Gates/Cancelli

Lisa Sammarco

Lisa Sammarco

L’oltre limitato dai cancelli mi ha sempre affascinata. Qui, lungo la Costa, ve ne sono a decine che di tanto in tanto interrompono i muretti a vivo, e tagliano lo sguardo verso il mare o verso il fitto del verde con intrighi di linee e ghirigori. Spesso sembrano aprirsi sul precipizio di un vuoto solitario e immobile oppure paiono stagliarsi sospesi sul segreto di un universo a cui non è dato l’accesso.
La resistenza che essi oppongono all’indefinito confine fra il dentro e il fuori è tanto impalpabile quanto è concreto e resistente, e non è dissimile dalle parole e dal silenzio che si nasconde dentro il loro suono: credi di averli scardinati quei cancelli solo per il fatto che puoi guardarci attraverso, ma con le mani stai solo annaspando dentro l’aria.

Gates__________Cancelli

“[…] Mother of fire, let me stand at your devouring gate
as the sun dies in your arms and you loosen its terrible weight.”

(Anne Sexton – “Angel of Fire and Genitals”)

Gate: La tempesta

r. è conosciuta nel suo ambiente come la Bulgara, ma r. è di Gragnano. r. ha i capelli biondi biondi ma sono tinti, gli occhi invece sono proprio così, di un verdeazzurro tanto insolito e particolare che sembra finto. Una volta una persona colta, un professore le aveva perfino detto che era uguale al verdeazzurro che si scatena nel cielo in tempesta del Giorgione. La mamma di r. quando r. era una bambina e aveva ancora i capelli neri la chiamava bell’uochie mie. La mamma di r. a volte le dava un bacio e aggiungeva c’ust’uocchie farai l’attrice. r. dopo tanti anni non lo sa ancora se era partita da Gragnano per il Nord perché ci aveva creduto o il suo era stato solo un atto di ubbidienza. r. al Nord ci era rimasta e alla fine aveva trovato anche un lavoro, e a Gragnano non ci era più tornata, di tanto in tanto telefona alla mamma le dice sto bene mamma faccio qualche particina, no mamma il mio nome non ci sta sulla locandina e a Gragnano questi film al cinema non li danno, e non glielo dice che dopo che ha finito il suo lavoro è così stanca che chiude gli occhi e dorme. r. non le dice neanche che a volte però si sveglia che le sembra di sentire qualcuno che la chiama col suo nome di bambina, e allora si mette a pancia insù e si ripassa nella testa il suono di quel nome così come l’ha sentito mentre dormiva. Una volta r. l’aveva detto ad un cliente che r. mica era il suo nome, mi chiamo f. gli aveva detto, mia mamma mi chiamava f.bell’uocchiemie, tutto attaccato, e lui le aveva detto che non gli importava, non m’importa le aveva detto tu sei la mia puttana. r. allora aveva chiuso gli occhi, spento la tempesta.

Lisa Sammarco

Gate: Come un fiore che si stacca dal gambo

b. ha settantaquattro anni e gli occhi di un azzurro lattiginoso e spento come se dentro, di quel tempo, non ci fosse passato niente. Ha l’abitudine di dormire su di un fianco, voltando le spalle all’uomo, al vecchio che ogni sera le si distende accanto. Stanotte si è tirata ben bene la coperta rosa fin sulla testa. b. ci guarda attraverso e il buio terso si fa di un rosa rugginoso e marcio. b. torna a pensare spesso alla sua prima volta, quando si era aperta come un fiore all’uomo, ora vecchio. Che strano, non aveva sentito nessun dolore. È così per i fiori? Si aprono alla bellezza e di bellezza senza né sentire né sapere cosa o dove la bellezza sia? b. si scosta la coperta, scopre la testa e fa per girarsi verso l’uomo, il vecchio, come se da lui volesse una risposta, ma poi all’improvviso lo sente, è un dolore enorme, che si espande ovunque come fa soltanto il tempo, e quel dolore fiorisce, fino a riempire la stanza dal pavimento fino al soffitto, inutile come se fosse stato chiuso troppo a lungo e fosse diventato altro, e somigliava ad un tempo che non le era appartenuto, sottile e impalpabile come intonaco crepato. Resta ferma. Chiude gli occhi. È tardi adesso. Il buio come il tempo le cade addosso, lieve come un fiore che si stacca dal gambo, senza ricordi. Forse ora sogna.

