Morire dal lato sbagliato

Vicente Marti, Vision anatomica

Giuseppe Zuccarino

Morire dal lato sbagliato

     Se nell’esistenza dei viventi ci sono poche certezze, una di esse è costituita senz’altro dall’ineluttabilità della morte. Nonostante ciò, l’umanità ha spesso cercato di negare lo spiacevole dato di fatto, e un rilevante ausilio in tal senso le è stato fornito dalle religioni. Esse si sono impegnate a presentare il decesso come un semplice momento di transito, in grado di offrire un accesso diretto (o indiretto, dopo una preliminare fase purificatoria) alla vera vita, quella eterna. Capita però, sia pure assai più raramente, di trovare espressa l’idea che un’esistenza perpetua, dunque non conclusa dal decesso, rappresenti per l’uomo non una promessa ma piuttosto una minaccia, una condizione negativa nella quale egli rischia di incorrere se non perviene in maniera adeguata alla morte. A dar voce a questo strano timore sono stati alcuni grandi scrittori, e lo hanno fatto ciascuno alla propria maniera.
     Pensiamo ad esempio a Baudelaire. Una delle sue poesie prende spunto da un’antica incisione, che illustrava il trattato cinquecentesco di Vesalio sull’anatomia e raffigurava degli scorticati e degli scheletri intenti, quasi fossero contadini, a vangare il terreno. Così il poeta commenta la bizzarra immagine: «Volete (d’un destino troppo duro / emblema spaventevole e chiaro!) / mostrare come anche nella bara / il sonno promesso non è sicuro; // che con noi il Nulla è traditore; / che tutto, anche la Morte, ci mente, / e che saremo sempiternamente / ahimè! costretti forse ancora // in qualche paese sconosciuto / a scortecciare la terra nemica / e a spingere la vanga a fatica / col piede sanguinante e nudo?»(1). Che Baudelaire non stia pensando ad un ipotetico castigo infernale, bensì voglia avanzare l’ipotesi che la morte potrebbe non cambiare nulla, non porre fine alla vita né dare accesso a un aldilà religioso, viene chiarito ancor meglio in un’altra poesia. In essa qualcuno narra, in prima persona, un sogno: «– Stavo per morire. Nell’anima affascinata, / desiderio misto ad orrore, un male particolare; // angoscia e viva speranza, ogni umore fazioso / assente. Più si svuotava la clessidra fatale, / più la mia tortura era aspra e deliziosa, / tutto il mio cuore si strappava al mondo familiare. // Ero come un bambino avido dello spettacolo, / che odia il sipario come si odia un ostacolo… / Infine mi si svelò la fredda verità: // ero morto senza sorpresa, e la terribile aurora / m’avviluppava. – E che, mi chiesi, è tutto qua? / La tela s’era alzata ed aspettavo ancora»(2).
     Un autore che ha riflettuto molto sulle difficoltà inerenti al morire è Franz Kafka. In una nota diaristica del 1914, dopo aver spiegato che, in lui, la capacità di descrivere la vita interiore ha fatto passare in secondo piano tutto il resto, Kafka presenta la propria condizione spirituale in questi termini: «Così dunque vacillo, volo ininterrottamente verso la cima del monte, ma lassù non riesco, si può dire, a sostenermi neanche un istante. Anche altri vacillano ma in regioni più basse, con energie maggiori; e se minacciano di cadere sono accolti dal parente che per questo scopo cammina al loro fianco. Io invece vacillo lassù e non è purtroppo la morte, bensì l’eterna tortura del morire»(3). Ancor più chiare e perentorie sono altre brevi asserzioni kafkiane, che riguardano la condizione umana in generale: «Il lato crudele della morte è che porta con sé il dolore reale della fine, ma non la fine stessa»; «I lamenti intorno al letto di morte sono, in realtà, provocati dal fatto che non c’è stata una morte vera e propria. Dobbiamo ancor sempre accontentarci di questo morire, giochiamo ancora sempre questo gioco»; «La nostra salvezza è la morte, ma non questa»(4).
     Date simili premesse, non sorprende che il tema si trovi anche al centro di uno dei suoi racconti, Il cacciatore Gracco(5). Questo testo (datato 1917, ma pubblicato solo nel 1931) narra la strana vicenda di un cacciatore che, mentre insegue un camoscio nella Foresta Nera, cade in un dirupo morendo. Tuttavia la barca funebre che ne trasporta il corpo sbaglia rotta, sicché, invece di raggiungere l’oltretomba, essa rimane a navigare nelle acque del mondo terreno. Ne consegue che Gracco, pur essendo defunto, è anche vivo e in grado, se non di camminare, almeno di parlare. Secoli dopo, l’imbarcazione giunge in Italia, a Riva del Garda, dove il cacciatore viene accolto dal sindaco della città. Quando questi gli chiede se sia in qualche modo partecipe dell’aldilà, Gracco risponde: «Sto sempre […] sulla scala che vi sale. Mi aggiro su questo scalone infinitamente ampio, ora in alto, ora in basso, ora a destra, ora a sinistra, sempre in moto. Ma quando prendo il massimo slancio e già vedo brillare il portone lassù, mi sveglio nella mia vecchia barca incagliatasi desolata in qualche acqua terrena»(6). Il cacciatore aggiunge che, da parte sua, aveva accettato senza riserve la morte, e si dichiara incolpevole del fatto che essa gli sia venuta a mancare. Egli ormai sa bene che, per lui, non ci sarà più rimedio né aiuto possibile; dovrà continuare a vagare in eterno: «La mia barca è senza timone e viaggia col vento che soffia nella più basse regioni della morte»(7).
     Un approccio più complesso al tema si ritrova in Antonin Artaud. L’autore, che fin da giovane ha sofferto di disturbi psichici e che ha redatto una parte cospicua dei propri scritti durante la degenza, durata nove anni, in vari manicomi francesi, ha il merito di saper mettere in discussione con forza tutto ciò che di norma appare assodato, inclusa la morte. Questo avviene in vari modi, e tra essi c’è anche quello di affermare che il decesso è soltanto apparente, in quanto non è in grado di liberare l’uomo dall’essere. Da qui l’inutilità del suicidio: «Soffro spaventosamente della vita. Non c’è condizione che io possa raggiungere. E sicuramente sono morto da molto tempo, sono già suicidato. Mi SI è suicidato, intendo dire. Ma cosa pensereste di un suicidio anteriore, di un suicidio che ci facesse tornare indietro, ma dall’altra parte dell’esistenza, e non dalla parte della morte? Solo questo avrebbe per me un valore. Non sento il desiderio della morte, sento il desiderio del non essere»(8). La sensazione che la morte gli sfugga è per un verso strettamente individuale, per l’altro generalizzabile: «Io non posso morire né vivere, né non desiderare di morire o di vivere. E tutti gli uomini sono come me»(9). Tanto vale, allora, abbandonare l’idea: «Persino nel nulla ci sono ancora troppe cose da distruggere. Credo di rinunciare a morire. […] Non posso liberarmi della vita, non posso liberarmi di qualcosa»(10).
     Le frasi citate si trovano in testi che risalgono al periodo giovanile, ma capita di imbattersi in dichiarazioni simili anche negli scritti degli ultimi anni, a dimostrazione del fatto che per Artaud il trapasso rimane un’incognita, avendo già avuto luogo ed essendo nel contempo inaccessibile: «La morte non è altro che uno stato di passaggio. È uno stato che non è mai esistito, perché se è difficile vivere diventa sempre più impossibile e inefficace morire, – a ben considerare questa vita mi ricordo di esservi morto almeno 3 volte realmente e corporalmente, una volta a Marsiglia, una volta a Lione, una volta in Messico e una volta al manicomio di Rodez nelle trance di un elettrochoc. Ogni volta mi sono visto aver lasciato il mio corpo e aver viaggiato negli spazi, ma non molto lontano dal mio corpo, dato che non ci si stacca mai benissimo. E in realtà non si lascia il proprio corpo. […] Poiché il morto ha ormai un’unica idea, ed è quella di tornare al proprio cadavere, di riprenderlo per andare avanti. […] Morto, si muore dal lato sbagliato, non è quella la via che bisogna prendere»(11). Analogamente al cacciatore Gracco di Kafka, anche Artaud si è staccato dalla vita, ma seguendo una direzione che non poteva condurlo alla morte effettiva, la quale si è rivelata per lui qualcosa di irraggiungibile.
     Sembra dunque che questi tre autori, sia pure in maniere differenti, ci esortino a prestare attenzione, a non lasciarci distrarre o distogliere dal momento che deve permetterci di concludere la vita. Momento per molti aspetti negativo e terribile, ma al tempo stesso capace di sottrarci a qualcosa di ancor peggiore, ossia a ciò che un filosofo, Emmanuel Levinas, ha definito «orrore dell’immortalità, eternità del dramma dell’esistenza, necessità di assumerne per sempre il peso»(12).

