Ho stretto tante mani

azzurra_delara

Azzurra De Paola

Che la scrittura di Azzurra De Paola non fosse per nulla accomodante si era già reso evidente sia dal suo splendido esordio, Benedizione per la bassa moltitudine (Le Voci della Luna, 2011), sia dai testi che sporadicamente – essendo un’autrice piuttosto riservata – sono circolati in rete. In quei casi però si trattava quasi esclusivamente di poesia: di seguito vengono invece proposti due racconti brevi, o meglio due monologhi, che testimoniano lo sviluppo della creatività della scrittrice italo-svizzera verso direzioni almeno in parte nuove.
Utilizzando una prosa compatta e frantumata, Azzurra De Paola trova modo di esprimere l’inesprimibile, e cioè tutti quei pensieri che normalmente rimangono sottotraccia per paura o per pudore. Qui invece succede l’esatto contrario: con una consapevolezza lucida e spietata, e con una notevole dose di coraggio, gli stessi pensieri vengono portati alla luce fino alle loro estreme conseguenze, senza lasciare più possibilità di protezione. L’asprezza di questa scrittura non è quindi un artificio ricreato per reclamare attenzione, ma l’asprezza della vita stessa, quella che tutti dobbiamo prima di tutto accettare per poter poi eventualmente fronteggiare, o almeno per provare a venirci a patti, a cercare un armistizio che difficilmente porterà alla pace.(ft)

***

DENTI

Non ne potevo più e allora ho deciso di toglierli. Avevo pensato al cacciavite ma poi ho optato per le pinze. Le pinze con il manico rosso. Avrei potuto usare anche il cavatappi, secondo me, ne ho uno molto sofisticato, da vero intenditore. Ma poi ho pensato, e se si sporca? Insomma, è d’argento. Non mi andava di impiastrarlo, poi chi la sente mia suocera, è un suo regalo. Me la vedevo già con l’Argentil e lo straccetto incorporato alla mano che mi sbrodolava addosso i vari ma come si fa a rovinare una cosa del genere tu non hai il senso del valore delle cose. E anche mia moglie è così, tutta sua madre. Non fissatissima per le pulizie ma come ci tiene alle sue cosucce. Ha un attaccamento agli oggetti che non ho mai capito. E’ più materiale di me pur non essendo un’avida. Però ha la dimensione delle cose, sa distinguere tra oggetti di valore e roba da mercato.

Io no.

