Il Decreto

Fahrenheit 451

Ivano Mugnaini

IL DECRETO

    

Chissà com’è il tempo oggi – si chiese Manuel, mentre ascoltava gli schiocchi sordi delle ossa che accompagnavano gli stiracchiamenti e gli sbadigli abissali con cui cercava di scrollarsi il sonno di dosso ogni mattina. Si alzò, annaspò a lungo in cerca delle ciabatte, raggiunse la finestra, si chinò, è infilò la spina del computer nella presa. Inserì un dischetto con la scritta «Meteo», digitò i dati relativi al giorno e all’ora su cui desiderava ricevere informazioni, attese una frazione di secondo, poi vide scorrere sullo schermo una lista densissima di dati relativi alle temperature minime, massime e medie e alle escursioni termiche giornaliere di diverse decine di città, di tutte le latitudini.
     Che bestia, mi sono scordato un’altra volta di selezionare il luogo che mi interessa! Eppure a quest’ora dovrebbe averlo capito in quale città vivo questo arnese… No, ha ragione lui: per lui non fa nessuna differenza se lo adopero io o un australiano… se si trova in questa casa da vent’anni o in un bungalow in Sudafrica… per lui è assolutamente indifferente – rifletté Manuel.
     Tocca a me ricordarglielo, ogni santo giorno. Voilà: Italia Centro Settentrionale – Firenze – Campo di Marte. Manuel si divertì a rimpinguare il computer di dati maniacalmente dettagliati, alcuni dei quali del tutto ridondanti, concernenti la posizione della propria casa. In premio ottenne una videata piena zeppa di numeri relativi alla temperatura dell’aria, del suolo, e della rugiada che bagnava i fili dell’erba del proprio giardino, nonché una proiezione con elevato grado di attendibilità tendente a individuare la mattonella della veranda destinata ad essere illuminata dal primo raggio di sole, che, tra sette minuti e ventotto secondi, avrebbe perforato il velo di nuvole.
     La finestra di Manuel era rimasta sbarrata, con la serranda meticolosamente abbassata come prescriveva il Decreto, sin dall’anno 2017. Nell’autunno di quell’anno la International Multimedial Society era riuscita ad ottenere l’intero pacchetto azionario dell’ultima fabbrica indipendente di programmi per video e computer. Lo staff dirigenziale della IMS aveva festeggiato l’evento con la solita, proverbiale sobrietà: un brindisi rapido, poi, via tutti di nuovo al lavoro, a preparare il testo del Decreto sulla Comunicazione che sanciva solennemente il loro legittimo ed esclusivo diritto allo sfruttamento e alla distribuzione di qualsiasi informazione, dato o immagine, percepibile e trasmettibile, a livello planetario.
     Il Regolamento fu riversato simultaneamente sui video, sui fax e sui terminali presenti in tutte le abitazioni del globo, dai grattacieli alle palafitte, tutti quanti collegati, con vincolo di interconnessione giornaliera, al Centro di Ricezione e Smistamento Dati della Società.
     L’obbligo di serrare tutte le porte e le finestre, viste tali premesse, era implicito e anche un po’ scontato, ma la Ditta, onde evitare qualsiasi possibile malinteso o tentativo di raggiro, fece comparire sui video, a più riprese, una scritta gialla lampeggiante che invitava gli utenti a provvedere celermente alla chiusura di tutte le imposte, gli orifizi e le fessure di ogni forma e genere, per non incorrere nelle severe sanzioni previste in caso di violazione delle leggi sulla fruizione non autorizzata di materiale visivo di proprietà esclusiva della Società.
     Anche quel giorno, 14 Giugno 2022, alla fine della dettagliatissima disanima della situazione atmosferica prevista sulla propria città nelle ventiquattr’ore successive, Manuel fu gratificato dallo schermo di un’immagine tridimensionale, ad altissima definizione, del sole, che, in quel momento, risplendeva sopra casa sua. Il disco giallo sfumato d’arancio brillante si stagliava netto al di sopra del rettangolo grigio-verde del video, ed emetteva una intensa radiazione luminosa che diffondeva il flash fosforescente sulle pareti della stanza. Gli occhi di Manuel, colpiti ripetutamente da quelle ondate straripanti di luce, ne furono quasi ipnotizzati, e finirono per trasmettere al cervello l’immagine di un sole vero e alla pelle una sensazione di calore reale, come quello che ti assale con dolce prepotenza in un mattino d’estate.
     La mente di Manuel associò immediatamente quel tepore ai lineamenti del viso di una ragazza. Il suo nome era Laura, anche se, per la verità, non era affatto sicuro che la giovane donna si chiamasse realmente così. Poteva anche trattarsi di un nome fittizio, scelto ed imposto dal Computer Centrale il giorno in cui erano stati uniti l’uno all’altra per la vita dal Programma Speciale «Affinità» che veniva attivato al compimento del ventesimo anno di età, per i giovani di entrambi i sessi. Manuel era stato fortunato: aveva inserito nel modulo i propri dati fisico-caratteriali, li aveva inviati al Terminale Rapporti Personali di Media Centre, ed aveva atteso, tenendo le dita incrociate. Dopo quarantanove interminabili secondi aveva preso forma al di sopra della tastiera il volto di una fanciulla decisamente carina. Una didascalia apparsa successivamente ne indicava il segno zodiacale, e forniva informazioni su Bergamo, città natale della ragazza, corredate da un ricco repertorio fotografico.
     Dev’essere proprio una bella città – si limitò a dire Manuel – e anche lei…
