Eterni secondi (III)

GRA
ZIE
ANTONIO

Antonio Scavone

Eterni secondi III
(Gli emarginati)

     Succede che gli scrittori doppi o secondi siano sciaguratamente stroncati: vengono inibite le loro peculiarità espressive, viene disattesa la loro aspettativa letteraria. Succede anche, però, che gli stroncati reagiscano agli arbitrii che li hanno declassificati e che trovino vie alternative per continuare a promuoversi, per stabilire una presenza non occasionale e non minoritaria nel mondo della comunicazione letteraria. Si rigenerano, trovano altri stimoli, sperimentano nuovi moduli e riescono a non farsi dimenticare, a non farsi ulteriormente delegittimare. Non è facile ma non è neppure impossibile: l’acume e l’intuizione vengono in aiuto perché ci sarà sempre spazio per una nuova interpretazione di un sonetto di Dante, per una diversa illustrazione degli ultimi scritti di Derrida o di Lacan, per una sorprendente disamina su un personaggio o su una trama che si ritenevano ormai consolidati alla tradizione della critica letteraria.
     Tuttavia ci sono anche scrittori che, pur stroncati o non abbastanza stroncati, pur rigenerati da nuovi impulsi, restano di fatto simulacri di se stessi, restano cioè emarginati.
     È una fattispecie diversa che sfugge e si sottrae a qualsiasi facile collocazione identitaria. E non potrebbe essere altrimenti: la condizione di emarginati è quasi esclusivamente autoreferenziale (per non dire privata), denota e connota un curriculum vitae “personalissimo”, che lascia trasparire – attraverso le notizie fornite sul proprio cursus honorum – i successi o le traversie, raggiunti o patite, degli scrittori emarginati.
     Fondandosi sul proprio particulare esistenziale-artistico, gli emarginati tendono a far sapere poco di sé e molto, invece, di ciò che hanno amato e amano (libri, autori) e dell’impegno dedicato ad un’attività o politica culturale liberamente e con discrezione intrapresa. Resta, tuttavia, a fronte di una disponibilità disarmante e fervida, oltre che teoricamente accurata, una risposta fredda e incostante da parte del “sistema” che dovrebbe vagliare, se non accogliere, voci e argomentazioni innovative, anticonvenzionali e spesso eclettiche. Gli emarginati diventano e sono giudicati come degli outsiders, di cui diffidare e dai quali tenersi alla larga.
     Il sistema della comunicazione culturale è portato a privilegiare e consolidare nomi affidabili (che abbiano o no un lungo corso, che siano o no rimarchevoli per una qualche straordinaria eterogeneità) e, d’altronde, sappiamo bene come certi nomi durino una o due stagioni (ripetendosi oltretutto stancamente e stancando abbondantemente), come le new entries si siano dimostrate col tempo blandi epigoni di altri e deludenti pionieri. Onesti cronisti fatti passare per giornalisti di fama, giornalisti di punta fatti passare per scrittori di grido e scrittori di grido diventati guru, santoni, santini.
     In tale complessità di figure e figurine si disperde il senso della denuncia (perché, da stereotipata, non riserva più sorprese) e si smarrisce il quid dell’approfondimento culturale e della sua oggettiva pregnanza all’interno di una comunità che preferisce il già detto al non ancora detto. In una siffatta realtà agli emarginati restano, come dire?, le briciole della partecipazione e dell’innovazione: gli emarginati operano e sono spesso costretti ad operare sull’understatement (esternazioni da “minima moralia”), lavorano per la diffusione culturale come piazzisti porta-a-porta, teorizzano inascoltati non come profeti anacoretici ma come gestori di un book-shop nel deserto, sfatti e fatalistici mercanti di un suk multimediale.
     Molti ci soffrono, si disperano, si tormentano: non riescono a capire e giustificare tanto dispregio nei loro confronti; molti altri, invece, ugualmente addolorati e afflitti, si rassegnano, giudicano la loro condizione di esclusi come una realtà incontrovertibile, difficile da circoscrivere, da controbattere. Chi sono allora questi emarginati? Scrittori che scrivono poco e saltuariamente, poeti di una sola silloge, critici per diletto, autori disincantati e lasciati ai tempi (o ai meriti) che trovano?
     Il quadro non è così fosco: in un paese di santi, poeti e navigatori c’è posto per tutti, per quelli che hanno il sacro fuoco dell’arte e per quelli che ne hanno solo un lumicino. Al di là della boutade, il nostro paese eccelle ad esempio per i concorsi letterari: si perde il conto di città e paesi che indicono il loro bravo bando per narrativa edita e inedita, per poesia edita e inedita, per saggi critici pubblicati o no. I premi in palio sono diplomi, medaglie o denaro; le giurie sono composte, di solito, dai sindaci, da assessori alla cultura, da scrittori e poeti “locali” con una firma di respiro nazionale che presiede appunto la giuria.