Sarà che faccio una fatica bestia già a rendermi conto di qualcosa, figuriamoci se capisco quando qualcosa è di valore o meno. Alla fine ho preso la valigia degli attrezzi ed ho optato per le pinze. Quelle con il manico rosso. Perché le pinze col manico verde sono rivestite di plastica e se ti sudano le mani diventano come le anguille. E a me potrebbero sudare le mani. Per gli ansiolitici. Io sono un tipo preciso, non lascio niente al caso. Prevedo tutto. Mio nonno diceva, sarai un ottimo giocatore di scacchi. Mi ha lasciato la sua fiera eredità: gli scacchi di marmo con la tavola di cristallo. Molto belli molto belli. Ma. Beh, io a scacchi non ci gioco perché simpatizzo per gli animali e non riuscirei mai a mangiare il cavallo. Nemmeno in L12. Poi la regina, good save the queen. Diventa una questione di principio. E allora ho la scacchiera ma non gioco a scacchi. Ho il cavatappi ma non bevo vino. Che faccio, insomma? Sono seduto davanti allo specchio adesso. Mi guardo. Ho un po’ di occhiaie perché dormo tanto ma dormo male. Mia moglie dice che dormo come un asino. Non saprei dire come dormano gli asini. So che i cavalli dormono in piedi. Ma gli asini non so, forse è lo stesso. Io non dormo in piedi. Dormo nel letto e ci cado di peso, come se fossi un pezzo di carne più che una persona. E in effetti ho ben poco di una persona. Mangio poco e quando mangio, mangio pietre. Non condivido la gioia dei pasti. Anzi, mi angoscia. E’ la mia angoscia più grande. Credo sia la cadenza regolare a rovinarmi così tanto l’umore. Mi sembra una specie di punizione per i peccati: dieci AveMaria e tre pasti completi al giorno. Amen. Per non parlare dell’attività fisica. Ora sono tutti fanatici dell’attività fisica. Come li incontri ti snocciolano tutte le malattie cardiovascolari che possono venirti se non fai attività fisica. Anch’io la faccio. Ogni mattina vado dal letto al cesso e dal cesso al letto: ho una casa grande. A volte ci vado anche di notte. Poi durante il giorno vai qui vai lì vai dall’altra parte e altrove. Non è attività fisica questa? No, forse no. La verità è che io non ho tempo per l’attività fisica. Guardo il cielo cambiare colore giorno e notte giorno e notte giorno… e il tempo si porta via tutto. Come le reti dei pescatori che raschiano il fondo e tirano su interi ecosistemi. Così il tempo. Si butta nella mia vita e mangia tutto. Mica scende piano piano. Si butta di peso. Si suicida. E mi lascia i pezzi da rimettere insieme. Per esempio queste pinze. Ecco, le pinze sono la soluzione a milioni di tentativi falliti. Dopo un po’ che metti in cassa solo cose andate a male, ti dici che è arrivato il momento di dare un taglio alle stronzate. Nel mio caso, uno strappo. Che sia uno strappo secco, però. Mica ci si può andare troppo con la mano leggera altrimenti non tiri via niente. E ci vuole la mano per strappare i problemi alla radice. Ci vuole davvero la mano. Io tendenzialmente non ho la mano per quasi niente ma sono ad un punto di non ritorno. Il punto di non ritorno è quel punto superato il quale ti sembra tutto possibile. Ci arrivi un po’ per volta. Forse se mi fossi reso conto che ci stavo arrivando mi sarei fermato. Forse. Ma nemmeno me ne sono accorto. Dopo un giorno e l’altro e l’altro e poi ancora tanti a non venirne a capo, mi ritrovo qui. Con l’unica soluzione possibile. Ho aspettato che mia moglie e il bambino fossero fuori. Non capiscono mai questi momenti e d’altra parte non mi andava granché di spiegarglielo. Soprattutto a lei. Si sarebbe messa in mezzo con i suoi ma no che fai sei pazzo. Sì, sono pazzo. Sono pazzo perché ne ho viste e sentite di tutti i tipi e nessuna è stata davvero risolutiva.

Ho stretto tante mani e nessuna mi ha aiutato.

Tanti fogli di carta e nessuno che abbia fermato la degenerazione. Mentale innanzitutto. Il fatto è che io non ho idea di quello che sta succedendo davvero. Non so se quello che vedo sia la verità. Ogni persona che incontro mi dice una cosa diversa. Quindi ho smesso di ascoltare. Non ce l’ho con le opinioni della gente, eh. Per carità. Ognuno è quello che è. Anche io sono quello che sono e non ho la presunzione di essere l’unico al mondo a pensarla così. Lo so che lo pensano tutti. Nessuno escluso, nemmeno io. Le persone non sono cattive, sono semplicemente diverse e persone diverse generano idee diverse. La teoria del caos: non succede mai niente due volte nello stesso modo. E questa può essere una cosa che fa una gran paura ma anche una grande consolazione. Per me lo è. Nel senso che se siamo tutti diversi non c’è una verità unica che possa valere per tutti, per quanto ci si sforzi di fissare regole generali in cui ricadere nel momenti di crisi. Se non c’è una verità, diventa relativo perfino il fatto che io sappia o meno quello che mi sta succedendo. Conta una cosa ed una sola: sono nudo, ho una grande disinvoltura a camminare nudo per casa. Non lo diresti mai che sono un autolesionista. Che poi, anche questo: non è che io stia lì a scorticarmi i polsi o cose del genere. Sono solo un uomo che si è stancato. Sono stanco del caso, della gente che parla a vanvera, delle certezze incerte e delle incertezze certe. Sono stanco di chi banalizza e di chi ingigantisce, delle opinioni, dei punti di vista, dei pareri. Sono stanco. Sono proprio stanco. E quello che in assoluto mi ha stancato di più sono quelli che si guardano allo specchio e vedono sempre la stessa faccia. Dio, ho passato tutta la vita a cercare di vedermi la faccia. Ho quarant’anni e non so ancora dire che faccia abbia io. Una qualsiasi, a giudicare dalle reazioni per strada. Anche mia moglie mi ama con moderazione. Mio figlio. Beh, lui è mio figlio. Mi ama per default ora che è piccolo. Non ha l’idea che poteva toccargli un padre migliore. Gli verrà il sospetto e lo coltiverà fino ad odiarmi. Ma per ora è piccolo e crede ancora che io sia il solo padre possibile. Voglio cullarmi nella sua ignoranza il più a lungo possibile. Credo che mio figlio sia la sola persona al mondo a cui non sia ancora venuta voglia di giudicarmi. E’ un bel pensiero, per un attimo mi porta via. Ma sai, i figli sono un’arma a doppio taglio. Più il loro pensiero ti consola, ti fa sentire bene e in pace col mondo, più crescono i sensi di colpa per non essere una persona migliore.