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Note

(1) Charles Baudelaire, Le Squelette laboureur, in Les Fleurs du mal, in Œuvres complètes, I, Paris, Gallimard, 1975, p. 94 (tr. it. Lo scheletro contadino, in I fiori del male, Milano, Rizzoli, 1980; 2001, p. 243).
(2) Le Rêve d’un curieux, in Les Fleurs du mal, cit., pp. 128-129 (tr. it. Sogno d’un curioso, in I fiori del male, cit., pp. 319-321).
(3) F. Kafka, Confessioni e diari, tr. it. Milano, Mondadori, 1972, p. 485.
(4) Ibid., p. 752.
(5) In F. Kafka, Racconti, tr. it. Milano, Mondadori, 1970, pp. 383-388.
(6) Ibid., p. 386.
(7) Ibid., p. 388.
(8) A. Artaud, Enquête. – Le suicide est-il une solution? (1925), in Œuvres complètes, I**, Paris, Gallimard, 1976, pp. 20-21 (tr. it. Inchiesta. – Il suicidio è una soluzione?, in Sul suicidio e altre prose, Pistoia, Via del Vento, 2001, pp. 9-10).
(9) Sur le suicide (1925), ibid., p. 28 (tr. it. Sul suicidio, in Sul suicidio e altre prose, cit., p. 13).
(10) Lettre à personne (1926), ibid., pp. 55-56 (tr. it. Lettera a nessuno, in Sul suicidio e altre prose, cit., pp. 20-21).
(11) Lettera a Peter Watson del 27 luglio 1946, in Œuvres complètes, XII, Paris, Gallimard, 1989, pp. 232-233.
(12) E. Levinas, De l’existence à l’existant, Paris, Fontaine, 1947; Paris, Vrin, 1963; 1990, p. 103 (tr. it. Dall’esistenza all’esistente, Casale Monferrato, Marietti, 1986, p. 56).
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3 pensieri riguardo “Morire dal lato sbagliato”

  1. Tre grandi scrittori ci presentano i loro modi per affrontare con fierezza la morte, e non aggirarla con balsami vani, consolanti, peggiori del male che vorrebbero curare. Grazie a Giuseppe di questa lettura trasversale.

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