Περί φωτός και θανάτου (Della luce e della morte)

Mario Giacomelli

Antonio Scavone

Περί φωτός και θανάτου
(Della luce e della morte)

     Sono claustrofobica ma non di quelle generiche. Non mi angosciano, per esempio, gli ascensori incassati nel muro, quelli degli uffici per intenderci, anche perché qui in periferia dove vivo con le mie figlie non ci sono uffici, bisogna andare in città per sbrigare pratiche o inoltrare domande. Non mi spaventano i luoghi o i treni affollati perché evito accuratamente di frequentarli e non già per ansia ma perché non posso muovermi come vorrei per i postumi di una caduta che ancora mi tiene imballata la schiena e il ginocchio destro e devo adoperare un bastone per sostenermi.
     “Sei claustrofobica per capriccio”, mi direbbe qualcuno con l’intento di dileggiarmi e mettermi in cattiva luce ma in cattiva luce, data la mia semi-infermità attuale, ci sono già e, per quanto riguarda gli insulti che ancora mi cascano addosso, non ci faccio più caso, non mi toccano più di tanto.
     Le mie figlie, Maria e Angela, vanno tranquille nel carnaio della città, prendono gli ascensori asfittici, i treni affollati e non soffrono di nulla: sanno della mia fobia ma non ne parlano, non mi catechizzano, non stigmatizzano quella che per loro è una paura ancestrale. Ancestrale, poi, si fa presto a dire: tutto è ancestrale, tutto proviene dal primo uomo e dalla prima donna, dalle sofferenze che hanno provato, dal coraggio che non hanno avuto, dalle paure che li hanno condizionati. Non mi spaventa il buio e non mi terrorizza il silenzio, quel silenzio sordo che attenua e affossa ogni suono sia pure minimo e difficile da percepire: vengo presa da una vera e propria angoscia quando penso che… sì, insomma quando penso che, giudicata dagli altri defunta, potrei essere in realtà ancora viva sotto terra.
     Com’è facile intuire, evito di guardare in tivvù le immagini di sopravvissuti miracolosamente recuperati dopo giorni di supplizio sotto le macerie di un terremoto o quei salvataggi rischiosi e sfibranti di quelli che si ritrovano bloccati nelle grotte per l’ossessiva inclinazione di visitare il ventre della terra. Le vittime di disastri naturali, o quelli provocati da errori umani, mi commuovono ma mi fanno pensare che, se dovesse toccare a me, sarei immancabilmente annoverata tra le persone disperse, mentre sarebbe più giusto assegnarmi al funesto numero di quelle introvabili, irraggiungibili. Sarà una paura comune alla maggior parte dell’umanità, ma per me non lo è: non può essere comune, cioè accettabile, una paura che non vorresti avere.
     So benissimo che questa è, di fatto, una paura ancestrale, che venga considerata come una fobia primordiale ma, per conto mio, non credo che l’uomo primitivo soffrisse, tra le molteplici angustie della sua vita, anche questa che era la prima e la più prevedibile delle sue preoccupazioni, sapendo di poter morire in una battuta di caccia, sotto i fulmini di un temporale, ucciso dai suoi stessi simili per il dominio di un territorio o di una donna e lasciato quindi a marcire impietosamente in un bosco, lungo un fiume, nella tana di bestie feroci. Questo è il mio tormento: essere seppellita ancora viva ma abbandonata a me stessa come una morta. Devo aggiungere che questo pensiero, o tristissimo presagio, non mi accompagna tutte le ore di tutti i giorni: si presenta quando la schiena si fa sentire bloccandomi in una morsa di ghiaccio, quando il fiato corto mi fa trasalire per le tante sigarette che continuo a fumare o quando non ho niente da fare, se non girare attorno a un’idea più o meno fissa. E le idee, quando sono fisse, sono come lo spillo dei contasecondi di un orologio con la pila esaurita: ritorna e picchia, quello spillo ammattito, sempre sullo stesso punto, penosamente.