     L’emarginazione, se vogliamo, comincia da questi premi minori, da questi concorsi locali non di rado patetici, da queste aziende di soggiorno e turismo che non sanno che farsene, poi, degli esiti del concorso-premio che pure hanno promosso con tanta sollecitudine. Ma l’emarginazione non si ferma, prosegue prolifica nella produzione testuale e persegue la sua iniziazione all’effimero o al superfluo.
     Via via i premi assumono valore e stima, diventano nazionali e prestigiosi e i vincitori escono finalmente dall’ombra, si impongono all’attenzione dei media, si rivelano come autori dal curriculum ricco anche se intonso ma cominciano ad assaporare la lusinga della notorietà. D’altra parte, è dell’animo umano dare di sé un’immagine completa e veritiera e subire, en passant, qualche scontata intervista televisiva con la soubrette di turno e la foto-ricordo col sindaco indiziato di corruzione. È l’Italia, o l’Italietta, di sempre: l’Italia che premia un primo arrivato senza costruire o giustificare, attorno al vincitore e soprattutto al suo testo scritto, un valido e convincente supporto critico. Non è sempre così, è chiaro, ma si premia un vincitore senza capire perché lo sia o debba esserlo. Si premia un “fatto letterario” tralasciando di magnificare – quand’è il caso – la “fattura” di quell’exploit.
     Ci sono scrittori affermati che hanno collezionato premi letterari a iosa e ce ne sono altri che ne hanno raggranellati di meno: i primi sarebbero quelli di tendenza e gli altri?
     Si continua a essere secondi, il mondo delle lettere è un mondo sportivo: pur premiati, scrittori e poeti di seconda o terza fascia devono necessariamente confrontarsi con la loro poetica, proteggerla e difenderla, perché non sia e non venga considerata come occasionale, amatoriale e dilettantistica.
     Ma gli scrittori o i poeti stroncati o trascurati non demordono: se hanno di che vivere (un’occupazione sicura o affidabile alle spalle) perseguono il loro iter espressivo con accortezza ed eleganza, si tengono informati, si aggiornano di continuo, recuperano vecchie letture, si inventano nuove attitudini. Per quanto trascurati dalla comunità letteraria ufficiale, non si trascurano, non si lasciano andare, non si lasciano prendere da malìe o abiure. Più difficili il ruolo e le prospettive del cane sciolto, di chi ha fondato e scelto il suo percorso dell’impegno senza protezioni, sulla propria pelle, sul terreno bruciato che lo circonda e lo contraddistingue. Soffrono entrambi, in misura diversa e con dei recuperi diversi ma, alla fine, l’emarginazione conta per l’uno e per l’altro perché in palio non c’è un’affermazione chiara e definitiva ma solo una gratificazione festosa del momento. Che fanno a quel punto gli emarginati?
     Rimuginano come Kafka, si tormentano come Musil, si lambiccano come Svevo, si isolano come Borges, si nascondono come Salinger, si intristiscono come Primo Levi, si addolorano come Gadda, si aggrovigliano come Manganelli, si sdilinquiscono come Landolfi, si annullano come Tanizaki, si deplorano come Dostoevskij, si stravolgono come Fuentes?
     Non è così semplice per gli emarginati (stroncati o no) recuperare la loro poetica considerandola come una “conditio sine qua non”: c’è bisogno di uno scatto di intuizione, una fondamentale autoconsapevolezza della propria estetica per intendere – e pertanto realizzare – che l’emarginazione è la verifica di un’approssimazione, quell’istanza di libertà e qualità che non sempre viene elaborata e proposta. Gli emarginati spesso si rifiutano di capire che restare accanto ai confini del loro status è una posizione di comodo, una velleitaria smania di essere, smarrendo poi un’elementare verità: i confini vanno superati e non, invece, fortificati con gli strumenti personali e privati della pazienza e della dedizione.
     Potrebbe sovvenire, in aiuto e conforto, e in una parafrasi estemporanea, il sottotitolo di questa “Dimora”: “Non potendo cantare il mondo che lo escluse… [l’emarginato] …cominciò a leggerlo nel canto”.
     Ma non è solo un aiuto – la Dimora non è un circolo dopolavoristico né un club privé – è soprattutto uno stimolo l’approach che questo spazio virtuale della comunicazione letteraria offre ai suoi visitatori e ai suoi ospiti. Molti intendono un blog come la Dimora come una vetrina, altri come una sfida e tocca allora agli emarginati proporre talento e coraggio, possibilmente originali, per non essere secondi a nessuno.

