Artaudiana (I)

Antonin Artaud

Antonin Artaud

Il volto umano

[…]

“Ciò vuol dire, dissi a quel pidocchio infine, che la terra è piena di esseri che non sono usciti da te, ma da me perché io sono della terra Ca Ca, Ca Ca l’amore che non capisce nulla di se stesso perché capire è inquinare l’infinito e l’essere dell’infinito fu sempre di non essere un essere che a condizione di essere finito”. Ma basta con la filosofia. – Il divano marrone del boulevard della Blancarde 59 a Marsiglia aveva cessato di ispirarmi. – Capii che l’io non era un problema, che l’anima non lo è, fuoco d’amore che si propulsa essere sotto la guardia eterna di un essere che è la base dell’amore. Come l’antracite è la base del fuoco e vivere è vivere d’amore, come essere è essere una nota, timbro interno di un insondabile amore –. Ma non amavo neppure quella mistica, le parole dell’essere non sono la dialettica come questo testo, sono ciò che non è il mostro, mostro che mostra la cacofonia, la cacofonia sotto la mistica, ma l’anima essere della cacofonia come questo testo è stilistica ahimè!

Allora?

Allora se io non sono che cacofonia, che è la voce del mio mal-essere, è tempo di fare essere il mio essere, farlo venire nel suo elemento, il male in cui sto male in essere perché non capisce il male. Perché le parole sono cacofonia e la grammatica le combina male, la grammatica le combina male, la grammatica che ha paura del male perché cerca sempre il bene, il ben-essere, quando il male è la base dell’essere, peste dolore della cacofonia, febbre malore della disarmonia, pustola éscara d’una polifonia ove l’essere non sta bene che nel male dell’essere, sifilide del suo infinito. Chi non si è sentito dormire e infine, cuore, riposare nell’erotico della sua febbre intera quando supera 40 gradi. Chi non ha amato la sanie, il salace della sanie ove il corpo, uterino, si riposa nell’utero della sua malattia. – Chi non ha amato le sue pustole e l’éscara della sua follia, e la sua peste erotica nel letto quando stanco si riposa sui carboni d’una malattia. – Benedetta sia ogni malattia, perché la malattia sonda l’essere e lo forza ad uscire vivo.

[Da Antonin Artaud, Non ho mai studiato nulla,
pubblicato sulla rivista “84”, N° 16, 1950.
Traduzione italiana di Carlo Pasi,
in AA.VV., In forma di parole,
Manuale Primo, Elitropia edizioni, Reggio Emilia, 1983]

Antonin Artaud

Il volto umano è una forza vuota, un campo di morte.

La vecchia rivendicazione rivoluzionaria di una forma che non è mai corrisposta al suo corpo, che era partita per essere altra cosa dal corpo. È perciò assurdo rimproverare di essere accademico a un pittore che attualmente si ostini ancora a riprodurre i tratti del volto umano così come sono; poiché così come sono non hanno ancora trovato la forma che indicano e designano; e tracciano ben più che uno schizzo, ma dal mattino alla sera, e nel mezzo di diecimila sogni, pestano come nel crogiolo di una mai stanca palpitazione passionale. Il che significa che il volto umano non ha ancora trovato la sua faccia e che sta al pittore dargliela. Ma il che significa che la faccia umana così com’è la si cerca ancora con due occhi, un naso, una bocca e le due cavità auricolari che rispondono ai buchi delle orbite come le quattro aperture della tomba della morte che è prossima. Il volto umano porta infatti una specie di morte perpetua sul suo volto che sta appunto al pittore salvare rendendogli i propri tratti. Dopo mille e mille anni infatti che il volto umano parla e respira si ha ancora l’impressione che non abbia ancora cominciato a dire ciò che è e ciò che sa. E io non conosco un solo pittore nella storia dell’arte, da Holbein a Ingres, che, questo volto d’uomo, sia giunto a farlo parlare. I ritratti di Holbein o di Ingres sono dei muri spessi, che non spiegano nulla dell’antica architettura morale che si inarca sotto gli archi di volta delle palpebre, o si incastra nel tunnel cilindrico delle due cavità murali delle orecchie. Il solo Van Gogh ha saputo ricavare da un volto umano un ritratto che sia il razzo esplosivo di un battito di cuore scoppiato. Il suo. La testa di Van Gogh col cappello floscio rende nulli e non avvenuti tutti i tentativi di pitture astratte che potranno essere fatti dopo di lui, fino alla fine dell’eternità. Poiché questo volto di macellaio avido, proiettato come per un colpo di cannone sulla più estrema superficie della tela, e che d’un colpo si vede arrestato da un occhio vuoto, e rivoltato verso il dentro, svuota a fondo tutti i segreti più speciosi del mondo astratto in cui la pittura non figurativa può cullarsi, ed è perciò che, nei ritratti che ho disegnato, ho evitato innanzitutto di scordare il naso, la bocca, gli occhi, le orecchie o i capelli, ma ho cerato di far dire al volto che mi parlava il segreto di una vecchia storia umana che è passata come morta nelle teste di Ingres o di Holbein. Ho fatto venire talvolta, a fianco delle teste umane, degli oggetti, degli alberi o degli animali, perché non sono ancora sicuro dei limiti ai quali può arrestarsi il corpo dell’io umano.