     Ma oltre le idee o le ossessioni c’è da fare il resto, occuparsi di quello che la vita ti mena sotto gli occhi, nei pensieri, nelle mani. Preparo da mangiare per le mie figlie, rimetto in ordine la cucina quando le pentole accatastate sono diventate una piramide sbilenca, metto in funzione la lavatrice per i bucati che si accumulano secchi e indecorosi nel corso della settimana. In pratica, faccio una vita da coatta, chiusa in casa, senza voglie e con gli appuntamenti che scandisce l’orologio della mia famiglia: a tale ora ritorna Maria dal suo lavoro precario e insoddisfacente, più tardi in serata ritorna Angela dai suoi giri spesso infruttuosi tra seminari e centri di formazione e, come si sarà capito, manca il padre delle mie figlie, un signore che ha cambiato casa tanto tempo fa.
     Nei pomeriggi di attese butto un occhio su un cruciverba inconcluso, su un libro aperto alle prime pagine, sui volantini della pubblicità di un tosaerba, un pannello foto-voltaico, una stampante laser a colori… Poi mi appisolo sulla poltrona ma mi risveglio subito per non cadere nella tentazione maligna della mia paura e mi metto a contare, ad alta voce, i quadri appesi al muro del soggiorno, le sedie del tavolo, i ninnoli della vetrinetta: quando non ho più nulla da contare mi alzo, mi sorreggo col bastone ed esco sul balcone a respirare quell’aria fresca che qui in periferia, sulla collinetta che si sporge sul vallone che porta in città, ritempra ogni tipo di suggestione e, anzi, riconcilia la voglia di fare e di sentirmi protetta non so da che cosa. È angosciante, lo so, ma tutto ciò che riguarda la vita nasconde angosce e ostacoli, limiti e delusioni. Ho una certa età, una dignità che ancora mi sopravvive e una capacità di giudizio che mi assiste quando sono proprio allo stremo delle energie. Sarò un po’ depressa, chi dice di no, un po’ immalinconita dalla piega che la mia vita ha preso da un po’ di anni a questa parte ma la mia vita non ha avuto solo una piega, ho accumulato tante di quelle pause, di quelle fermate obbligatorie che non so più distinguere quale sia stata la disavventura più sofferta, quale la sfortuna più irriducibile. Le pieghe si sono accavallate l’una sull’altra come si arriccia una stoffa di raso, ritirandosi per difesa, quando il ferro da stiro avanza come la prua di una nave per disperdere le onde della risacca e quelle pieghe restano lì, un po’ si afflosciano ma lasciano trasparire comunque gli sbalzi che hanno patito e che si sono trasformati in dossi e dune dai rilievi inconfondibili, di una materia astratta ma ostile.
     Squilla il cellulare e mi strappa da questo soliloquio tristanzuolo con la forza e la freschezza di un secchio d’acqua che ti viene sbattutto in faccia da chi intende rianimarti senza giri di parole, per farti prendere e brutalmente coscienza della tua melodrammatica fissazione.
     È Maria: mi dice che stasera deve partecipare ad una festa di propaganda per il negozio dove lavora e che ha bisogno di un vestito particolare, quel tubino nero che starà da qualche parte e che sarà facile trovarlo perché sono stata io a riporlo da qualche parte. Le chiedo quando tornerà a casa per vestirsi ma ha già riattaccato. Poi chiama Angela: stasera non torna perché è di pizza con i suoi amici del corso di formazione, che non devo conservarle la cena e non è il caso di aspettarla in piedi. Ecco: le mie figlie sono cortesi, ben educate, ma mi lasciano il più delle volte sola. Nulla da eccepire, ci mancherebbe: so quali sono le mie aspettative e le loro smanie, i loro desideri e i miei confini, tuttavia devo dire che neppure una badante è lasciata sola alla sua mansione di supporto, anche per una badante ci sono spazio e tempo per scambiare quattro chiacchiere, concordare una cena, fumare una sigaretta tra un ricordo e un aneddoto ameno. Bene, farò a meno di ricordare o di raccontarmi qualche episodio divertente e mi metterò di buona lena a trovare quel tubino nero che serve per la serata di Maria. Dove l’avrò riposto? Nell’armadio, è ovvio.