***

5 pensieri riguardo “Eterni secondi (III)”

  1. E’ vero, è un grosso problema, e lo è a tutte le età e anche se si è già pubblicato cose di qualità. però c’è anche il problema, appunto, della qualità. Si scrive moltissimo, tutti intendono scrivere almeno “un romanzo”, e infiniti libri di poesie. per ognuno il proprio lavoro è ottimo, meritevole di pubblicazione e di fama. Come fare? Si può pubblicare con contributo alla casa editrice, ma molti lo trovano “umiliante”. Inoltre ho constatato che queste case editrici (moltissime, e spesso decorosissime) in troppi casi pubblicano molto materiale scadente. Allora, come fare? Chi ha una soluzione… ben venga! però non credo che la soluzione sia di convincersi che tutto sia ottimo, meritevole di essere pubblicato dalle maggiori case editrici. Ci vuole un gruppo, esperto e insospettabile, che decida di farsi carico di selezioni e di avviamento alla pubblicazione. Esistono i cosiddetti “agenti letterari”, ma ho constatato che sono inavvicinabili e tutt’altro che insospettabili. Dunque, perchè non VOI?

    Saluti.
    Alda Cicognani

  2. Qui ti lascio solo una domanda e qualche .riflessione a proposito di qualche argomento da te sviluppato.

    Un mio carissimo amico aveva vinto il primo premio,pubblicazione della silloge, ma, per motivi che non sto qui a dire,ha telefonato per dire che non avrebbe potuto presenziare alla serata.
    Ebbene, gli hanno tolto il premio senza sentire ragioni e lo hanno dato alla seconda classificata.

    Ora io mi chiedo : si premia l’opera o l’autore?

    Antonio, ti lascio così altrimenti mi ritorna la nausea che ho provato durante quella serata e che a volte, mi scusino i lettori, provo quando sento o leggo soltanto bene bravo bis, con tutta la libertà personale che ciascuno merita.

    Ciao miei giganti nel cuore, questa Dimora mi ha dato e continua a darmi davvero tanto. vi voglio un gran bene.
    jolanda.

  3. Ad Anna Maria Curci,a Jolanda Catalano, ad Annamaria Ferramosca e Alda Cicognani il mio più sincero grazie per aver condiviso i temi e i sotto-temi di questi tre “Eterni secondi”. Gli argomenti presentati sono quelli di sempre, tra fastidio e ardore, tra dispetto e insofferenza e sono argomenti che tutti – emarginati o no – vivono a volte connon sempre lodevole distacco. Ma tant’è. La comunicazione letteraria oggi è diventata un fatto privato molto poco letterario: Non sarebbe male predicare fermezza per chi scrive e iniziative per chi pubblica: solo così, poi, i lettori non sarebbero costretti a leggere letteratura di genere, di un comunissimo genere consolatorio. Ma si va avanti, non dubitate, si va avanti e ancora grazie!

    Antonio

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