Tre parole illeggibili

Maria Lai, Mondo in fuga, 1994

Ivano Mugnaini

Tre parole illeggibili

    

Aristide Nicodemi cercava da anni un senso all’attività che lo portava a sporcare il bianco dei fogli con simboli grafici. Gli venne in mente un parallelo: senza alterigia, quasi con pena, si accorse che lo scrittore è una specie di dio, un essere costretto alla creazione, incatenato alla necessità di dare carne e sangue a pensieri eterei. In ogni racconto e in ogni romanzo uno scrittore prova a generare un mondo, fragile, traballante, minato dalla violenza dell’imperfezione, dalla bruttezza e dall’assurdo. Le alternative sono due: interrompere l’attività, negando in tal modo la sua natura innata, oppure individuare il percorso che conduce alla comprensione profonda, difficile, forse utopica.
     A Santa Rita, patrona dei sogni impossibili, decise di rivolgersi Nicodemi. Un dio può chiedere aiuto ad una santa? – rifletté, con il più amaro dei sorrisi. Ma anche un dio necessita aiuto, si rispose. Meglio mendicare che morire, concluse. La Santa degli impossibili lo osservò, ieratica, enigmatica, e non una parola uscì dall’ineffabile bocca. Quella stessa mattina giunse a Nicodemi una rivista letteraria. Altre parole, pensò, acqua nel mare. Quando l’occhio gli cadde su un articolo, però, qualcosa si accese. Nella lettera autografa del chirurgo-scrittore morente, Giuseppe Bonaviri, riportata in forma originale, c’erano tre parole illeggibili. In quel foglio con tanto di intestazione dello studio medico dello scrivente, tra segni scritti con mano malferma ma in qualche modo intelligibili, c’erano tre parole che sfuggivano a qualsiasi tentativo di decifrazione. Tre parole: un numero mai casuale, la perfezione nascosta nell’imperfezione. E se fosse lì il senso che cerco?, si chiese Nicodemi. Studiò quel foglio con enorme attenzione. Sentì, con la ragione e con l’istinto, che la verità di un dio può essere celata negli sgorbi di un chirurgo che non sapeva né poteva curare se stesso, forse divenuto cieco, forse demente.
     Tre parole illeggibili, recitava inesorabile la didascalia posta a fianco del documento. Provò a decifrarli in ogni modo,  Nicodemi, ma nessun segno era apparentabile ad alcuna lettera presente nelle altre parti dello scritto. Forse il senso è nell’assenza di senso? E’ collocato nell’imperfezione della morte che già avanzava nelle dita e nella mente dell’autore di quel messaggio estremo?
     Provò ancora a vedere, a capire. Chiese aiuto ad esperti di linguistica matematica, poi, senza vergogna, si rivolse agli enigmisti e perfino ai maghi. Risero tutti, sarcastici, sconfitti quanto lui. Non si arrese. Le tre parole illeggibili divennero una condanna, una mania a cui dedicò i giorni e le notti. Il sonno svanì, la mente divenne un misero computer costretto a far scorrere in una scabra schermata milioni di dati inconciliabili, logaritmi contorti che si strangolavano da soli nella sovrabbondanza iperbolica di incognite di riferimento. Sentiva la testa scottare come se avesse la febbre. Provò a distrarsi pregando, bestemmiando, guardando in televisione programmi comici e seri, commedie e telegiornali. Provò perfino con i canali pornografici, ma sulle nudità ostentate scorrevano quelle lettere disarticolate, tetri tatuaggi su cui finiva per cadere l’occhio e crollare la mente.
     Giunse ad un passo dalla pazzia. Arrivò a parlare da solo, in casa e per strada, mostrando ai passanti una fotocopia della lettera con le tre famigerate parole. Chiedendo ad ognuno, implorando, minacciando, piangendo, intimando di dirgli cosa volessero dire.
     Alcuni fuggivano, altri a loro volta gli sbraitavano contro. Parole furiose: ma non quelle giuste, non la soluzione anelata.  Un mattino come tanti, mentre si avviava verso la sponda del fiume, un bambino lo rincorse e gli gridò: “Quella lettera è tua. Puoi farne quello che ti pare e piace. Io faccio così: quando devo fare un disegno scelgo un colore che mi piace. A volte faccio un albero viola, con il tronco rosa e la chioma dorata. È roba tua. Fanne ciò che vuoi”.
     Nicodemi lo guardò con affetto. Non fece in tempo ad accarezzarlo perché era già corso via, rapido come il sorriso che gli aveva lasciato, come un dono, come una beffa: si accorse di non aver risolto nulla, in fondo. Si rese conto di essere tornato esattamente al punto di partenza, di fronte alla domanda iniziale, nella condizione di dover dare misura al silenzio e al grido assordante delle potenzialità. Ma qualcosa in realtà era mutato. Sentì che a quel punto delle tre parole illeggibili non gli importava più niente; si accorse che era in grado di ignorarle, mentre le amava nel profondo come mai prima di allora. Le tre parole cifrate che il chirurgo morente aveva indirizzato alla vita, gli erano chiare a quel punto: “Non mi avrai”, ecco cosa aveva vergato quella mano tremolante. E, sopra, accanto, dentro a quelle parole, mischiate, fuse, abbracciate con rabbia e trasporto, altre tre parole: “Ti amo infinitamente”. Nell’atto della sconfitta il medico-scrittore ormai impotente aveva fatto vibrare nell’aria, fino al cielo, due urla sovrapposte, odio e amore, abbandono e passione. Un lasciapassare per la sola eternità alla portata dell’uomo.
     Rise, Nicodemi, finalmente soddisfatto. Ma l’istinto acquisito in lunghe settimane di studio, lo portò a guardare un’ultima volta le tre parole sulla fotocopia spiegazzata che portava con sé. Ebbe un lampo, un’illuminazione. Fu certo di vedere, in quel momento, ciò che si celava davvero dentro quegli scarabocchi: “Non esiste cura”, e, nel medesimo spazio, “Ancora non capisco”. Al di sopra di tutto, come un coperchio che cela e sigilla, “Non voglio guarire”.
     Rise ancora, Nicodemi. La sua soddisfazione sarebbe stata completa se non fosse sussistito un dubbio residuo: il vecchio chirurgo non voleva guarire dalla malattia della vita oppure era vero l’esatto contrario? Non si disperò, Nicodemi. Capì che quel dubbio sarebbe rimasto fertile, tenace, sia quando viveva i suoi giorni e percorreva il suo cammino, sia quando dava corpo e respiro al bizzarro personaggio di un racconto strampalato chiamato Aristide Nicodemi.

 

***

6 pensieri su “Tre parole illeggibili”

  1. Lieto del tuo omaggio in forma di lettera pittorica proposta tramite Facebook, Erre Emme. Quanto all’interrogativo che poni, è ardua la risposta. Valerio Magrelli, cito a memoria, e forse in modo non del tutto esatto, dichiarò: “Scrivo perché non ne conosco il senso. Se lo conoscessi smetterei”. Ma forse, senza scomodare Magrelli, possiamo dire che questo nostro dialogo, questa ricerca di senso, è, probabilmente, un senso possibile, potenziale, dell’atto dello scrivere. E, comunque, per dirla con Pavese, è un “vizio”. Ma c’è di peggio, caro Erre Emme, c’è di peggio.

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