     Benedetta schiena che invece di rispondere elastica ai movimenti del corpo si irrigidisce amorfa come una mozzarella lasciata per sbaglio nel frigo dietro le buste della verdura! Mi è stato chiesto di trovare quel tubino nero e quel tubino nero troverò, spostandomi come un monolito animato, come un robot che cammina alternando goffamente prima un piede, poi l’altro e infine il terzo, il bastone. Sarò anche goffa ma sfido chiunque a conservare scioltezza e grazia quando un accidente ti costringe a gestire il tuo corpo nel quale non ti riconosci, come se ti ritrovassi all’interno di un macchinario che non sai come governare. In fondo, non sono così vecchia e decrepita da suscitare quella compassione posticcia che si elargisce ai disabili. Ho l’età che ho vissuto e che vivo, tra pochi alti e infiniti bassi, non mi faccio illusioni e mi trascino lentamente verso l’armadio: apro le ante, mi puntello sul bastone e guardo gli abiti di Maria ben allineati sulle grucce, soffici, delicati, dai mille colori. Maria sì che sa come vestire! Ha un fisico asciutto, un personale grazioso, un gusto di prima classe. Io no, non sono mai stata, esteriormente dico, appariscente: belloccia ma non seducente e il tubino nero non c’è. No, non lo trovo. Perché, poi, proprio quello? Deve far colpo su qualcuno? Sedurre un rappresentante, un manager, un pezzo grosso?… Non sono affari miei ma i pezzi grossi, oggi come ieri, sono soltanto viziosi in cerca di avventure facili ma mia figlia starà attenta, è una ragazza con la testa sulla spalle, come si dice, e ha le spalle robuste, lo sguardo attento e rapido: con quelli lì devi stare con gli occhi aperti, il sorriso accennato e la parola pronta. Bene, dove si sarà ficcato questo tubino, dove l’avrò ficcato?… Già, le parole coprono i pensieri, perché girarci attorno e camuffarli?
     Vediamo: pantaloni pantaloni pantaloni; per lo più neri, antracite, comunque scuri; di lino, di cotone, anche di pelle; poi bluse bluse bluse… Maria è monotematica… camicette camicette camicette; golfini golfini golfini… perché veste sempre così?… Ecco un tailleur finalmente, rigorosamente nero, poi un altro grigio con bottoni di madreperla… poche gonne, qualche gonna ma del tubino nero neppure l’ombra. Comincio a innervosirmi ma devo stare calma: guardo l’orologio a muro ma è fermo, si è fermato proprio ora, disdetta! Però io non posso fermarmi, devo fare mente locale: potrei rovistare nell’armadio di Angela ma le due sorelle sono molto gelose delle loro cose, non si scambiano un foulard, figùrati un abito! E poi, fisicamente, sono diverse, non si somigliano: Maria è regolare, Angela ha un naturale più invitante, più generoso; Maria a volte è comprensiva, Angela a volte è intrattabile e se mi scoprisse adesso che frugo nel suo armadio sai la tragedia greca! Comunque, con cautela, apro l’armadio di Angela e, come prevedevo, non trovo il tubino nero che vado cercando e che in verità non si addice al corpo di Angela e al suo stile di abbigliamento. Ora che faccio?
     Le mie figlie mi lasciano queste consegne che obiettivamente non sono in grado di espletare: non posso rispondere e scattare ai loro comandi come se non avessi nient’altro da fare e da sopportare. Devo riposarmi, massaggiarmi il ginocchio e aspettare di essere illuminata da una trovata, un indizio. Niente, niente mi sovviene in aiuto, ancora una volta, sembra che si accani… anzi si accanisce deliberatamente contro di me anche questa sciocchezza del tubino nero e che, in fondo, appare come una sciocchezza solo a me che divento inconcludente.
     Mai avuta un’indicazione, una parola beneaugurante, una mano sulla spalla! Sempre sola a combattere, a perdere, a dovermi ritirare! Io che mi dedico a tutti quelli che hanno bisogno, io che non vivo di pregiudizi o, è il caso di dire, che non ho scheletri nell’armadio! Io che cerco sempre la comprensione, l’accordo e mi ritrovo invece con le mie figlie che vogliono, che pretendono di essere indipendenti… Ma indipendenti da chi? Da che cosa?
     Maria che non mangia le uova e Angela che non ama le zucchine sarebbero indipendenti? Tutta qui la ricerca ribelle della loro libertà? E io, allora, che devo scervellarmi per preparare la cena, inventare pietanze gustose con ingredienti che, gira e rigira, sono sempre gli stessi: fesa di tacchino, patate, melanzane e insalata?!