Ed io mi sento in colpa, mi sento in colpa per tutto.

Adesso poi, con queste pinze in mano mi sento in colpa per la faccia che farà tornando a casa. Mi chiedo se potrò ancora baciarlo. Se lui vorrà baciare me. Non vorrei avere il suo odio anticipatamente. E’ una tassa che rimando il più possibile. Gli adulti si fanno una ragione delle cose. Trovano le loro spiegazioni, si fanno i loro calcoli, tirano le somme. I bambini no, loro sono in balìa. E mentre impugno le pinze so che le sto in qualche modo anche puntando contro di lui. Ma c’è questo inconvenientuccio da due soldi che i genitori restano – per quanto cerchino di nasconderlo bene – anche delle persone separate dai loro figli. Restano gli esseri che erano prima di un mamma e papà. E in quella parte del sé, brada, vengono concepiti centomilioni di pensieri. Uno dietro l’altro. E sistematicamente ributtati dentro. E dove vanno a mettersi poi quei pensieri nati e morti prima di uscire? Sotto il bordo delle gengive. Sì, sì. Loro la chiamano placca, tartaro o comesichiama. Invece sono i pensieri rimangiati. Come mangiarsi il proprio vomito. E’ la stessa cosa. A forza di mangiare roba ingoiata e mai digerita, i denti finiscono per marcire. Diventano gialli e poi le gengive salgono, vogliono andarsene via. Farà schifo anche a loro tutta quella merda. Si ritirano, a miglior vita. Lente ed inesorabili. E quando si ritira la gengiva è come se il tuo corpo sventolasse una bandiera bianca e gridasse: mi sono arreso. Restano fuori solo le ossa. Ossa scoperte. E i denti se ne vanno.

I miei denti vogliono andarsene.

Sono stanchi della mia bocca, delle cazzate che tornano su. Sono stanchi perché sono stanco anch’io. È da vedere chi si sia arreso prima, se io o loro. Ma siamo allo stesso punto di non ritorno. Non sono mai riuscito a vivere bene gli abbandoni. Sarà perché sono cresciuto con la babysitter e ancora mi ricordo mia madre e mio padre andare via ad orari improponibili la mattina e lasciarmi in una casa non mia con una persona che non era nessuno. Quindi, anche ora, quando capisco che una cosa sta finendo, faccio di tutto per finirla io. Prima che lei finisca me. Pinze alla mano, intendo. Con uno strappo secco che risolva il problema alla radice. E ti dico che ci vuole la mano a strappare bene. Sembra che cadano come niente ma invece poi quando devi tirare… saranno gli ansiolitici, sarà la faccia di mio figlio, sarà che la paura è un cappio intorno al collo. In fondo basta chiudere gli occhi. La pinza ha un’apertura perfetta e con la seghettatura una volta che ha preso, non molla più. Comincio dagli incisivi perché non sono incisivi neanche un po’. Hanno mancato il loro senso. Alcool, pinze, un po’ di coraggio ma giusto un po’. Otto grammi di coraggio. Otto grammi, un dente alla volta clic e clac uno in meno. Trentuno.

