Cartografie

Orfeo Soldati

Viola Amarelli

“il bello, il giusto. amenità avventizie per cecati.
tu guarda, tu, il reale. e. il raddrizzo. tu guarda,
tu, verso. il meglio che si possa. il meglio che ci tocca.”

“stare, introflessa, ad ammirare quello che – ogni cosa – scorre.”

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Viola Amarelli, Cartografie
Arezzo, Editrice Zona
“Zona Contemporanea”, 2013
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Testi

       (tagli)

       bozza 1

     Un coltello, da roast-beef. Da decenni taglia affilato. Per caso è della marca migliore, la lega di acciaio all’epoca anche lei la migliore. Roba svizzera. La precisione: i tagliagole a mercede hanno bisogno di lame affilate. È – sono – ancora lucido. Imperturbabile, inscalfibile, pare. Il padrone di casa, che non capisce niente di coltelli, continua a usarlo. Ogni tanto adesso – che proprio ora è invecchiato – si chiede chi durerà di più. Se lui o il coltello. Il coltello non ha dubbi. In teoria, stocasticamente, sarà qualcun altro a usarlo.

       bozza 2

     Avrebbe voluto fare il lanciatore di coltelli, il flash da circo bambino riempie gli occhi. Oppure l’orologiaio. O il tagliatore di diamanti. Qualcosa che richieda mani e attenzioni. Al limite, taglia taglia e ricuci, il chirurgo. Il bisnonno era stagnino. Molto bravo, raccontano in famiglia. A lui invece tocca occuparsi di barili. Barili di soia. All’ingrosso. Alla fine ha imparato i trucchi che si riducono a due: sorridere e sgolarsi. Il metatrucco, il fondamentale, è capire come alternarli. Però adesso potrebbe comprarsi un bancone da falegname. In campagna, dove non va più nessuno. Magari anche una sagoma da tiro a segno. E un manichino. Per provare i coltelli. Una bambola gonfiabile sarebbe d’effetto ma è rischioso e poi un manichino maschile va meglio. Non ha niente contro le donne. Ama solo i coltelli. Vallo a dire. Infatti non lo dice.

       bozza 3

     Sono di. Vetroresina. Altri di poliuretano. Gli ultimi arrivi in cartapesta: articolazioni in metallo. Mi piace. Essere in vetroresina lucida. Senza capelli, e con le gambe danzanti. Finirò in una show room. Elegante, addomesticato addobbato languido e teso come un felino. Bella vita. Inutile, sì, lo so. Altri si dedicano al crash test. E alla formazione sanitaria. Didattica e volontariato. Li stimo. A me, mi ha rovinato l’estetica. Il massimo sarebbe essere di gesso. Formato David di Michelangelo. Un sogno in 3D. Mio fratello l’ha comprato un lanciatore di coltelli. L’unico rischio per me saranno le forbici di un fashion dress. Panni. E drappeggi. Una vita da gatto, quasi. Il manichino di un gatto. Quella, però, è un’altra storia.

       bozza 4

     Le forbici non funzionano. S’incazza. Le cose smettono di funzionare quando servono, è una costante. Lo spago è bello spesso, perfino con il piombino. Strano, ormai si usano solo reggette di plastica. Anche la lettera incollata sul pacco è avvolta da strati di nastri adesivo. Forse è meglio chiamare la sorveglianza. Meglio un fesso vivo che un curioso morto. Per questo ha fatto carriera, e non apre i pacchi. Mi vedete così, sottile, spuntato, con l’elsa lucida. Esco fuori in parata, agli appelli, alle cerimonie. Noiosissimo, fremo. Uno spreco. Mi manca la punta, e l’incrocio di ferro, l’elsa dorata, il fodero da ingrassare. In mano a provetti incapaci. Con mantelli d’annata e nessuna idea. Tutti presi da mine e bazooka. Che mai vedranno. Darei qualunque cosa per essere una baionetta, una roncola, un’ascia, non questo stupido ornato, senz’arte né parte.

       brogliaccio

     Musei e musei teche e ribalte, crogiolo e vampa, il miscuglio, il forno, la pietra, il calore. Che sia vulcano e giù l’acqua di forgia. Il mestiere che è arte, che è sacro. Che serve, La zappa. Il forcone, il taglio di lana, la lancia dei giorni di morte. La zappa, del cibo, del tubero, seme, materia rivolta. Un’arte di terra e di fuoco. Senz’aria, a gonfiare il calore. L’inferno. Il rasoio. L’altoforno, l’ossidrica, vampa. Insieme: non parlate, il fumo lungo e brunito di ciminiere, mattoni speciali. Una lunghissima storia. Nessuno racconta. Il taglio. Del grano. Del corpo, offesa e difesa. Una lunga veglia alimenta la vita e i fuochi. Persa ogni traccia. Taglia, per entrare dentro, più a fondo. Quel poco o molto che serva. Metallo. Dal cuore alle vene. Taglia.

       riepilogo

     La punta al carbonio. Taglia netta. Attenta, a margini certi. Va a fondo, risana. Materia nova che scotta, combusta. Placa. Acqua e aria.

       cancellar(e) tutto

Poi il laser, la luce. Sfoglie di onde, festose? Sia, festosa.