     Basta, non voglio strapazzarmi più, mi sono mortificata abbastanza e devo rimettermi alla ricerca del tubino nero di Maria: so già cosa dirà se non lo trovo: che non ha mai nulla da mettersi addosso, con un guardaroba da fare invidia a una mannequin per una sfilata. Il fatto è che sono una persona di pancia, schietta e disponibile, senza fronzoli per la testa, che reagisce agli imprevisti e agli inconvenienti senza accampare scuse e fisime. Dunque, il tubino nero!
     Mi guardo intorno, perlustro la camera da letto delle mie figlie e mi soffermo su una poltrona dove le ragazze, spesso per la fretta, dimenticano una maglia o una sciarpa ma la poltrona fa bella mostra di sé, casuale nella sua nudità. Ed è spoglio anche il divanetto fucsia, i due sgabelli ai lati dei letti: niente, non c’è altro, solo la cassapanca sotto la finestra dove di solito riponiamo i piumoni e i cuscini di riserva. Non mi resta che guardare anche lì ma, per quanto sia stata distratta da tutta una serie di problematiche, non credo di aver riposto il famoso tubino nero in questa cassapanca che apparteneva a mia madre e che, di fatto, è un pezzo pregiato di artigianato rustico. I piedi della cassapanca sono le classiche zampe di leone che reggono l’ossatura del mobile di un massiccio legno di noce e una modanatura di rovere corre sotto il coperchio a sbalzo per creare un punto di presa e un motivo ornamentale nell’intera struttura che si conclude con una serratura d’ottone a incastro come si usava una volta, con tanto di occhielli e toppa per la chiave. La chiave non la usiamo più, la conservo tra le reliquie di mia madre, ma non ce n’è bisogno perché la cassapanca viene aperta solo al cambio delle stagioni per evitare che si sconquassi: stavolta, tuttavia, devo aprirla e concludere la ricerca del tubino nero che si è fatta ormai spasmodica.
     Avvicino uno sgabello alla cassapanca, allungo la gamba destra per non piegare il ginocchio che comincia a dolermi e, con molta pazienza, provo a innalzare il poderoso coperchio che, con mia grande sorpresa, sembra sollevarsi da sé, come il dorso di un libro quando viene appena squadernato. Ma la sorpresa non finisce: c’è un solo piumone e due cuscini e sono belli gonfi e ponderosi. Non c’è che dire: quando devi trovare qualcosa non sei capace di fermarti, vuoi andare fino in fondo, scoprire il fondo delle cose e, in questo caso, della cassapanca. Comincio a togliere i cuscini e li lancio su un letto, poi tiro fuori il piumone e non so dove poggiarlo se non a terra ma, per fortuna, la busta di cellophane lo protegge dalla polvere ma c’è ancora dell’altra roba: vecchie maglie che non metto più, conservate accuratamente nelle buste, vecchie gonne non più della mia taglia attuale, fazzoletti ancora nelle scatole originali, lindi e piegati nelle veline, e tante altre cose che non riesco a ricordare, o a pensare che fossero state riposte in questa cassapanca delle meraviglie. Continuo a scartare ma non arrivo al fondo e mi sporgo sempre di più, col rischio di caderci dentro ma non corro questo rischio o, meglio, mi preoccupo di essere più attenta. Mi alzo dallo sgabello e mi siedo sulla sponda della cassapanca come su un muretto, cercando di far leva sul bastone e puntare il ginocchio destro come contrappeso a terra sull’equilibrio sbilenco che ho procurato e sto procurando al resto del corpo. La manovra non è così agevole come avevo ritenuto: devo tirare di più la gamba destra verso di me, lasciar perdere il bastone e sedermi di più sul bordo della cassapanca: la gamba si avvicina a fatica, sto per dominare al meglio la posizione raggiunta ma è un’illusione, anzi un pericolo… Oddìo, che mi succede? Vengo risucchiata all’interno della cassapanca, ci vado a finire dentro tirandomi appresso la gamba destra che faceva da bilanciere e che ora mi ricade addosso infelicemente: affondo come un malloppo scaraventato dal ciglio di un burrone, picchiando, battendo, sopraffatta dal movimento inconsulto, contorta nella postura innaturale, indolenzita e stecchita nella schiena per la violenza della caduta e atterrita dal coperchio che sta piombando su di me per incastrarsi nella serratura. Riesco non so come a ergere il ginocchio destro, quello