La verità di Rainer Los

Joseph Kosuth ‘ni apparence ni illusion’ détail d’installation
©Adagp, Paris 2009
©Musée du Louvre, oct.2009/Antoine Mongodin

Ivano Mugnaini

Aveva udito voci una vita intera, Rainer Los, senza avere il privilegio di chiamarsi Giovanna D’Arco. Voci su di lui: accuse, allusioni, invettive feroci. Sempre in contro tempo, mezzo secondo dopo il suo passaggio, una manciata di metri al di là delle spalle e della nuca. Gli cucivano addosso, piantando con cura spillo dopo spillo nella carne viva, i panni delle esistenze che immaginavano per lui. La lana d’acciaio che ritenevano di poter ricavare dalle espressioni della faccia, dai gesti, dal modo di guardare e non guardare. Lo vedevano volta per volta come un mercenario, una spia, un vagabondo, un balordo, un killer. Variavano, i ritratti e i pareri. La sola costante era lo schiocco finale della lingua sopra un palato disgustato. E lo scuotimento di testa, che Rainer era portato ad immaginare. Lo scambio di occhiate convergeva su un giudizio tanto muto quanto esplicito: “Un poco di buono”.

Aveva giocato, Rainer. Ad essere l’opposto di quello che pensavano di lui. Ad essere, o sembrare, esattamente ciò che pretendevano che fosse. Era stato alle regole, sebbene non sue, seppure assurde. Ma un gioco non richiede analisi né riflessioni. Impone un’azione soltanto: andare avanti, mossa dopo mossa. È un mondo autonomo, il gioco, un’enclave sovrana nei territori della verità. Aveva preso parte alla partita, finché il gioco non era diventato qualcos’altro. L’opposto di sé, o il suo volto autentico.

Aveva riflettuto su una parola, e gli si era spalancato un mondo, una schermata nuova, tutta da scrivere. Essendo, fin dall’età di quindici anni un hacker tra i più abili, aveva assunto l’abitudine di ragionare nella lingua inglese: rapida, comoda, utilizzata universalmente nei mari e nei porti telematici. Aveva visto la sua vita come un videogame. Gli altri sparavano e lui sfuggiva, correva, o provava a far fuoco, alla cieca, contro innumerevoli insetti che avanzavano in schiere compatte. Riuscì a ribellarsi con la ragione a metà di quella parola. Cancellò mentalmente il termine “video”. Si disse che, per disgrazia e per fortuna, c’era qualcosa di più della superficie piatta e unidimensionale dello schermo. Restava, tenace, l’altra metà del vocabolo. Emblematicamente, era essa stessa duplice, bifronte: “game” in inglese indica sia “gioco” che “preda”. È connesso allo stesso tempo al campo semantico dell’attività ludica e al dominio aspro della caccia. Preda. La parola prese a scalpitare nella testa. Per cercare di scappare fuori, o magari per mettere il cappio attorno al suo cervello, domandolo, rendendolo schiavo. Prese a chiedersi, Rainer, per quale ragione dovesse dar vita sempre e soltanto al ruolo di preda. Chi lo imponeva? In quale copione era scritto? Perché, una volta, benedetta o maledetta che fosse, non avrebbe potuto essere lui il cacciatore?

Nell’anno 2034 la rete globale offriva ad un hacker infinite armi di aggressione, un intero e fornitissimo arsenale. Rainer inoltre aveva a suo favore quantità colossali di tempo e follia. Quelle stesse che gli avevano consentito di diventare superesperto nell’arte di penetrare i territori protetti dei siti di enti e privati, piazzando cariche esplosive nei punti nevralgici.

La prima fase della strategia di Rainer fu morbida, misurata. Non era diretta alla distruzione di dati e archivi. Mirava unicamente a frustrare. La definì mentalmente, con una punta di orgoglio, “la pena dello specchio cieco”. Schiere di navigatori digitavano con cura le coordinate di un sito specifico, e, puntualmente, si trovavano davanti agli occhi qualcosa di totalmente diverso. Niente di sconvolgente o di violento. Semplicemente lontano mille miglia dalle attese. I preferiti in questa fase erano i siti insulsi. Un serio uomo d’affari cercava di entrare nella home page della sua banca e  si trovava di fronte una tabella con le temperature medie del mese di agosto di una cittadina nel deserto del Cile. Una giovane coppia intenzionata a visionare l’elenco degli alberghi della meta delle loro vacanze riceveva prontamente in risposta la schermata di un sito pakistano dedicato all’hockey su prato.