***

IL NUOVO MONDO

Finalmente dopo nove mesi di grande attesa preparativi liste regalo eccetera eccetera, è nato anche Nicolas. È tondo tondo un po’ rosso e strapazzato. I parenti salgono le scale in processione per guardare il piccolo miracolo e fare le foto e portare i fiori e dire oh ma che bello è un maschietto – con quel tono come se l’essere maschio fosse di per sé un valore aggiunto.
Sono salita anch’io per accorrere al lieto evento benché ad ogni gradino cercassi di accertare per chi fosse lieto. E dunque, lo spettacolo che mi trovo davanti è questo: mamma distrutta sfatta e sformata, ancora col pancione anche se ormai solo pieno d’acqua ed ormoni indisciplinati che le faranno perdere la testa ancora per qualche mese; persone, un numero imprecisato, che si passano questo fagotto minuscolo di bocca in bocca incuranti di germi e batteri perché innanzitutto le foto di famiglia. E poi c’è lui, il nuovo arrivato. È tutto stropicciato e un po’ viola. Sembra uno che ha circumnavigato l’Africa, ha la testa un po’ schiacciata perché evidentemente la neomamma non deve essersi dilatata poi tanto. L’avranno tirato fuori con la ventosa o con le pinze. E già questo deve essergli sembrata una bella fregatura, dopo nove mesi di vitto e alloggio a sbafo. Poi è uscito nel mondo e lo sappiamo solo noi (noi grandi) quale enorme fregatura gli stiamo rifilando. Da questa consapevolezza ci nasce dentro il bisogno di baciarlo – come a chiedere perdono.

Perdono bambino se ti abbiamo messo al mondo.

Gira di mano in mano come una patata bollente, tutti lo vogliono e fanno un allegro trenino per stringerlo almeno un po’. È la loro piccola misera inutilissima penitenza. Vogliono rassicurarsi che lui non ce l’abbia già con loro per avergli fatto una bruttura del genere. Lo guardano e cercano di scoprire nei suoi occhi un lampo di rabbia, qualcosa che suggerisca che ha capito di essere stato fregato. Invece lui sta lì placido, si aggrappa con le manine alle loro dita grosse e grossolane che lo maneggiano come un vaso di Pandora. Alla fine della lunga catena di attendenti, ci sono io. Dopo mezz’ora di strette di mano (avranno pensato che sia una parente… ma allora loro chi sono?), mi tocca di prendere in braccio il morbido Nicolas. Mi guarda con gli occhi instupiditi e pieni di sonno. Forse avrebbe preferito dormire un po’. Lo capisco. Ci si dimentica troppo in fretta di come sia essere bambini. Dei piaceri come il dormire o lo stare in braccio alla mamma. Ora invece è in braccio a me. Si chiederà e tu chi sei? Io sono la vicina di casa. Non sentirai molto parlare di me perché io non parlo granché in generale. Però sono salita nel flusso della processione perché volevo sapere come ti senti. Mi guarda senza espressione. Credo che non si senta molto in forma. Vuoi dormire, gli chiedo. Non risponde. Non piange non ride, è un pezzettino di carne di cui non capisco i bisogni. Sarà perché non sono la madre. La madre saprà di certo cosa vuole, cosa è meglio per lui. Eh, una madre lo sa. Gli legge nel pensiero probabilmente. Trasudano gioia da tutti i pori i presenti tranne lui, tranne Nicolas. Posso chiamarti Nic? Ma sì che posso, ci vorrà ancora parecchio tempo prima che tu possa esprimere la tua opinione. E, giusto per avvisarti, non è detto che quando avrai la voce per farlo ci saranno anche persone che vorranno ascoltarla. Anzi, probabilmente quelle arriveranno dopo. Molto dopo. Molto, molto dopo. Riguardo talune questioni invece non arriveranno mai. Sai Nic, ecco io sono venuta qui solo per dirti che se un giorno avrai finito le caramelle a casa mia ce ne sono sempre tante.

Le caramelle sono un’altra fregatura.

Le assocerai ben presto al dottore. Quando dovrai farti un vaccino o sarai malato, il dottore ti darà una caramella per farti stare buono. E non è la stessa cosa che fa già adesso tua madre quando piangi? Ti ingolfa la gola con i suoi grandi seni pieni di latte e ti imbottisce di cibo per farti calmare. Che nesso c’è, dirai tu. Nessuno, in apparenza. In realtà usano il cibo per farci stare calmi, per tenerci tutti sotto controllo. Anche questa è un’altra assurda tirannìa. Eccola lì, quella è tua madre. Bella grassa, una gonfia mucca da latte. Serve solo a questo, per ora. Di donna non ha più niente e comunque non credo le interessi fare altro se non la mamma. Mi sembra anche giusto. Sai quante volte ha già scopato, mentre invece avere un figlio è la prima volta. C’è l’emozione della novità. E poi un figlio è cosa sacra. Sì, tu grinzoso tizzoncino rosso, sei una cosina sacra. Ed io ti tengo tra le mani e forse nemmeno mi rendo conto della tua sacralità. Abbi pazienza, questa è una cosa che la gente non capirà mai. Cioè, finché sei piccolo (ma tanto piccolo) forse sì, poi col tempo invece inizieranno a non capirti. E a te sembrerà di parlare chiaro mentre quelli che hai intorno ti fraintenderanno sistematicamente. Tanto sistematicamente che ad un certo punto penserai che sia meglio tenerti le tue cose per te. Sei un esserino incondivisibile, sei mondo a parte. Nessuno è come te e tu non sei come nessuno, quindi quella della comprensione reciproca è una balla. Parliamoci chiaro. Il modo per salvarsi da tutto questo (e molto altro) era non nascere. Ma a quanti tocca questa fortuna? Uno su milioni e milioni. Guarda quanti siamo.