malconcio, sotto il coperchio che sta per chiudersi su di me come quello di un sarcofago e a tenerlo sollevato per uno spazio piccolissimo, una fessura che si assottiglia sempre di più… Ci riesco ma il dolore mi raggela: sento il mio respiro in affanno, vedo la luce debolissima che trapassa finissima in quello che proprio non mi va di definire il mio feretro. Non posso e non so se voglio muovermi: guardo la penombra intorno a me, tocco le scatole dei fazzoletti che mi sembrano siano diventate più grandi e piene di spigoli, le maglie e le gonne che mi avvolgono come se dovessero coprirmi e abbigliarmi un’ultima volta. Sto aspettando l’angoscia che mi ottunde quando penso di finire come una sepolta viva… Vittima della mia paura ma stavolta più forte della paura è la circostanza reale nella quale sono sprofondata. Provo ad alzare il ginocchio destro per spingere in alto il coperchio della cassapanca ma la gamba non riceve una spinta sufficiente perché il movimento si ripercuote dolente sulla schiena che è come rattrappita. Provo allora col braccio ma devo girarmi sul lato sinistro e purtroppo, da quella parte, nel sarcofago, non c’è spazio abbastanza per puntellarmi e tentare con uno scatto di forza di uscire da questo buco grande come una fossa. Dev’essere questo il mio finale?
     Respiro lentamente, lievemente: dicono che in situazioni estreme bisogna centellinare il respiro, per non sprecare la riserva d’aria che potrebbe diminuire e svanire e per non affaticare i muscoli del torace costipato da un’improvvisa compressione. Non sto sotto le macerie, per fortuna, ma per disgrazia nessuno va a pensare che io sia finita sepolta in una cassapanca: ci sarebbe da ridere ma chi ne sarebbe capace? Sotto le macerie una disgraziata spera nei soccorsi, si preoccupa di non muoversi per non farsi schiacciare da intonaci e solai pericolanti; sotto le macerie una disgraziata ingoia la saliva residua per umettare la lingua e illudersi di poter disporre ancora di una striminzita e miracolosa falda d’acqua in quell’ammasso di polvere e pietre; sotto le macerie una disgraziata aspetta che il tempo passi a suo favore, più passa il tempo e più sarà probabile il suo salvataggio giacché la capacità di sopravvivere, e la voglia di sopravvivere, è inesauribile nelle creature di questa terra sbaragliate da una catastrofe… ma io non sto sotto le macerie, sono una sventurata, senz’altro, e con la paura di restarci perdutamente chiusa in questa cassapanca, ma non posso pensare di essere salvata e non so che farmene di risparmiare il respiro o i movimenti del corpo, non so che farmene di un presagio che si è avverato, di una fobia che ha svelato il suo nefasto progetto. Mi ritrovo ingolfata in una sciagura che consideravo solo come il frutto della mia insana immaginazione.
     Comincio a sentire i muscoli come afflosciati, a non avvertire il mio corpo intorno a me, comincio a credere che non sarò capace di resistere, che mi lascerò andare, che consegnerò tutta me stessa all’epilogo che ho sempre temuto… eppure le dita si muovono, posso sbattere le palpebre, rinserrare le labbra, far collimare i denti come masticando una foglia di lattuga… provare a parlare, emettere un suono, non dico una parola ma articolare una sillaba per comunicare con me stessa la sorpresa o il terrore, soffiare forse, tentare di fischiare senza esagerare, senza espormi più del dovuto o, al limite, provare a pensare qualcosa che non sia una donna in una cassapanca. Ma non c’è bisogno di provare a pensare, si pensa ugualmente, si pensa sempre, si pensa di stare o essere o morire, morire perché creduta morta o morire perché sarebbe impossibile sopravvivere.
     Quell’orologio a muro che si è fermato è stato un brutto segno, dovevo pensarci e correre ai ripari: correre col ginocchio malconcio e la schiena dritta per ripararmi in un posto sicuro: e non è forse questo il posto più sicuro? Già, talmente sicuro che comincio a tremare, i nervi si tendono e si scuotono in tocchi brevissimi, ho l’impressione di non poter respirare, che qualcosa sul petto mi impedisca di ricevere aria ma è un’impressione, sto respirando in compagnia del panico, che si è presentato compiendosi, senza il preludio di un’agitazione.