Lisa Sammarco

Gates: Sogni

Sogna dice la mamma, m. sogna. I bambini ora escono svelti fuori dalle loro stanzette, sogna, sogna, sogna, dicono i bimbi ad ogni passo con voce sommessa, e ad ogni passo sembra che facciano piccole eco di sospiri che si rincorrono sulle riggiole sconnesse e lungo la base dei muri così che, dietro la mamma, paiono scomposti bioccoli di polvere che un vento soffia fin dentro la stanza di m.. m. sogna e nella stanza risuonano strani rumori che non appartengono a niente che in tutto il mondo si sia mai sentito. I bimbi e la mamma ora le si fanno d’intorno e la guardano. La nudità di m. è liscia e trasparente come carta velina. m. odora del chiuso e della lavanda delle lenzuola di un corredo che nel baule invano hanno atteso di perdere il candore dell’innocenza e del tempo. m. ha la bocca appena socchiusa e le labbra le tagliano il viso in una smorfia, che non è né di un sorriso né di un ghigno e da cui s’intravede il vermiglio stinto, steso e fermo, della lingua che sembra d’uccello, da dove arrivano questi rumori? chiedono i bimbi, dai sogni che m. sogna, dice la mamma, e cosa sogna? all’unisono chiedono i bimbi, per saperlo bisogna entrare nei sogni, risponde la mamma. Allora curiosi i bimbi si fanno leggeri e vuoti come l’aria dei sogni, sogna la neve quando la neve si scioglie, dice uno adagiandosi in una carezza sulla mano fredda e bianca di m., e ora dentro quel suono assordante delle cose passate un brivido enorme lo scuote tanto che il bimbo, fragile aria, tutta la stanza sommuove, sogna il respiro quando il respiro si ferma, dice l’altro che dallo spacco di una narice le penetra fin dentro il naso, e ora l’umido ruvido come di terra l’avvolge come la terra intorno ad una radice, e un viscido senso gli mangia la carne e dentro quel suono di bestia ignota e fosca il bimbo, tenera aria, soffoca e tutto si squassa, sogna il buio quando il buio vuota la luce, dice quello che attraverso lo spazio sottile che a m. schiude la bocca, sguscia sinuoso fino in fondo alla gola, e poi giù nei polmoni, e poi in particelle finissime le si avvinghia impaurito al cuore, e ora dentro quel suono che è il vuoto, il bimbo, musica d’aria, precipita come urlo teso di ghiaccio, sogna la morte quando la morte viene, dice la mamma e sbarra gli occhi, e dentro quel suono una crepa di silenzio ingoia ogni altro suono, e ora il nulla che resta le spacca in due il cuore. Ora tutto tace che sembra quasi che sia un altro giorno.

Lisa Sammarco

Gate : Ventitré minuti

f. di quella sera ricorda solo che indossava un vestitino a fiori gialli. Nient’altro. E che mancavano ventitré minuti alla mezzanotte. Sì, in mente le è rimasto solo quel colore e l’ora esatta. Il gesto di scoprirsi il polso sollevando appena un petalo di stoffa. Ventitré alla mezzanotte. Ventitré minuti per rientrare a casa, come promesso. Quanta vita può passare in ventitré minuti? Un ultimo bacio, un’ultima risata ciao ci vediamo a scuola domani, un’ultima parola ancora da sussurrare in un orecchio e ancora ciao ci vediamo domani a scuola. Ventitré minuti che colano nella banale giovinezza. O si frantumano in uno stupro. Ci sono molti modi di ricordare. E molti ce ne sono per dimenticare. f. di quella sera ha incisi nella mente solo un petalo giallo e quell’ora esatta, tutto il resto l’ha cancellato. Se adesso chiedi a f. la sua vita come è stata, f. ti risponde che ha ricucito alla meno peggio tutto il buio rimasto.