     Quella mattina il desiderio di vederla era più forte che mai, ma c’era una prassi ben precisa da rispettare, Manuel lo sapeva bene. Il Regolamento parlava chiaro: nessuna connessione interpersonale prima di aver ultimato la «Fase C». C stava per Cibo, e comprendeva due sottocategorie, distinte e complementari: CS «Cibo per la Sopravvivenza» e CM «Cibo per la Mente».
     Il CS veniva distribuito a orari prestabiliti da una macchina speciale, e consisteva in un dischetto colorato da inserire in una centrifuga, capace di far assumere alla sostanza ultraliofilizzata in esso contenuta un volume sufficiente per poter essere distesa, come una specie di pellicola, su un apposito schermo dotato di un mouse in grado di selezionare una gamma di odori e sapori trasmettendoli alla patina semivischiosa applicata sul video. Il tutto doveva essere consumato facendo uso di una spatolina a regolazione elettronica che si bloccava automaticamente se venivano superate le dosi consigliate all’individuo da una speciale tabella personalizzata, o se il menu digitato dall’utente non era compreso nella lista stabilita per quello specifico giorno dal Dipartimento Salute, che diramava, a scadenze regolari, parametri nutrizionali basati su criteri statistici.
     L’assunzione del CM, tutto sommato, era meno complicata. Si trattava di sedersi di fronte al video a far scorrere i dischetti contenenti le «pubblicazioni multimediali» della Società. Non era previsto un tempo di lettura fisso, preordinato. Spettava all’utente decidere, a sua discrezione, se la fase giornaliera di «acquisizione dati» poteva dirsi ultimata.
     L’unico obbligo consisteva nella compilazione di un questionario, da riempire e inviare a scadenze settimanali, contenente una serie di quesiti atti ad accertare se l’assimilazione dei dati era avvenuta in modo soddisfacente. Il risultato di tali questionari influiva, con criterio di proporzionalità diretta, sulla durata dei dischetti riservati alle «comunicazioni interpersonali». Un test senza errori valeva cinquanta secondi in più, un modulo disseminato di inesattezze poteva anche costare la sospensione momentanea dell’invio dei sospiratissimi dischetti.
     La fornitura dei due tipi di «Cibo» era del tutto gratuita. Il solo impegno degli utenti era stabilito da una piccola clausola, semplice ma inderogabile: ogni tre mesi l’abbonato doveva restituire debitamente firmato un documento inviatogli via fax nel quale ribadiva la propria libera accettazione del principio della «non sovrapponibilità delle informazioni», regola cardine della Società. Tale principio prescriveva il divieto assoluto di appropriarsi con mezzi propri di dati o immagini già presenti nell’Archivio della Ditta, e ottenibili, a richiesta, attraverso la rete di distribuzione. Sanciva inoltre l’impossibilità, ovvia e conseguente, di ottenere tale materiale attraverso interscambi, diretti o telematici, con altri utenti non autorizzati.
     Non sarebbe stato un onere particolarmente eccessivo, dopo tutto, se non fosse stato necessario tener conto che detto Archivio comprendeva tutto ciò che era visibile e conoscibile, e che la categoria degli utenti non autorizzati abbracciava l’intera umanità, esclusi i burocrati e gli impiegati di primo livello della Ditta.
     Una volta terminata la salutare assunzione giornaliera di nutrimento, Manuel inserì, con le mani sudaticce e lievemente tremolanti, il dischetto che lo avrebbe messo in contatto con Laura, finalmente. Si infilò l’apposita cuffia e vide la ragazza dall’altro lato del video che si apprestava a compiere la medesima operazione. «Come stai?» – digitò Manuel.
     «Io bene, e tu?», fu la risposta.
     Manuel abbassò una protuberanza metallica della cuffia e vi applicò le labbra, socchiudendo gli occhi. La cuffia di Laura si mosse automaticamente e le cosparse una porzione della guancia di un sottilissimo strato di vapore umido, tiepido. Gli occhi della ragazza si accesero di un riflesso istantaneo, luminoso, generoso e paziente.
     Le dita di Manuel sfiorarono delicatamente il volto armonioso riprodotto dallo schermo colorato che aveva di fronte.  Un nuovo braccetto metallico, più vasto e appiattito del precedente, si mosse all’istante, e percorse con una traiettoria lenta e soffice il volto di Laura, dalla fronte alle labbra, trasmettendole una variazione di calore che fu recepita dall’epidermide. Un lieve rossore colorò due guance che fiorirono per un ineffabile istante del rosso di un sorriso.
Manuel sentì il proprio sangue farsi più lieve e volare attraverso le vene fino a raggiungere il cervello, inondandolo di un magma caldo, vivificante.
     Io ti amo – pensò Manuel – e le mani si agitarono febbrilmente sopra la cuffia, alla ricerca dell’apposito pulsante attivatore.
     Un sibilo acuto e prolungato accompagnò la comparsa del messaggio fluorescente, a caratteri cubitali, che invase lo schermo: «DATO NON TRASFERIBILE».
     Ha ragione. Ha ragione di nuovo, l’aggeggio – rifletté Manuel. Sono proprio cocciuto. Sono più cocciuto di lui, io.

 

***

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3 pensieri riguardo “Il Decreto”

  1. Un grazie sentito anche ad Alba Gnazi che mi ha segnalato un refuso. Il racconto è stato scritto in due tempi. Nella prima stesura il protagonista si chiamava Paride, nome poi modificato in Manuel. Ma, per una svista, una ventina di righe prima della fine, è rimasto il nome Paride. Me ne scuso.

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