Eterni secondi (II)

Lettore

Antonio Scavone

Eterni secondi II
(Stroncature)

     Quanto fa male una stroncatura? A vent’anni è odiosa perché chi scrive, di solito, è ambizioso e non sopporta di essere giudicato; a trenta-quarant’anni risulta ingenerosa e indispettisce perché ritenuta di parte e subdola; oltre i quarant’anni si rivela ancora più molesta perché, più che demitizzare o distruggere, semplicemente emargina nella noncuranza, nel “nulla di fatto”.
     Le stroncature faranno sicuramente bene ma sono difficili da accettare. Sono come una medicina, si dice: come l’olio di fegato di merluzzo che una volta si dava a gracili adolescenti per irrobustirli ma che risultava disgustoso all’olfatto e al gusto: sapeva di uovo rancido, si racconta. Saranno o sono anche salutari le stroncature ma proprio non se ne coglie l’assunto, non se ne percepisce la prospettiva benefica. Si viene stroncati e immediatamente relegati in una terra di nessuno, screditati e negletti, delegittimati come scrittori futili, poeti della domenica, critici approssimativi, registi attori o cantanti di nessuna qualità, di nessun pregio.
     Per la verità, non vengono stroncati solo i cosiddetti artisti: professori, ragionieri, manager, medici, politici subiscono lo stesso trattamento denigratorio da giudici inflessibili, da censori insindacabili ma le stroncature più eclatanti o più ricorrenti riguardano la maggior parte delle volte coloro che scrivono romanzi o saggi, articoli o racconti.
     Una stroncatura, come si è detto, annichilisce chi la riceve e, prim’ancora di capire se sia o no fondata, mortifica le aspettative di uno scrittore. C’è, d’altra parte, chi non se ne cura più di tanto, chi la supera con l’artificio di una posticcia superiorità e chi invece la subisce dolorosamente, come una ferita difficile da rimarginare. Si viene stroncati per moltissimi motivi e moltissime circostanze: per un libro che ha avuto successo, per un racconto introdotto e protetto da una prefazione che si ritiene ingraziata, per una poesia che ha conquistato decine di lettori con il garbo della confessione personalistica.
     Che sia o no giustificata, la stroncatura può essere nociva e opprimente ma colpisce sempre nel segno, riesce cioè a demotivare e spoetizzare, sia pure per un lasso di tempo, gli scrittori o i poeti ai quali viene destinata. Ci si lecca le ferite e non si ha forza o modo di guardare oltre, di capire se ci sia davvero qualcosa da correggere o da riconfigurare, se, in altre parole, si è stati còlti in fallo.
     C’è da dire che raramente una stroncatura fallisca, a sua volta, il suo progetto. Ci sono indubbiamente dei censori prezzolati, numi tutelari solo di se stessi, ma è il senso stesso della stroncatura – il suo porsi come giudizio esaustivo – che la rende tanto necessaria quanto controproducente.
     Dopo la prima reazione di sconcerto e di sgomento, lo scrittore stroncato passa all’attacco: si infuria col critico (gli scrive una lettera di biasimo, pretende delle scuse oppure lo aspetta sotto casa per affrontarlo), si arrabbia contro il sistema che permette e incoraggia certe inopportune liberalità e infine si immalinconisce, rassegnandosi a quella realtà che non approva ma di cui bisogna tener conto. A questo punto chiediamoci se le stroncature siano tutte doverose e se, magari, non sia possibile smascherare una stroncatura ingiusta e infelice da un’altra, invece, equanime e provvidenziale.
     Diciamo subito che da venti-venticinque anni a oggi la stroncatura ha perso il suo carattere diffamatorio o salvifico, se non addirittura la sua deontologia. Abbiamo assistito (e ancora assistiamo) nell’ambito politico ad una generale remissione dei peccati: una naturale e fiabesca attitudine al “buonismo” e uno spiccato senso del “perdonismo” hanno fatto sì che valori e intenti si confondessero tra loro e che producessero un paradigma confuso e inquietante di diritti offesi, di lesa maestà, invocando alla bisogna lo spettro di un nefasto attacco alle libertà personali. Politici e scrittori di dubbio calibro sono stati sopravvalutati e per loro è stato creato un nuovo conio: politici attenti alla riformulazione dell’agibilità individuale, scrittori preoccupati di stabilire un confronto col pubblico di lettori più per la valenza dell’immagine di sé che per quella della fruizione letteraria.
     Si sono scritti romanzi che non si proponevano di essere epocali ma che, di fatto, hanno caratterizzato un’epoca di paccottiglia più o meno ben confezionata. Questi siffatti romanzi hanno sì ricevuto qualche stroncatura dai critici ma, poi, in compenso, hanno usufruito di un battage pubblicitario (radio, talk show) che ha oscurato e depotenziato la disanima critica, facendola ritenere come il solito esercizio vendicativo di critici “parrucconi”.
     È pur vero, bisogna dirlo, che anche la critica (o una certa critica) si sia attestata su un target di compiacenza o di favore (il critico vicino alla casa editrice parla del libro pubblicato dalla stessa casa editrice), ma si è defilato l’atteggiamento più prettamente filologico della critica letteraria, privilegiando quello celebrativo, di un’imparzialità presunta tutta da scoprire e quindi da ricusare.
     Mancando, o dileguandosi a tratti, una critica letteraria sapiente e restìa al “comparaggio” (come si usa con i farmaci suggeriti dietro bonus ai medici dagli informatori scientifici), le “opere letterarie” – per così dire – non contemplano e non soffrono più un giudizio letterario da una critica che una volta era militante e che ora sembra irreggimentata. Non c’è spazio né voglia di indagare selettivamente sugli strumenti di un romanzo e l’autorevolezza (complessità, originalità) del suo autore. Un quarto d’ora di celebrità non si nega a nessuno, diceva Warhol citando Oscar Wilde, e poco importa che questa celebrità sia fatta di molteplici e sfiancanti quarti d’ora.
     Ha senso esercitare – quand’è il caso – la pratica della stroncatura? Sembrerebbe di no. Oggi chi scrive ha molti più atout nel suo potenziale comunicativo: oltre a “sapere di greco e di latino” (come ironizzava Carducci) lo scrittore contemporaneo ha coltivato e coltiva una buona padronanza della critica stilistica, di quella ermeneutica, di scuole di pensiero anche se confliggenti e si districa abilmente tra una “sapienza” onnicomprensiva e un’espressività di fatto empatica con le esigenze esistenziali di un pubblico alla ricerca di metodi e percorsi per sfuggire all’alienazione e alla depressione. Lo scrittore contemporaneo sa essere duttile e accattivante, riesce a scrivere non scrivendo, a costruire per non edificare, a suggestionare per non sorprendere.
     Come si fa obiettivamente a stroncare uno scrittore così camaleontico? Bisognerebbe distinguere l’atteggiamento narcisista dai propositi estetici, quell’insinuante opportunismo (anche mediatico) da un talento propenso a decodificare la realtà, più che a farne una cantilenante liturgia del proprio ego. Una sorta di critica letteraria o, per meglio dire, un approccio di critica letteraria è quello che si ritrova sul web, ma anche in quell’ambito il confronto è il più delle volte quasi familiare, contrappuntato sinteticamente dai pollici in su o in giù del “Mi piace/Non mi piace”.
     Destinato a non ricevere giudizi qualificati – più che stroncature personalistiche – lo scrittore contemporaneo ha uno spazio ristretto per sperimentare la sua estetica: è come se fosse condannato a essere gratificato, a non poter non essere gratificato.
     Ne guadagna sicuramente la sua autostima e il suo orgoglio non più vigliaccamente ferito e ne guadagna il suo editore col suo mercato: ne guadagnano meno la letteratura, il sistema letterario, la critica letteraria, i blog letterari ma, in fondo, si scrive per dire qualcosa, per esprimere qualcosa e questo qualcosa è già, di per sé, un’autostroncatura.