Lisa Sammarco

Gates : Forse con la vita stessa

c. è una casalinga. c. ha una vita dignitosamente opaca. c. ha una vita come ce ne sono tante che inizia da trent’anni con l’odore del latte che si scalda sul fornello della cucina, e inizia che fuori neanche è fatta l’alba. c. non se lo sa spiegare come quel liquido così bianco e innocente possa avere quell’odore. c. quell’odore non sa proprio definirlo. Non dolce, non aspro, è più che altro un odore senza un suo aggettivo se volesse classificarlo nel modo più convenzionale. c. crede che abbia che fare con le cose che si hanno dentro. c. crede che anche l’odore del cuore che batte non ha un aggettivo ma forse si rassomiglia a quello che ha il latte quando lo si scalda. c. il latte lo guarda mentre lentamente si gonfia al calore della fiamma, e si inturgidisce come una mammella bianca, e mentre questo accade l’odore diventa più pieno e intenso e vivo. c. il latte lo guarda venir su sfrigolando lungo le pareti di metallo, su su fino ai bordi ricurvi del bricco e quando c. spegne la fiamma guarda quella materia montata che ricade giù avvolta da un velo sottile che sembra pelle, portandosi appresso il suo odore. c. pensa che quell’odore abbia a che fare con quella che è la sua vita. Forse con la vita stessa.

Lisa Sammarco

Gates: La bottega di Dio

m. quando cammina e passa accanto la vetrina di una profumeria non resiste, m. deve entrarci. A m. piacciono molto quelle grandi, quelle che hanno lunghe vetrine popolate da strane donne che sembrano bellissime benché siano ridotte in pezzi. A m. piace guardare quei corpi tronchi e immaginifici composti soltanto da occhi perfetti e immensi, o da mani affusolate, oppure da bocche immobili nell’incantesimo di un nulla misterioso, o da gambe lisce e culi tondi teneramente rosei che disegnano enigmatici punti interrogativi. m. entra e immagina che quella sia la bottega di Dio, m. immagina che Dio lì ripari le donne malriuscite. A m. piace aggirarsi in quel mondo di polveri impalpabili e di fragranze. m. annusa, sfiora con tocchi lievi delle dita fard e ombretti e poi si lascia sul dorso della mano scie d’impronte iridescenti. a m. piace guardare la sua mano mentre a poco a poco, stria dopo stria, si trasforma nell’astrazione di un uccello tropicale, a volte di un fiore che nel mondo neanche esiste. m. con lo sguardo attento scorre uno ad uno tutti gli astucci ordinatamente esposti e con la mano-uccello sorvola quelle bolle di resina trasparente che custodiscono colori e colori. Ma quello che a m. piace di più è leggere i nomi dei rossetti e la loro magnetica e alchemica poesia e per ognuno poi s’inventa nuovi lunghissimi nomi.: Night Mistery, un rosso cupo, diventa – sangue rappreso sulla garza di un cerotto – Sweet Dawn, un rosa pallido – big-bubble masticata molto a lungo – per Hot Sex, un arancio rosato, crea – aragosta viva mentre scolora nell’acqua che bolle – Rouge Pigalle, un rosso vivo e resistente, m. lo chiama – rosa di plastica davanti alla fotografia di nonno Antonio mortom. è convinta che certa poesia sia un trucco, una finzione imbellettata, l’invisibile perpetuarsi di una prigionia.