*

       (una voce)

     Una voce, tremenda e terribile. Certe volte si scorda, ma poi arriva improvvisa. Prova a rimpicciolirsi, rifugiarsi in un angolo, via. Non funziona, la colpa è la sua. Disattento combina guai.

     Il problema è che non sa. Cosa non dovrebbe fare, Centinaia i rischi e i pericoli. Certe volte si ferma e respira. Ma anche questo non serve. È da sciocco, gli ripete la voce, arrabbiata.

     C’è di sotto un odio feroce. Non gli vuole bene. Ecco tutto. Un tutto confuso. Lui vuol bene a tutti e a tutto.

     La mattina, finito il latte che fa schifo e che deve bere, c’è la zia. Lo porta all’asilo. Un buon posto. Nessuno lo sgrida anche se macchia fogli e grembiuli, anche se stona canzoni e rompe i pupazzi degli altri. Però impara bene a memoria, alle recite è sempre il migliore. Al ritorno la zia se lo bacia e gli chiede che cosa ha mangiato.

     È la sera la parte più bella. Torna il padre, ogni sera con una sorpresa: una mou, una caramella, una penna. Se lo abbraccia, gli ridono gli occhi.

     È la sera che guarda i cartoni. Con il padre sopra il divano. Si addormenta. La mattina si ritrova spogliato nel letto.

     Gli ritorna spesso nel sonno lo stridore, la voce materna. Si risveglia di colpo, sudato. Per fortuna è durata poco. Non ha idea di come è finita. Aneurisma, così giovane e bella. Gli hanno detto. Testimoni le foto.

     Sfortunato. Orfano e piccolo. In teoria avevano ragione. Qualche volta più tardi ha provato a capire chi fosse quella donna che gli urlava contro.

     Una tesa e ansiosa, alle prese con il suo di sogno: diventare importante, una grande stilista. Le cartelle con i modelli. Come tante, forse un poco più stanca. Forse, aveva ragione. Lui davvero non lo capiva cosa è che non doveva fare. Anche adesso, del resto, gli capita di non rendersi conto del pericolo che tutti vedono. Ha però una certezza, ora e allora. Non lo amava, non le piaceva.

     A dirsela tutta, non gli è mai mancata.

*

       (entrambi)

     Respira, il secco, la polvere. Non è un gran problema, sa dov’è l’acqua, nascosta, ci arriva. Che sia nascosta è una fortuna. Gli animali la fiutano, annusano ma non possono berla, e sporcarla. Vanno via sconsolati. Un po’ dispiace. Ma poco.

     Il problema è la pioggia. S’infiltra e trabocca. Spezza, gonfiando, le radici e la terra. Gocce pesanti, e crepe. Senza scampo se non chiudere ogni dannato poro, stame, spina, pistillo, stelo. Aspettando che passi.

    S’è, sotto, a metà tra il dosso il piano, a metà del vento che lo brucia o lo fredda, ma sotto, sotto si allarga, prolifica, nell’umido, nel grasso che cumula ad anni una cengia, già canale, già sversatoio. Radici a decine, sottili ma tante, massa inestirpabile, spera, indifferente.

     La fortuna di essere in un posto che non è di nessuno, che a nessuno interessa, che non porta a nessun altro posto e poter bearsi d’aria e acqua e sole e vento. Sgretolando pensieri, diluendo gli sterpi, scoppiando di minuscole gemme che diventano semi, da sé a sé la passione, penetrare la terra e conviversi quieto. Finché dura.

     Dura, immemore del primo seme, dei bulbi fittili amati, smanioso dell’ombra, bisognoso di luce. Normale, insomma, non fosse di sbieco sul dosso, bizzarro, stranito memento di altri che avverte, un’onda di buio di frescura di rumore. Gente.

     Dura più del bambino che ci capita spesso, in bicicletta, ad una controra che entrambi, affiancati un istante, di suoni e di occhi, avvertono senza conoscere. Un accumulo afoso, uno affosso di vita che non li riguarda, se non per il peso di un’aria che estenua e rallenta ma non ferma loro.

     Hanno da sopravvivere, entrambi, neanche lo sanno, lo fanno. Più tardi, negli anni si perderanno, finite l’estati e il gelato comprato coi soldi sfilati alla nonna da un borsellino mentre lei dorme e via di corsa, il sentiero che è pericoloso, e quindi più giusto, comunque più corto per arrivare al bar lungo un molo che è rosa di tufo il riflesso, svuotato, uno sputo grigiastro per i pescatori.

     Un pensiero selvaggio. E selvatico. Non farsi vedere, sfrecciando di fuga o – uguale – acquattarsi di verde e giallastro d’argento, viluppo di vespe e di zecche, qualche volta una biscia. Non farsi vedere. Allontanare, allontanarsi: una colpa, probabile propria. O un pericolo altrui. Crescendo sarà sempre peggio. Tentando di raddrizzare, inutilmente; distorti, da sempre. Fino a cedere, infine. A godersi il respiro stravolto che è il loro. Entrambi.