E siamo più o meno tutti infelici.

La fregatura sta alla base, il primo giorno che entri nella vita è anche il primo giorno che entri nella morte. Ogni istante che passa ti allontani dai nove mesi di eternità atemporale fatta di onde e di acque immense che si spostavano da una parte all’altra in percezioni attutite, e cadi in questo vortice di cose – chiamato vita – che ti porterà alla morte. Non so se per te sarà diverso ma nessuno è ancora riuscito a spiegarne il senso. Il senso del nascere. Molti ti diranno che conta il viaggio. Che la vita è bella in quanto tale, senza doverle trovare per forza un senso. Ma questa domanda sul perché nascere se poi comunque alla fine dobbiamo tutti morire ti assillerà. Passerai giorni e notti a chiederti che senso abbia anche solo alzarti la mattina dal letto visto che di lì a 60, 70 o 100 anni (è difficile ormai a dirsi quando si morirà) sarai carne per i vermi. Forse il senso ultimo sono proprio loro. Chi lo sa. Ci sarebbe un sacco di gente delusa e sconcertata da una rivelazione del genere. Sono quelli che pensano di essere al centro dell’universo. Se puoi, evitali. Dicono un sacco di sciocchezze e non contribuiranno in nessun modo a farti diventare un uomo intelligente.
La stanza è piena di giochi e palloncini, sono tutti per te. Li hanno portati le persone più disparate. Alcuni di loro nemmeno sanno come ti chiami. Il fatto è che non sempre gli adulti fanno le cose seguendo un criterio. Non è che tutti siano venuti qui perché davvero gli interessi. Magari sono venuti perché le nascite gratificano, allontanano questi vecchi incalliti forzati dalla vita a concedersi un attimo di tregua e ti godono come ci si gode un bel panorama. Altri ancora sono qui perché volevano vedere se a tua madre sono uscite le smagliature e una buona percentuale di loro gode nel sapere che non le passeranno più. Poi ci sono i parenti stretti che probabilmente, senza sapere perché, ti amano per vincolo-di-sangue. Ti amerebbero anche se tu invece di Nicolas fossi Mattia o Nicole. Ti amano a priori. E con queste persone qui avrai sempre a che fare. Innanzitutto perché daranno per scontato, in nome dello stesso vincolo, che li amerai anche tu e poi perché verranno spesso per sapere come stai dando sempre per scontato che tu dirai bene. E poi vedi lì? Quello è tuo padre. È un brav’uomo e se sei fortunato somiglierai a lui. Lascia che ti passino di mano in mano perché non si metterebbe mai a contraddire nessuno in questo momento. Tu non lo sai ma è più confuso di te. Tua madre ha avuto nove mesi per organizzarsi. E già al quarto mese ha cominciato a parlarti, a prendere le misure, a regolarsi. Tuo padre invece ti vede oggi per la prima volta ed anche lui obbedisce ad un cieco istinto di paternità ma non sa che tu sei proprio tu. Intendo dire che se ti avessero scambiato nella culla dell’ospedale e invece di Nicolas gli avessero portato Thobias sarebbe stato lo stesso. Lui ti conosce per astrazione – sa che è tuo padre ed in quanto tale ti ama. Ma l’amarti non gli indica anche la strada da prendere per darti il meglio. Sa che dovrà fare moltissime cose per te ma non sa quali. E questo lo terrorizza. Anche se cerca di annegarlo in champagne e pasticcini. A questo servono, in realtà, questi incontri post parto. A buttarla in confusione ed alleviare i genitori dall’ansia del da farsi. Ne è una prova il numero spropositato di vassoi dolcetti bottiglie fiori e nastrini che hanno portato per te. Cioè, per loro. Per renderti più accettabile l’inganno della vita e rendere più accettabile a loro stessi l’averti ingannato. Tua madre è stanca e bella come una regina. È quella seduta in poltrona. Si sente allegramente vuota e tristemente leggera. Si trova dopo nove mesi ad essere di nuovo padrona del suo corpo, è solo se stessa e non te + lei come in un’operazione matematica. La festicciola di benvenuto le sembra molto bella e molto sentita, sono gli ormoni che le hai lasciato tu quando sei uscito. Ed è anche un po’ l’adrenalina di averti fatto passare da un buco così stretto.

