Figlio

Daniele Mencarelli, Gobbo

Daniele Mencarelli

Ci sono alcuni autori che hanno la capacità di concepire davvero la poesia come un dono, e che, pur avendo pudore tanto della gioia quanto del dolore, trovano il coraggio di porgere la propria esperienza – prima ancora che la propria poesia – agli altri come un’offerta. Uno fra questi è Daniele Mencarelli, che con Figlio (Edizioni Nottetempo) racconta un percorso familiare che, nel bene e nel male, è comune a molti: la nascita di un figlio, il dramma delle non-nascite successive, e poi il regalo inatteso di una nuova paternità.
Se il tema non è nuovo, in quanto è un’esperienza importantissima dell’essere persone, quello che colpisce è la profondità con cui Mencarelli ne scrive. Non a caso prima ho parlato di coraggio, quel coraggio che è necessario per raccontare la propria esperienza umana coinvolgendo, fra l’altro, anche le persone che la condividono, e rinunciando ad ogni schermo di difesa, in modo tale che la sofferenza si evidenzi come voragine e la gioia si riempia della pienezza della propria adulta ingenuità. Ne risulta una poesia costruita con consapevolezza dal punto di vista formale, ma nuda e dunque coinvolgente da quello emotivo, una poesia che è diretta conseguenza della vita e che, senza alcuna pretesa di diventare necessariamente esempio, si carica del ruolo fondamentale di testimonianza. (ft)

 

Testi

 

Dalla sezione “Nicolò”

Un cuore che non c’era
da oggi batte il mio tempo
ordina i giorni in una sola attesa,
nove mesi mi condurranno a te
farai di questo figlio tuo padre,
cosa di mio ti porterai in dote?
Non prenderti gli occhi
sempre troppo aperti sulle cose
che schiantano nervi, cuore,
eterni esordienti alla gioia, come al dolore.

***

 

È grande il policlinico
un palazzo per ogni malattia
ogni disciplina un suo tempio
dove cura e studio si alimentano
per vegliare contro il male, senza batterlo.
Invece ti accoglie la rovina
uno sfacelo che sgretola le mura,
uomini mozzi di virtù
in camici bianchi senza faccia,
infermieri come un pericolo
da scampare la notte per miracolo,
qui dentro le mura le sgretola l’umano.
Vi appellerete allo stato del Paese
a leggi sindacali fatte privilegi,
forse al fatto d’essere romani,
ma niente vi toglie dalla pena.
Non è questa l’Italia,
non è questo l’uomo,
benvenuto Nicolò
in questa terra di nessuno.

***

 

Quando ridi
e sei tutt’uno con la gioia
niente che sia male esiste,
fremono nell’aria le tue braccia
afferrando invisibili cose
luci e ombre amiche
giocano con te in segreto
in una lingua vietata a ogni altro,
poi nuvole a coprire il sole
il buio che penetra la stanza
nere le pareti dove le tue mani
carezzavano il pulviscolo,
quello che non vedono i tuoi occhi
è il dolore, si chiama perdita.

***

 

Dalla sezione “Senza nome”

Mettere all’indietro
le lancette dell’attesa,
«ancora padre»,
è questo che ripeti
ai vetri delle macchine
alla tua immagine riflessa
sulla lamiera lucida del bolide,
manchi tu eterna passeggera
genitrice che fai vita dall’amore,
nel fiume fermo di vetture
la fiacca sui visi di chi torna
ti terrei una voce dentro l’altra,
solo per dirti grazie sulla bocca.

***

 

Quante dure parole
a raschiare il niente che rimane,
un soggiorno d’ospedale
la mesta conoscenza di chi parla
stessa lingua di sconfitta,
mancati genitori a testa bassa
abbagliati dalla gioia dei vicini,
dai volti larghi a benvenuto
all’incanto dei figli appena nati.

***

 

Dalla sezione “Pietro, Francesco alla fine”

Il male insegna strano pudore
svuota questo terzo avvento
della gioia ignorante
certa di battesimo e futuro,
ci vuole forza per sfiorarti
far sparire dalla voce la paura
darti per buoni i segni
che mi dicono felice conclusione
un nuovo figlio come compimento,
mentre vanno le parole
a quei segni credere per primo.

***

 

Il tempo è una menzogna
non un giorno di questi
che non sia intera una vita,
ogni ora una dedica
alla tragedia da scegliere,
all’urto poco o niente ha retto
delle convinzioni squagliate
non si hanno più notizie.
Infine l’ora del giudizio
pronunciato senza voce,
è la visione di ciò che sarai
a far scrivere la storia
a dare alla paura l’ultima parola,
vederti malato, passeggero,
la tua inferma biografia
di giorni misti a pena.
Mio Pietro a questa sorte
come dèi maledetti
noi ti leviamo.

***

 

Mai più porterai
dono che scalcia,
non sarà più il tuo ventre
il luogo dove si rivela
l’amore quando s’incontra,
troppa la pena inflitta
e dare vita ad altra attesa
costa una forza da giganti.
Si sfiorano le mani
sulle vesti in miniatura
ripiegate dentro il nero delle buste,
corredo che si era custodito
da Nicolò al nuovo mai venuto.

***

 

Dalla sezione “Viola”

È un muro mosso dai respiri
la tua pancia che torna a farsi
forma di più dolce collina,
la mano che la cammina
a questa pace di natura
non riesce ad affidarsi,
è quello che al buio cova
tra miliardi di variabili
agli ordini del fato
mascherato da genetica,
è quello che non vedo
avvolto dal tuo corpo
il fuoco cui darei la mano
pur di farlo grande, sano.

***

 

È chiusa la finestra
dove t’affacciavi senza guardare,
qui la storia ha scavato
pozzo con nome di Pietro,
lo stesso ospedale,
appena un anno è passato,
qui dove ferocia del male
ha fatto vittima di un figlio
Viola vedrà il suo natale,
il suo giorno è arrivato
sarà festa e più sotto pianto
il vuoto del tuo primo compleanno.

 

mencarelli

 

__________________
Daniele Mencarelli, Figlio
Edizioni Nottetempo, 2013
__________________

 

***

3 pensieri su “Figlio”

  1. Conosco la poesia di Mencarelli da diversi anni, ogni volta mi stupisce, per la tensione, per la forza che riesce a imprimere a ogni verso, forza d’amore, o di pura sofferenza.

  2. Grazie a Francesco Marotta per l’ospitalità, a Francesco Tomada per l’attenzione e l’ascolto, non di meno ringrazio Lucy e Alberta.
    Grazie e poesia son due parole davvero somiglianti.
    Daniele Mencarelli

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