L’azione successiva messa in atto da Rainer consistette nel “reindirizzamento”. I navigatori non venivano più semplicemente sballottati verso scogli inattesi. Venivano scortati senza troppi complimenti lungo una rotta prestabilita: il sito personale di Rainer Los. Nella pagina iniziale, su uno sfondo ocra, si disponevano nitide le sillabe color sangue della sua biografia. Quella vera, autorizzata da lui stesso. Gli eventi, le scelte, l’essenza autentica. Per quanto sia concesso ad un uomo di essere sincero.

L’idea definitiva, e finale, fu suggerita a Rainer dalla visione di un’icona su un desktop. Un noto antivirus simboleggiava la Vault, la Cella di Sicurezza in cui vengono isolati i file infetti, tramite una finestra chiusa da robuste sbarre di ferro. A Rainer venne in mente il carcere di Cagliostro nella rocca di San Leo. Cagliostro era stato un manipolatore della verità, niente di più e niente di meno. Se aveva meritato lui quella cella, allo stesso modo era giusto che toccasse in sorte a tutti quelli che avevano costruito entità fittizie con la materia fragile e sacra della vita altrui. Fu in quell’esatto momento che nella mente di Rainer si verificò il passaggio decisivo: da Internet a Infernet. Era opportuno che i manipolatori della verità passassero un periodo di tempo a meditare sull’inopportunità delle valutazioni prive di consistenza, ritracciando, passo dopo passo, il discrimine tra realtà e finzione.

Grazie alla capacità di ogni singolo messaggio di infettare intere rubriche di cui ciascun indirizzo diventava a sua volta portatore di nuovi contagi, gli Internauti che piombarono nella Cella di Rainer furono moltitudini. C’erano tutte le componenti per essere soddisfatto del proprio operato, contento, in qualche modo sazio. Sussisteva però una sorta di virus ulteriore, refrattario, indistruttibile: la civetteria propria di ogni hacker. Il bisogno di farsi odiare e ammirare in modo esplicito, il desiderio di farsi urlare contro che, sebbene infame, era bravo davvero.

I computer sepolti vivi assieme ai loro padroni erano bloccati in tutto e per tutto, tranne che per un’unica, beffarda funzione: la possibilità di contattare l’indirizzo di posta elettronica del carceriere. Potevano inviare lettere a colui che li teneva a marcire nell’inazione. Tra fiumi di insulti vari che mettevano regolarmente Rainer di ottimo umore, galleggiò un giorno un messaggio nella bottiglia di tenore del tutto diverso. L’oggetto recitava testualmente “Una ragazza redenta”. Il mittente si firmava Laura, e affermava di aver finalmente compreso. Giurava di aver capito l’errore e si dichiarava solennemente disposta a tutto per farsi perdonare. Era pronta a rispettarlo, ad onorarlo, a soggiacere ad ogni suo desiderio.

Rainer disse a se stesso che il potere non era tale se non consentiva di togliersi qualche sfizio. Incontrò Laura in un Internet Café, luogo sarcasticamente consono. Tutt’altro che virtuale però fu ciò che avvenne all’uscita: le lenzuola del letto di Rainer furono un sito ampio e fluido su cui i due corpi si strinsero in interminabili libere connessioni.

Nell’istante esatto in cui Laura scese dal letto poggiando i soavi piedini sul pavimento, la sua faccia mutò. Fu come se qualcuno, in qualche luogo, avesse premuto il tasto di un programma avanzato di grafica. Al posto del candido e mite sorriso comparve una faccia tirata, sfilacciata nella morsa di odio e sarcasmo. Rivelò di essere un’emissaria di tutti coloro che erano reclusi nella Cella. Era la personificazione della loro sete di rivalsa. Fu esplicita e concisa la ragazza-virus: rivelò a Rainer il sistema adottato, quello antico e sempre valido del vaccino. Il batterio uccide il batterio, l’infezione salva dall’infezione. “Ora hai un virus anche tu, baby! Uno di quelli che strisciano nel sangue rapidi e velenosi. Un virus vero, reale, come la vita, come la morte. Te l’ho passato qualche istante fa con questo mio corpo morbido e sensuale. E’ la mia arma, la sola, la più efficace. Sono una portatrice sana dell’infezione. Ogni bacio che regalo ai miei amanti è eterno. Non lo scordano mai. Dura finché vivono. E, di sicuro, vivono poco. Mi è piaciuto baciarti. Mi piacerà anche di più sapere che non mi scorderai. Tu però sei fortunato, sei privilegiato rispetto agli altri. Hai una via di scampo possibile: se libererai tutti dalla Prigione telematica, ti porterò l’antidoto per il virus che solo io possiedo e conosco. Ti salverai. Te lo inietterò personalmente nelle vene con rinnovata, focosa dolcezza. Sono anche una valida infermiera, sai?”.