Lisa Sammarco

Gates: Per ogni storia ce n’è almeno un’altra

l. ogni sera innaffia le piante del suo balcone. l. innaffia le piante del suo balcone quando è triste. La tristezza di l. è una cosa che appartiene alla sera come può esserlo la consuetudine delle stelle, e così ogni sera l. è triste e innaffia le piante che adesso sono in fiore sul suo balcone. l. per farlo aspetta che la sera entri in un’ora tarda che la fa quasi notte e la strada allora diventa una lingua muta e tutto il paese è un altrove che resta dietro le persiane serrate delle case. l. anche stasera è lì, in una di queste prime tiepide oscurità, è lì che mesce acqua sul rosso sanguigno dei gerani che il buio della poca luce dei lampioni raggruma tutt’al più in un’idea di rosso vivo, perché quello che l. in effetti vede è solo una materia di un buio più buio, finemente frantumato in piccole scaglie. A l. piace starsene lì ché le sembra di essere una nuvola passeggera, e pensa che quando tutte le piante avranno avuto la loro acqua anche la tristezza, come una nuvola, andrà a vuotarsi nella terra. Stasera però la strada stenta a stare ferma e da un vicolo ancora desto arriva un balbettio sommesso di passi, poi ecco spuntare una turista che passando sorride a l., poi con la mano saluta e l. vede che il sorriso le diventa ancora più ampio come di fronte ad una qualche meraviglia che le è stata promessa dal pacchetto all inclusive e che non è andata disattesa. l. è una nuvola che piove attenta e sottile, che sorride e che saluta una sconosciuta dal buio ché se non lo facesse rovinerebbe tutto. Poi ogni cosa ritorna pian piano alla sera che era: l. ritorna ai suoi fiori, e a quella tristezza interrotta, la strada rallenta e poi, quando la donna svanisce del tutto, resta ferma e anche l’oscurità si distende. Ecco, pensa l., forse ora resterò nella coreografia di un ricordo di questa donna, sarò tale e quale ad uno di quei suggestivi elementi di cui, tornata a casa, lei, la donna, parlerà ad un vicino così come allo stesso modo parlerà del finto pescatore che le ha cantato Fenesta vascia e dirà convinta what a spell! e dirà che lì, al sud, tutto è così suggestivo, tutto è ancora come in un film in bianco e nero, lì, dirà, le donne stanno ai balconi e i pescatori cantano alle donne canzoni d’amore, unbelievable! Io, pensa l., finirò in uno di questi ricordi come si finisce nell’inquadratura che era tutta e solo per un tramonto che è apparso bellissimo perché una nuvola sembrava disegnare la forma di un cuore e questo lo faceva speciale, un tramonto che nessuno aveva mai avuto, ma in realtà identico a tanti già veduti. Io, pensa ancora l., sarò lì così, e sbiadirò nel color seppia del racconto di quella volta che lei, una donna che già adesso è scomparsa alla vista di l., in un paesino del sud, in vacanza, passando di notte lungo una strada aveva guardato per caso su in alto, verso una terrazza, e aveva vista una donna che calmava la sete dei suoi gerani e con lei aveva scambiato la complicità di un saluto felice magic! unforgettable! dirà, ma ignorerà tutto di l., ignorerà la sua tristezza sfiancata che ogni sera s’impiglia nei gerani e ignorerà anche che l. avrebbe scritto proprio di lei, di questa storia che forse è accaduta, una storia che l. sta scrivendo proprio adesso, allineando parole che non sono state dette per farne una finzione o forse per farla accadere davvero, una storia che è una, ma con due trame, due vite ed entrambe imprecise. l. pensa che in tutte le storie, anche quelle che appaiono perfette, ce ne sia un’altra con un’anima buia che, come ogni anima, se ne sta nascosta come l’altro lato della luna, come un giardino che immagini soltanto dietro la grata di un cancello. l. pensa che per ogni storia che viene narrata ce ne sia almeno un’altra che tace. Qual è delle due quella reale?

Lisa Sammarco

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Tratto da:
Lisa Sammarco, Gates/Cancelli
(2011-2013, inedito)
ora in “La Biblioteca di Rebstein“”
Vol. XLVIII, Luglio 2013
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4 pensieri riguardo “Gates/Cancelli”

  1. Dietro i cancelli, ci sono i sogni, il silenzio, la parola, Dietro i cancelli, i sogni le storie. E’ possibile aprire i cancelli.Ma un tempo dietro i cancelli,vivevano i reclusi, i poeti, i folli E sono stati aperti da un utopista, un filosofo .un sognatore.. Potrebbero rinchiudersi , per presunta necessità. Ma non è così. Non c’è necessità. Solo talvolta si può di nuovo cercare la mancanza di libertà e di sogni. IL grigio e tranquillo vivere, che nonb è essere. Ma dentro c’è la fragilità , il divieto. Si può immaginare l’infinito, e rinchiudere le speranze. E’ utile sempre la chiave per aprire, per uscire
    ,La chiave che è la speranza. ,l’agire ,la tensione verso lalibertà.Dietro i cancelli esistono storie di tutti i generi.Ma è importante portarle fuori. Non chiudete i poeti dietro i cancelli. Non più. Sono già stati liberati

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