     Una frana discarica, i camion. Tutto cambiato, non che importi anche se avverte più aperto il crinale, più fumo e rumore. Più storto, la pioggia è scivolata come il calanco e adesso la fognatura che spande liquefa intossica e allora spostare le barbe, i rametti, i getti, lontano, scomparsi i ramarri e i ronzanti.

     La benna, che sradica e mangia, geometri e capomastri, case di carta bambine a picco su un mare lontano e limoso. Un affare. Un colpo, a saltare la pietra, la terra, i formicai brulicanti, un’acqua mostosa salmastra. Un salto, un taglio bruciante. Un vento di freddo. Un seme, lanciato a casaccio, portato a marcire alla nafta del molo. Un altro che vola di fianco, che casca, fessura di roccia, distorta. S’appiglia. Ancora, di nuovo, si sveglia.

*

       (sete)1

     Un granello, finché dura. Un granello assetato di menta, framboise, lime e cassis. L’hanno schiacciato, qualcuno. Lo conosce ma non ricorda chi è. Non ha neanche importanza: arrivano distonici frullati di piccioni a cagargli. Sulla testa e le scarpe – uno stormo di nemesiaci. Tanto dopo c’è l’acqua, che stempera.

     Stempera anche il maiale. Sanguinacci e migliacci. Questi ultimi potrebbero essere granulosi. Un granello di migliaccio. Allo sciroppo di amarena. Ci sta – percorsi, impasti, ricicli. Cucine acchiappatutto. Gira e gira. Rigira al periplo, gli spazi.

     Un granello dovrebbe essere irrilevante, a meno che non sia oltre, già, l’orlo. L’orlo di questo spazio, di questo cielo. Poi cade. Non lo vede. Non si vede. Più. Fine del mondo. Fondo appiccicoso di sciroppo. Ho sete.

(1) Il termine sete (sanscrito trsna, pali tanha), utilizzato come equivalente di brama, è nel dharma buddhista all’origine dell’attaccamento al samsara e quindi all’origine del “dolore”.

*

       (pietas)

     Mi presenta il curriculum, merce geneticamente già avariata. Performa, installa, convegna, eventizza, fotografa, dipinge, visualizza. A corredo documentale un profluvio di: cataloghi, estratti, premi, partecipazioni, menzioni, recensioni, videoclip e diplomi. In ogni caso, ed evenienza, ella-essa è di natura, azione, m a t e r i c a.
Mi viene da piangere, costei ci crede, davvero. Un flusso di pietas da scempiaggine. La maestra d’asilo, o la levatrice. O la pasticciera. O la lavapiatti, più dignitoso, più amorevole, di molto più esatto. Di utile al mondo. E a se stessa.

*

       (flusso)

     Durante la festa di piazza si accorge che è lì vicino. Vicina è la folla ubriaca di trombe e grancassa, le mani che battono.

     Son bravi, gli dice l’amico che lo accompagna. Sì, sono bravi, catturano i piedi e i fianchi di chi li ascolta e tutti, irretiti, si lasciano andare. È ritmo, al respiro, di fibrillazione, il tuono del cuore. Una specie di fiume, il sangue che accelera, risale e sta a galla, ricaccia i pensieri.

     Un grande rito, da sempre assiepato, le innumeri repliche: affogare il cervello e star dentro, il sudore, le ascelle, la gola. Una manciata di eterno.

     Fuori dai panni, che è un altro nome per l’andare oltre, lui non partecipa, non entra né muove. Si accorge che sta per capire qualcosa. Ascolta, una vecchia chiamata che torna e distoglie, dio, quant’è fuori, lui, dalla notte, le luci e dai corpi. Un fuori diverso.

     È tutto magnifico, un mare di gioia, lo guarda e lo sente, non per lui ora. C’è un filo sottile, un’eco di caldo che avverte lui solo, vicino. Resta, dentro, i suoi panni, ci resta, è vicino. A capire. Non sa bene cosa. È proprio dentro, un raggiungersi cieco. Inutile, e sciocche, la fuga o la quiete. Combacia, increato.

     “Che bella serata” rifiata euforico l’amico al suo fianco.

     Concorda cortese – che splendida vita, non c’è da capire, la vecchia chiamata è da sé la risposta. Un flusso d’affetto aperto sul vuoto.

***

12 pensieri riguardo “Cartografie”

  1. “il bello, il giusto” di queste “mappe per solitari” è che può capitare di percorrerle, sulla carta, una domenica pomeriggio e di ritrovarne alcuni itinerari nella rete: lettura amplificata, tanto più gradita.

  2. Salve, Amici, tutti :-)!

    Assaporate e apprezzate le parole e le immagini di Viola;

    Ebbene, la Nostra […sa scolpire e amalgamare la polvere delle parole affinchè nello sfrido il lettore possa trovare immediati, agevoli appigli per nuovi respiri…G.C.]

    A presto, grazie del post, Gaetano dall’Irpinia.

  3. Un libro da leggere e rileggere, perchè fratturato, mutevole, pieno di atmosfere diverse che però lasciano un sapore unico.
    In alcuni momenti ostico, ma affascinante. come possono essere le cose inattese.

    Francesco t.

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