     Non ce la faccio a sollevare la gamba e spingere col piede il coperchio sopra di me, sono anchilosata e non so da dove prendere l’energia per uscire dalla mia cassapanca. Un colpo di tosse mi fa capire che sto inspirando un’aria sempre più pesante e nociva, una fitta alla schiena mi dice che il sangue non riesce a trovare le vene giuste per fluire, un serpeggiante cerchio alla testa mi obnubila la coscienza: se questo fosse il racconto della mia fine andrei all’ultima pagina per scoprire l’esito della mia disgrazia ma l’ultima pagina non c’è, è quella che sto vivendo e non ha molte parole. Pensieri e ricordi sono insensati, c’è solo il mio corpo che neppure si dibatte come farebbe un animale in trappola: ho solo la percezione di essere sottomessa da un evento e di essere abbandonata a un evento che non è dato sapere se si verificherà. Chiudo gli occhi ma non mi appaiono quelle figure indistinte che rievochiamo prima di addormentarci e che riguardano solitamente le persone che abbiamo incontrato o le cose che abbiamo detto o fatto. Anche ad occhi chiusi scorgo la fessura di luce che oltrepassa la cassapanca e che divide il mondo reale, di là, da quello fittizio, di qua.
     La paura mi fa sudare ma il sudore svapora rapidamente: non riesco a stabilire la posizione del mio corpo, se la mia testa sia disposta verso il nord o il sud, se sono rannicchiata o distesa, se il mio sarcofago non abbia fatto altro che aspettarmi. C’è dell’inverosimile nelle paure: si scatenano molto prima di manifestarsi, come se volessero prepararti a dominarle, ma, quando ti stanno dentro, sei preparato solo a subirle. Un pensiero ce l’ho: le piante del balcone, chi se ne occuperà? Potrebbero vivere anche senza di me ma non avranno le stesse cure. Credo di non avere più la voce: la verità è che non saprei che dire.
     Mi rigiro come posso e stavolta mi pare di scivolare su qualcosa che si slarga capriccioso sotto di me, un materiale elastico che stride appena, come se gemesse, una stoffa forse, leggera e dalle grinze friabili: è il tubino nero che cercavo. La sorpresa e il piacere procurato dal ritrovamento non mi eccitano e non mi rincuorano, non posso sentirmi soddisfatta di aver recuperato l’abitino di Maria nel posto sciagurato che mi tiene prigioniera. Ma c’è un’altra cosa che non riesco a percepire: ho l’impressione che siano fogli di carta, sguscianti e fragili, come pagine di un quaderno sdrucito, di un libro squinternato. I fogli slittano ai miei movimenti, li accompagnano, mi restituiscono una sensazione di ulteriore apprensione, un ondeggiamento che mi fa ricadere e mi trattiene per gli strattoni che infierisco: sto lacerando senza volerlo questo quaderno o questo libro.
     Mi chiedo come ci sia capitato questo quaderno o libro in una cassapanca dove si conservano abiti e accessori di abbigliamento. Qualcuno ve l’avrà riposto per sbaglio o per la fretta o per levarselo di torno ed è finito accanto a me come i papiri celebrativi delle mummie egiziane. Mi manca già l’aria, la sento minima e, non so perché, afferro il tubino che mi immagino sia quello nero e il quaderno o libro che ho finito di stracciare: devo attaccarmi a qualcosa di vero, di usuale, a qualcosa che faccia pensare alla quotidianità. Non ce la faccio a sollevare la gamba, a spostare il corpo in una posizione più confortevole: il contatto con la stoffa e le pagine del libro mi acquieta per un po’, anche perché non riesco a biasimarmi, a dirmi che in fondo me l’ero cercata la paura di sprofondare viva in una tomba.
