inaura

Deserto

“Tutto è cominciato qui
ma tutto finisce altrove,
in qualche porzione di millennio.”

(Emilio Villa)

 

inaura
I. Il sentiero delle steli
(2013, inedito)

 

Emilio Villa terra di nessun luogo

forse un cielo dove l’eco si accampa tessitrice di corpi
erranza che trascorre in sonore florescenze senza rami
rosaspenta sul ciglio dell’alba s’interroga perché
precipita nel volo traversando lumi murati di tempo, poi
riappare ai viandanti devozione segreta di fiumi alla foce
specchio e linfa di stelle increate per il pasto dei morti
torna a essere inquieto simulacro d’attesa, la traccia
mobile di una luce fatta seme:

schiude soglie di mondi impensati alla pupilla verbale
tesse accordi su spartiti d’incompiuto, voci di fiamma
modulando distopìe di volti da inaccessibili
scrigni di presenze:
                          terra inudibile di nessun luogo
dove il silenzio è spazio votivo di angeli da veglia
un lunario d’ombre che si trascina senza trovare rive
le ali che stringono in glifi vanescenti d’onda immagini
sconosciute alle stagioni dello sguardo: figurazioni
notturne che riverberano al muto presente delle nevi
l’azzurra epifania di un lento vagare tra geologie animate

:                           (rammemoranza è cenere d’inchiostro
tradurre in segni il lampo vocale di albedini salmastre
alfabeti di fonte dal millenario
                                       sogno delle sabbie)

 

Emilio Villa formacanto: geoglifi

la lingua ammutolita fa splendenti le fronde del sonno

improvviso di stimmate arboree
dove crepuscola un volo in materia di cielo

:

lunapiena di rose schiarite
lo specchio tempestato di nevi

         palmizi d’ombra adunati su rotaie di tempo
         in lenta fiamma

infanzia che in mareggianti cerchi di labbra
ti porta l’ultimo fiore che si increspa

         se ne indovini il grido nel solco di polvere dell’onda

:

         dove ha potuto
         l’erba incede lentamente come un lume
         geometrica di pallide figure verdefaro

l’occhio conversa con attimi di un sole già sparito: addosso
a zenit di palustro
                         il rosso mantello del naufragio

 

Emilio Villa piccola apocalisse quotidiana

un grido dalle viscere e sulla pelle grumi d’ocra viva
presagi e riti colorano le mani con la calce lievitata
a ritmo di risacca, un erboso senzatempo dietro l’esile
scrollare della voce:
                           nulla tranne l’uragano arde sul viso
siti di stupore, luci abissali proprio dove può il fuoco
di echi a precipizio, ma è il biancofumo di sigaretta spenta
la traccia che indirizza la sera su rotte di ferita

:                                                    muove improvvisa
senza tener conto dell’urlo che si rincorre in questo
labirinto tutto mura e acredine di cielo, recide il nodo e
sale minacciosa arrossando la loggia luminosa degli assenti
spalancando il foglio a simulacri spenti di furore:

:                                     (nessun’ombra dagli anni
da sempre disabitati, e anche a voler forzare gli occhi
sarà assonanza di vento o lucore immobile di pietre
erranza allarmata dalle maree interne che affiorano
relitti sulla carta: lieve, dissolto dalla deriva il crepitìo
dell’inchiostro al varco)

:

da ultimo, cedevole velatura, all’estuario sbiancava
un profumo nel filtro della voce, mappa di ritorni di segni
trasumanati in vortici liquidi d’aurora, ma la mano aperta
su memorie florescenti di silenzio era chioma d’innocenza
germogliata come un salice devoto alla sua fonte:
                          torna sul margine e già riprende il volo
dipanate le ali al traino di nuvole, di sillabe esplose
in lampi intermittenti di roseto

 

Emilio Villa acrilirico

fiutando ombre nel profumo della veste, cambia colore
di occulti marmi in tuniche di piume, traduce in lettere
incensi di manna, ma nessun cielo portava occhi
al suo passaggio, così è stata eclissi interrotta
bocca che tenta invano di divorare soli o volto
scavato nell’argilla dal ricordo che ricompone il seno
il senso iscritto nei segni aspri di una stessa notte

:

alibi imperfetti come la finitudine di un rigagnolo
paradigmi casuali su quel volto di ritorno dal naufragio
consegnato al suo peso di relitto muto, agli umori
fondi dell’autunno:

                        (sull’orditura di
un miraggio
               s’arrende l’assenza a diagrammi di voce)

 

Emilio Villa ecotopia

rigenerata nel sangue dell’insonnia, enorme stella
di deserto o luccicanza di grani senz’acqua
disamorata estasi dell’attesa che non può dare voce

:              mezzaluna che s’avanza fino al volto come
un’ultima piaga mai fiorita, piccola collazione di silenzi
nella sua stretta di granito, nella sua mobile costellazione
tutta porpora: e non accenna il tempo la risacca mandibolare
del respiro, la mano la favilla delle dita contro il buio

:              una notte che trami, divagando
innalzata tra onda e abisso sarà la sua parola:

ne porta incisa dentro
                             una
                                  che ferocemente
                                                         si fa luce

 

Emilio Villa dove finiscono le mani

urlo al cui chiarore frana l’incanto raggelato dell’infanzia
quasi un morire che trascolorando impregna il sangue
il nome, la radice calcinata da sbuffi di voragine impensata
: un momento all’angolo delle parole, l’ultimo cenno
dagli anni, poi gioca tempestose mareggiate la traccia
rappresa a un passo dalle labbra, e nemmeno un’ombra
dalla distanza
                  colorata di mille acque aguzze
                                                          di profondo