***

2 pensieri riguardo “Eterni secondi (II)”

  1. Scrivere e far pubblicare testi come questi ultimi tre, Antonio, per quanto mi riguarda, credo e sono fermamente convinta che solo un grande amore per la scrittura, quella vera, ti abbia spinto a farlo e non di certo una lezione dall’alto in basso.
    Hai, con molta sapienza, semplicemente fotografato una realtà al passato, al presente, a un futuro letterario che forse non sarà, o, per meglio dire che non potrà più uguagliare grandi e imponenti opere che ancora oggi hanno un posto di grande rilievo nella storia della letteratura.
    E se anche è vero che il passato ci ha dato stroncature memorabili ,in questo momento mi viene in mente solo Verdi e Manzoni, oggi la stroncatura artistica in genere sembra essere un’onta per chi la subisce.
    E forse chi si arrende subito e cambia genere non aveva dentro il sacro fuoco ma solo una piccola fiammella.
    E non è detto che quelli che non si arrendono abbiano veramente chiaro il loro percorso letterario.
    Credo che solo un pò di onestà con noi stessi, un bel pò di autocritica forse potrebbe salvarci da quella grande mole di carta stampata, inutilmente, e da quel desiderio di eternare un nostro verso, una frase, una canzone, un dipinto.

    Grazie per queste tue foto, Antonio, e grazie a Francesco per averle pubblicate.
    C’è tanto bisogno di verità e non di smancerie.
    Vi abbraccio forte forte
    jolanda

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