     C’è un rumore di passi nella stanza, il suono di una voce che canticchia in sordina, il tonfo di un oggetto pesante che viene lasciato cadere sulla cassapanca ma il ritmico rantolo del mio respiro lieve non diventa suono e voce. Chi è entrato nella stanza finisce di canticchiare, si siede, prende un giornale dalla scrivania, lo sfoglia appena, si sofferma su una notizia e non si muove più perché sta leggendo. Mi faccio forza per farmi uscire dalla gola un sospiro grave, come il verso di un animale ferito ma non succede niente: rendo il sospiro ancora più profondo e sinistro e finalmente quel giornale viene ripiegato, buttato da qualche parte e chi lo leggeva si rialza un po’ intimorito, fa qualche passo per orientarsi, per localizzare l’origine e il senso di quel segnale incomprensibile e i passi si dirigono verso la cassapanca, l’origine e il senso del mio sfiduciato richiamo.
     Avviene tutto in un baleno: la serratura che scatta, il coperchio della cassapanca sollevato di slancio, la luce che mi acceca e una voce di donna che mi assale. “Mamma, che cavolo ci fai lì dentro! Per poco mi facevi morire di paura!”.
La voce di donna è quella di mia figlia Maria, che stento a riconoscere: mentre lei si organizza per farmi alzare, comincio a respirare con una fatica maggiore come se l’aria, adesso in eccesso, non riuscisse a gonfiare i polmoni. Mi sento ancora più avvizzita, dovrei dire imbalsamata, incapace di affrontare e reggere il mondo e la vita che hanno continuato a scorrere e muoversi oltre la cassapanca. Maria mi solleva per le spalle ma non le sono di aiuto perché la schiena ormai è diventata una stecca, una pala, una tavola di legno e le gambe non fanno leva, non ce la fanno a puntarsi e a piegarsi. “Ma come hai fatto? Che è successo?” mi chiede Maria faticando a sostenermi ma io non posso rispondere, non saprei raccontare quel che mi è capitato.
     – Vado a chiamare Angela. Tu non muoverti.
     Le faccio segno di aspettare, di darmi la possibilità di giustificare la mia prematura sepoltura.
     – Che c’è?
     Le mostro il tubino che voleva ma mi dice che non è quello, che l’ha trovato nell’armadio di Angela perché Angela, una volta, aveva provato a infilarselo e l’aveva lasciato lì, sbadatamente. Maria legge sul mio volto delusione e sconcerto e allora si rabbonisce, mi spiega che il tubino che ho trovato era di qualche anno fa, che non l’aveva mai indossato perché le sembrava eccentrico e indecente. Le mostro allora il libro, senza parlare, perché non riesco ancora ad emettere suoni, ad articolare la voce.
     – Questo cos’è? Ma perché non parli?
     Tossisco, recupero la favella e le domando che libro è. Maria lo prende dalle mie mani, lo gira e lo rigira ma le pagine le si sfogliano tra le dita e cadono a terra come falde di montagna che franano. Maria trattiene quel che resta della copertina e delle poche pagine ancora cucite al dorso del libro.
     – È un libro di Angela di quando andava al ginnasio, è un libro di greco ed è bello che andato. L’hai trovato nella cassapanca?
     – Sì… Che cos’è?
     – Forse un’antologia: è rimasto l’indice e l’ultima pagina. Due versi, sarà una poesia, ma non c’è il titolo.
     – E che dice?
     Maria sospira con fastidio, poi guarda, legge ma non parla.
     – Che dice?
     – Sembra scritta per te. Sta’ a sentire:
     “Non coloro che lasciarono la dolce luce io piango:
ma chi vive sempre della morte in attesa”
.
     – Che significa, secondo te?
     – Significa che dobbiamo tirarti fuori da questa cassapanca. Vado a chiamare Angela: hanno rimandato la pizza.