:

grandeggia, albore o confidenza minuta di corallo, il lume
crespo che ne indovini il soffio, senza rumore d’ali
al rapinoso grido che dice inverno un cielo di stellalbe
: tocca la pelle e ti sorprende il seno il delta che curva
sotto il ventre, nudità mai così vicina al pallido astro
di una rosa che chiama a specchio estati di flutti e solitarie
cattedrali d’onde:

                       e tu, annottata oltre il calore delle dita
inventi la grazia che illumina il nero di altri sogni

 

Emilio Villa crittografie vertiginose

nutriti di pagine bianche, inquieti gorghi di intermondo
per quanti varchi offre la mappa del vagare, evitando
stazioni di segni conosciuti, l’usato almanacco d’immobili
siti di zodiaco: là dove la visione si spoglia del suo cieco
equilibrio di lampi e ciò che passa e dura, e che non dura
è l’immagine mutante di quanto emerge a caso dal fondo
alluvionale delle pupille:

                               semine d’ombra
dislagate dalla matrice fossile di una pietra
orli di senso su trame fitte d’incompiuto per controllare
fioriture di lontane aurore, di parole:

                                                che una metta radici
dispieghi in volute sonore prima di rituffarsi in sé   
senza memoria alcuna del suo spazio

 

Emilio Villa alfabeti dell’oltre

polifonie di transito, e nella deriva presenze
stagliate tra dirupate luci e ubiquità d’abisso

cateratte d’ombra che la voce ricompone in/forme

(il cristallino incrinato unica traccia di appartenenza
al prima)

 :         materia latente che muta fiottando volti franati
           eredità di argille

:

percorso dall’occhio fino alle ombre evase dal finito

(ritenzioni di luce e simulacri allacciati allo sguardo
equati ai candelabri dell’attesa che tengono mute
stabilità di neve)

:                     la lampada di una foglia fuori quadro
                      illumina l’alchimia transeunte dell’evento

 

Emilio Villa finitudini

inenarrabile dissolta parabola ovunque nel possibile
di sillabe rifluite all’aria
                              (ma torneranno a stormi
a bere il mattino dai tuoi occhi)
                              : un respiro che ricompone volti
labili come segni su tavole d’acqua, albagie di orizzonti
dove vacilla l’ora dello sguardo, confini di clessidra
attraversata a nuoto con mani annodate nel cammino
vaporando dalle labbra il lento veleno dell’oblio, quella
dimensione dilatata che avvolge la parola nel cupore fondo
delle sabbie:

                 un rogo improvviso di alfabeti che straripa in
mille fragili gocce a precipizio di canto, e qui d’intorno
muto inchiostro di marea si raccoglie e dura nei suoi sensi
di iride recisa, se forma e argilla hanno di questi lumi
spine di vampa per arginare il vento:

 

:::

 

prende luogo in meridiane interrate modulando registri
di fuga a un farsi asimmetrico di immagini, oppure
già fossile di tempo riposa negli specchi della passione
sciama accenni di luce dove un’anfora solitaria
ritaglia da carità di piovaschi le sue pupille
d’ombra: diafane
voci di ciò che vive nella memoria migrante dell’acqua

 

:::

 

vuoti tra sonno e mai varcato sonno, articolando un grido
tra il lume che veglia e il tempo che scorre sulle pareti
d’aria crepitante:
                       stringere le dita fino a schiacciare l’ombra
la figura obliqua, acrobata o minuscola valanga di
pulviscolo, che ancora piove intorno alle tue labbra

:     è un orizzonte lunare che insiste su paesaggi di rovine
dove si avanza tra lampi di sfinge e dentro gli occhi echi
vibratili d’acqua:

                      (gli uccelli ammutoliti
graffiano dagli alberi incrostazioni dell’ultimo uragano
                      naturali epifanìe del finito)

 

Emilio Villa

 

***

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10 pensieri riguardo “inaura”

  1. Difficile, molto, per un’allieva, dire sulla poesia di Francesco.
    Negli anni abbiamo imparato a conoscere la varietà e vastità del suo dettato poetico, mai monocorde e ripetitivo, sempre aperto a nuovi o rinnovati orizzonti che spingono e accompagnano verso un mondo di ombre-luci,dove la parola si fa sabbia o vento e può bruciare o carezzare l’orecchio attento all’ascolto, dove il richiamo di un canto-grido notturno si fa eco sonora e visiva su un tempo-spazio declinato a un passato che già è presente e futuro.
    Ed è incredibile il canto che ne scaturisce,un canto che si fissa dentro noi, che ci accompagna nelle piccole gocce di serenità o nel vasto mare del dolore dove l’acqua, mai uguale a se stessa, può farci intravedere persino le mobili dune che ci attraversano e che un pò tutti attraversiamo.

    Grazie, carissimo Francesco, oggi più che mai i tuoi versi danno un’impronta diversa allo scorrere di questa ennesima giornata sospesa nel limbo dell’esistenza.

    Un grande abbraccio di cuore

    jolanda

  2. leggo, rileggo, ci penso, rileggo… poesie dove dimorare a lungo, senza avere più voglia di uscire dalle forme mutevoli del pensiero e dell’immaginazione che contengono e che creano. Tra le poesie più belle che abbia letto negli ultimi mesi. Grazie per il dono di questo inedito.
    elena

  3. Queste poesie belle, scritte con lo stile unico di Francesco Marotta, che sono ricche di spunti di riflessione, mi hanno portato alla mente il frammento di Eraclito: “una medesima via in su via in giù” [«οδός άνω κάτω μία και ωυτή» ο δρόμος που ανεβαίνει κι ο δρόμος που κατεβαίνει είναι ένας κι ο ίδιος δρόμος].

    Su questa via della poesia, le impronte di Marotta sono intense e resistenti…

    Un caro saluto
    Evangelia

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