Rainer la fissò senza cambiare espressione. Estatico, ammirato. Accettò di incontrarla il giorno dopo nella stessa stanza per effettuare lo scambio. Senza bisogno di parlare, con una carezza sulla schiena, calda, prolungata, la convinse a fare ancora una volta l’amore, prima della consegna. Lo fecero con foga, con trasporto. Come se fosse la prima, l’ultima volta. Anche Laura fremeva, dimentica di tutto. Era un rettile volante, fluente, ignaro del veleno.

Mise nuovamente i piedi a terra, Laura, e, immancabilmente, si trasformò, cambiò viso e umore. Afferrò la fiala con il salvifico siero e tese la mano verso il dischetto. Rainer si avvicinò lento al lettore CD. Sorrise. Una musica suadente si diffuse nella stanza. Laura capì al volo, pronta e sgusciante anche nei pensieri. Non ci sarebbe stato nessuno scambio. Si rivestì con cura per andare a riferire a coloro che erano chiusi nella Segreta che il carceriere aveva rifiutato di perfezionare l’accordo.

Mentre le dita della donna richiudevano i bottoni della camicetta, e con essi le fessure degli occhi e della bocca, Rainer la osservava vorace. Era proprio bella. Sarebbe morto, per lei. Conservando nella mente e nelle dita le sue forme, l’odore, il sapore. Sarebbe arrivata la fine, sicuro. Ma ogni gioco, nell’atto stesso dell’inizio, comprende in sé l’istante e il concetto del “game over”. Già, il game: gioco e preda. Pensò, Rainer, che i carcerati bloccati nella sua illimitata Quarantena, avrebbero avuto motivo di essere soddisfatti di loro stessi, una volta superato lo sdegno per il “gran rifiuto”. Si sarebbero guardati l’uno con l’altro, ghignando, ed avrebbero scosso di nuovo la testa, compiaciuti, come per dirsi: “Ecco, vedete, avevamo ragione! E’ un fedifrago, un infame. Si conferma, inequivocabilmente, un poco di buono. Come volevasi dimostrare!”.

Sì, si sarebbero crogiolati nella loro verità. Ognuno, in fondo, ha la sua. La possiede, e la ama, per come può. Anche Rainer avrebbe custodito fino alla fine il suo lato della luna. Guardandolo con amore, senza sfida, senza rivalsa. Avrebbe cullato fino all’ultimo istante la certezza che Laura lo aveva abbracciato con amore sincero. Sarebbe rimasto convinto che lei, su quel letto di vita e di morte, lo aveva amato davvero.

***

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5 pensieri riguardo “La verità di Rainer Los”

  1. Da quel cognome, Los, scelto per il protagonista, si irradiano le vicende qui narrate da Ivano Mugnaini, in maniera originale e convincente. “Los” è in tedesco sorte, destino; è anche sorteggio, lotteria. “Los” è, inoltre, il segnale dato per la partenza, un’esclamazione di incoraggiamento, un’incitazione, un prefisso usato per i verbi che indicano emancipazione. Molteplicità di significati voluta, dunque, e ottimamente articolata nella pluralità di segni, immagini, voci che caratterizza la vicenda di Rainer Los. Il mio grazie va a Ivano Mugnaini che ne ha illustrato la sorte e a Natàlia Castaldi che ha pubblicato il suo racconto.

  2. Ancora una volta, in questo racconto, come ne Il decreto, il tema del doppio, del capovolgimento degli opposti, si trasferisce nelle nuove frontiere della dicotomia tra reale e virtuale dell’era telematica. Mi piacciono queste nuove ambientazioni ” fantascientifiche ” ma neanche tanto. La società liquida telematica è il terreno di “coltura” (a proposito di virus) delle identità multiple e delle tante verità. La donna, sempre questa donna tentatrice…

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