     Maria lancia una voce ad Angela e mi lascia seduta in quello che poteva diventare il mio sarcofago e a questo punto mi chiedo cosa mai possa significare la parola “sarcofago” se non qualcosa che lentamente distrugge e annienta. Cerco di sollevarmi di più, di tenere a bada il coperchio della cassapanca e guardo intorno la stanza come l’avevo lasciata non so quanto tempo fa. Mi passo le mani sul viso per stendere i muscoli contratti, mi massaggio il ginocchio malconcio e spingo leggermente sulla schiena per provare se c’è ancora dolore… Sicché qualche poeta greco dell’antichità aveva già individuato e ironizzato quella che nella modernità, e nella mia esistenza, è l’espressione di una paura. È stata una coincidenza l’aver trovato il tubino nero sbagliato e l’antologia dei classici greci? O volevo piuttosto, e distrattamente, provare fin dove avrei potuto abbandonarmi, lasciarmi andare? Non lo so, come faccio a dirlo? Sono stata affossata o forse punita dall’inerzia di una serata di solitudine, da questo ginocchio che stenta e da questa schiena rigida che regge solo il timore di non farcela. Tutto può essere, tutto poteva spiegare e tutto non ha trovato un senso accettabile. Dovrò convivere con la mia fobia, poco male, e dovrò evitare strapazzi, eccessi, azioni inconsulte. La dolce luce, quella sì che l’ho vista ma soltanto adesso mi pare che sia stata dolce, cioè utile, mentre in realtà pensavo di morire, o comunque di doverlo fare.
     “Mamma, ma che combini?” mi rimprovera allegramente Angela: “Dài, su! Tìrati su! La cena è pronta!”.
     Le due sorelle mi aiutano a rialzarmi, a sorreggermi, a prendere il bastone, a farmi fare dei passi incerti: mi hanno riesumato dalla paura, dai versi di un epigramma antico ma, non so perché, sento che questo salvataggio è stato occasionale e improprio. Tra poco ci metteremo a tavola, cominceremo a cenare: le ragazze faranno battute sulla mia disavventura, ne rideranno per ravvivare il mio entusiasmo smarrito e la serata finirà con i bicchieri vuoti, le bucce della frutta, le molliche di pane, il sorriso timido che stenterà ad affacciarsi sulle mie labbra, i pensieri oscuri e contrastanti che faranno oscillare la mia mente nella ricerca di un compatibile equilibrio. La verità è che sarei morta da sola come, del resto, da sola vivo. Sono stata salvata e aiutata a superare questa paura della claustrofobia: questo vuol dire che dovrò preoccuparmi di superare altre paure, quelle che non riesco a rappresentare, soprattutto a me stessa, chiusa e bloccata nel sarcofago di una fatua eternità, di una superstite e controversa consapevolezza.

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2 pensieri riguardo “Περί φωτός και θανάτου (Della luce e della morte)”

  1. Un racconto per esorcizzare la paura della paura o per dirci che, infondo, la linea che separa e spesso incrocia luce e morte è così sottile e fragile da ridurre i limiti della nostraomprensione percezione oppure, spesso, ingigantirli come una massa informe di nere nubi.
    Antonio Scavone sa come manovrare la parola, plasmare una storia che parla di mille storie, costruire con maestria molteplici livelli di lettura.
    Una donna sola che teme di morire sola o addirittura di essere sepolta ancora viva è solo un pretesto ( farebbe gola a tutti gli psichiatri ) per raccontare di fobie, di panico, di solitudine estrema, di un vivere e viversi forse un tantino più oltre di quanto l’umana comprensione potrebbe consentire.
    Ma lo scrittore è lì, pronto a prendere per mano i suoi lettori e introdurli dietro ogni anfratto di una virgola, di una metafora, di un pugno di versi buttati lì quasi per caso.
    Ma la scrittura, quella vera, si nutre di esperienza, grande sensibilità e cultura,e, ovviamente di un talento naturale che cresce con gli anni e affina ogni tipo di punteggiatura.
    Non c’è nulla in queste superbe pagine che non spinga il lettore a procedere tra pensieri e rflessioni sino al punto finale che, in effetti, tale non è perchè è a lettura ultimata che la mente inizia un personale viaggio dove la luce fioca del panico-morte può fare chiarezza o creare confusione.
    Ma la donna, fuori o dentro la cassapanca, pur nella sua semi-infermità, sembra spiccare un doppio salto mortale, e lasciare tra le mani della figlia, tra i tanti fogli stropicciati di un libro di antologia greca, le uniche pagine salve, l’indice.
    I segni ci sono tutti e forse la salvezza dalla paura è racchiusa in quell’indice che può, forse illuminare un passato, qualunque passato, per fare accettare un futuro ineluttabile.

    Grande racconto, grande titolo,con la Magna Grecia nell’anima, ,
    io ti ringrazio, carissimo Antonio, ringrazio anche te, carissimo Francesco. A entrambi un forte abbraccio di cuore.

    jolanda

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