C’ha pensato per nove mesi e le proporzioni non l’hanno mai convinta.

Eppure, alla fine, volente o nolente da lì ha dovuto farti passare e dopo un secondo aveva già dimenticato tutto. Come se i nove mesi di fatica assoluta non ci fossero mai stati. C’è solo l’adesso, in cui tu sei nato e la gente viene a dirti grazie per non esserti incazzato poi troppo di questo ingresso alla vita. Per quanto la riguarda, potrebbero entrare anche i Re Magi. Tu vali ben più che un po’ d’oro incenso e mirra. Vali molto di più. E questa forse è la sola cosa vera. Vali più di qualsiasi altra cosa con cui cercheranno di comprarti.
Adesso inizi a piangere. Ti fai tutto rosso e forse stai gridando andate tutti affanc… eccoli che si buttano tutti di testa per salvarti. Un’altra cosa di cui le persone sono fanatiche: salvare gli altri. A patto che non ne abbiano davvero bisogno e che si risolva tutto con un niente, senza sforzo da parte loro. La folla si apre e dalla luce compare tua madre. Somiglia ad una madonna, è serafica e lieve. Ti prende in braccio e ti attacca al seno. Le donne sono generalmente molto pudiche ma quando devono allattare è come se non fosse il loro corpo lì, sotto gli occhi di tutti, ma un oggetto. Un biberon. Non ci pensano che agli uomini presenti possa venire voglia di toccarle. No no, sono completamente meccaniche le mamme che allattano. Cosa che non erano da donne, che lì anche una scollatura più generosa già faceva paura al papà. Adesso guardalo invece com’è fiero della sue bella tettona, della vaccona da latte, e del vitellino che succhia succhia e inizia la prima forma di co-dipendenza da cui, nel migliore dei casi, vi libererete tutti quando tu troverai una donna che ti piacerà succhiare più di tua madre. A tutto questo, caro Nic, credo pensi solo tu – e un po’ anch’io. Gli altri sono troppo indaffarati troppo distratti troppo spaventati per pensarci. Guardano il latte che ti scorre di lato alla bocca e lo zio Peter che ti asciuga con il pannetto di lino per non irritarti la pelle.

***

5 pensieri riguardo “Ho stretto tante mani”

  1. … accade prima o poi … fare i conti con il resto che duole, che inquieta … e ci accampiamo in un pezzo del nostro corpo in modo assolutamente feticistico. Ci si affeziona ad una parte organica come se fosse un cosmo a sè su cui traslocare quella fetta emozionale da ‘combattere’, a lungo, per punirla se è il caso o per amarla al punto da non sopportarne il distacco. I poeti parlano del seno, delle mani, dei denti, dei piedi … come a dire vertigine, limite, agitazione, direzione. Eppure la mappatura del corpo suggerisce l’impossibilità a prendere (la mano per Caproni, per es.), a toccare, afferrare. La variazione sul tema è la metafora, scandalosamente florida. Azzurra De Paola sa dare il significato dell’interrelazione tra l’estremo margine e la percezione delle cose capaci di espandersi in tante direzioni …
    Complimenti! Tante cose da aggiungere … ma mi fermo così:
    Buon ferragosto a te cara Azzurra e a te Francesco! :)
    Rita Pacilio

  2. ringrazio tutti con quattro mesi di ritardo (perché solo ora mi accorgo dei commenti).
    ringrazio Marotta per la pubblicazione e ringrazio Francesco per tutto il resto. la sua introduzione mi fa sembrare migliore di quanto il realtà io non sia, ma ne abbiamo già parlato.
    scusate il ritardo, sono lenta ma alla fine arrivo.

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