvvisa…»

 

***

3 pensieri su “Conoscenza del volo”

  1. Mi chiede: cosa ti resta mai da scrivere
    che già non sia stato? il resto, ecco
    un resto c’è sempre in fondo a tutto
    che nessun fuoco di pupilla estingue
    e sempre c’è una mano pronta
    ad aprirsi sull’innocenza della fiamma
    le ferite si rimarginano
    le fratture scompaiono, chi viene dopo
    non può che fare domande, per idea…

    [piene di significato, armoniche nelle sonorità, una voce che ha davvero qualcosa da dire… lette con vero piacere]

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