Io ho d’altronde rotto del tutto con l’arte, lo stile o il talento in tutti i disegni che si vedranno qui. Voglio dire che guai a chi li considerasse come opere d’arte, opere di simulazione estetica della realtà. Nessuno di essi è un’opera in senso proprio. Tutti sono degli schizzi, voglio dire dei colpi di sonda o di maglio dati in tutte le direzioni, secondo il caso, la possibilità, la chance o il destino. Non ho cercato di curare in essi i miei tratti o effetti, ma di manifestare in essi delle specie di verità lineari patenti che esprimano lo stesso valore sia attraverso le parole e le frasi scritte che mediante il grafismo e la prospettiva dei tratti. È perciò che molti disegni sono un miscuglio di poesie e ritratti, di interiezioni scritte e evocazioni plastiche di elementi, di materiali, di personaggi, di uomini o di animali. È perciò che bisogna accettare questi disegni nella barbarie e nel disordine del loro grafismo «che non si è mai preoccupato dell’arte» ma della sincerità e della spontaneità del tratto.

[Antonin Artaud, Il volto umano, 1947,
scritto come prefazione a una mostra dei suoi disegni.
La versione qui riprodotta è estratta da
AA.VV., Finisterre, N° 1, autunno-inverno 1985,
Elitropia edizioni, Reggio Emilia]

Paolo Uccello, Autoritratto, 1452

Uccello, amico mio, mia chimera, sei vissuto con questo mito dei peli. L’ombra di questa grande mano lunare, su cui imprimi le chimere del tuo cervello, non arriverà mai fino alla vegetazione del tuo orecchio che gira e brulica a sinistra con tutti i venti del tuo cuore. A sinistra i peli, Uccello, a sinistra i sogni, a sinistra le unghie, a sinistra il cuore. È a sinistra che tutte le ombre si aprono, navate come orifizi umani. La testa coricata su questa tavola dove l’umanità intera si capovolge, cos’altro vedi se non l’ombra immensa di un pelo? Un pelo come due foreste, come tre unghie, come un’erba di ciglia, come un rastrello nelle erbe del cielo. Strangolato il mondo e sospeso, ed eternamente vacillante sui piani di questa tavola piatta ove chini la tua testa pesante. Accanto a te, quando interroghi le facce, cosa vedi, una circolazione di rami, un pergolato di vene, la traccia minuscola di una ruga, il fiorame di un mare di capelli. Tutto è girevole, tutto è vibratile, e cosa vale l’occhio spogliato delle sue ciglia? Lava, lava le ciglia, Uccello, lava le linee, lava la traccia tremante dei peli e delle rughe su questi visi appesi di morti che ti guardano come delle uova, e nel tuo palmo mostruoso e pieno di luna come luce di fiele, ecco ancora la traccia augusta dei tuoi peli che emergono con le loro linee sottili, come i sogni nel tuo cervello di annegato. Da un pelo all’altro quanti segreti e quante superfici.

[…]

Ci sono delle rughe che fanno il giro della faccia e si prolungano fin dentro il collo, ma anche sotto i capelli ci sono delle rughe, Uccello.

[…]

Le rughe, Paolo Uccello, sono dei lacci, ma i capelli sono delle lingue. In uno dei tuoi quadri, Paolo Uccello, ho visto la luce di una lingua nell’ombra fosforosa dei denti. È tramite la lingua che tu raggiungi l’espressione vivente nelle tue tele inanimate. Ed è da quella parte che io vivo, Uccello tutto fasciato nella tua barba, che mi avevi anticipatamente compreso e definito. Felice tu sia, tu che hai avuto la preoccupazione rocciosa e terrena della profondità. Vivesti in quest’idea come in un veleno animato. E nei cerchi di questa idea giri eternamente ed io ti inseguo a tentoni tenendo come filo la luce di questa lingua che mi chiama dal fondo di una bocca miracolata.

[…]

Perché, io lo so, tu eri nato con lo spirito cavo come il mio, ma questo spirito hai potuto fissarlo su meno cose ancora che la traccia e la nascita di un ciglio. Alla distanza di un pelo, ti dondoli su di un abisso temibile e dal quale tu sei tuttavia per sempre separato.

[…]

TU, Uccello, tu impari a non essere che una linea e il piano elevato di un segreto.

[Da Antonin Artaud, Uccello le poil (Uccello il pelo),
traduzione italiana di Enrico Fumagalli,
in AA.VV., Storie di Paolo Uccello,
Liberoscambio Editrice, Firenze, 1981]

__________________________
(I testi presenti in questo articolo sono tratti
dal sito “Letteratura Necessaria” di Enzo Campi)

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5 pensieri su “Artaudiana (I)”

  1. Qui ripercorro e rileggo i miei libri antichi, credo che il testo di Artaud in Finisterre sia stata una delle scritture fondamentali, per me. Grazie, Francesco. Grazie, Enzo.

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