Cocktail Molotov

Pozzoni 2

Ivan Pozzoni

I miei frammenti, come frammenti ametrici, rifiutano ogni categorizzazione tradizionale, caratterizzandosi come «non-poesia» dove, con «poesia», si intenda una scrittura in versi eccessivamente attenta a modelli e strutture formali. La mia è una «vocazione», interessata a richiamare alla mente l’assurdo della quotidianità e a chiamare a raccolta chi, contro tale assurdo, desideri architettare forme di resistenza, benché io non sia certo che, nel tardo-moderno, sia ancora significativo il concetto, molto solido, molto orientativo, di «via».

 

Testi

 

da Il guastatore
(Cocktail Molotov)
Padova, Cluep, 2012

 

MNEMOSINA

Ti ho scoperta seduta su uno scoglio,
immagine di momenti andati,
a cercare di dominare le onde con la forza della brezza,
a muovere il rollio sereno delle barche,
l’ammaraggio delle anatre selvatiche,
tendendo mani esili, e un fazzoletto,
ad ogni starnutir dell’universo.

Io ero lì, con te, dall’altro lato d’un video,
senza riuscire a dir niente,
frastornato dalla timidezza e dal ricordo,
e ho saldato il mio tributo versando sangue dai ventricoli,
stingendo di rosso il rosso della ruggine
su musi duri, d’acciaio.

M’hai ricordato di non riuscire a scrivere,
di non riuscire a cantare,
abbacinato dall’oblio di giornate trascorse invano
a maneggiar turiboli,
ad accettare d’essere storico
senza mai avere una storia seria
da raccontare lontano dalla sofferenza,
smentendo ogni mia autobiografia,
smettendo ogni ritratto di me.

E tu, seduta su uno scoglio, fermi i venti con le dita,
chiami la neve, domatrice di fiocchi biancastri
emessi dalle ciminiere,]
racconti ai granelli di sabbia dei tuoi alibi, delle tue tisane,
ammansisci la bestia azzurra che vola nei miei surreni,
aiutandomi a dimenticare, ricordando,
e a ricordare, dimentico di tutto.

 

MIAGOLANDO IN UN ANGOLO

Alla luna intristita dalle nuvole azzurre,
muro celeste di stanza,
innalzo lamenti, flebili miaulii da marrano rabbioso,
contro i corvi nascosti nell’edera,
contro i vermi nascosti nei sottovasi
della critica italiana.

Gatto che ruggisce alla luna, miagolando in un angolo buio,
senza coraggio d’essere bestia assetata di carni,
senza destino d’essere belva affamata da carmi,
mi trovi ad essere, nelle serate astiose,
nelle serate ostiche d’angoscia fluorescente.

Soffiando a nemici, fantasmi, me stesso,
elevo ninne nenie alle volte strinate
del mio occhio sinistro,
nell’attesa di catatonici scontri,
baruffe d’amore,
da sovrano castrato.

Gatto che ruggisce alla luna, miagolando in un angolo
da camera oscura, all’oscuro di tutti, all’oscuro di tutto,
inseguito su balconi imbrattati di sfratto,
intento a disturbar i sonni di chi
viva d’accatto.

 

CREPUSCOLARE

Danzo, nel crepuscolo degli idoli, e canto,
abbarbicato a zanne di rastrello, in cerca di denti d’oro
nelle bocche da trivio di malcelate trattorie,
sdentato menestrello, senza dividere, con nessun altro,
i sublimi istanti d’esistenze affrante, d’architetto scaltro.

Danzo, sentendo i battiti del cuore nella testa,
i battiti da vecchia tastiera
sulle impronte digitali,
reietto stretto dall’angoscia
di una vita a sesto senso,
ricucita a cicatrici da stiletto.

Canto, continuando ad incubare disincanto,
mettendo all’indice, nel ventre enfatico
da corrotto sicofante, mostrando il medio
a città in versi
stanche di suicidio.

 

CANTASTORIA PERIFERICO

Posso smettere di dirmi poeta, finalmente,
non creando in endecasillabi,
sciolti nell’acido, caustico, delle mie intuizioni.

Creo in volgare, senza misurar su nessun metro
i frammenti secreti dal conflagrar delle esistenze,
Giovanni decollato, e atterrato sulle due ruote davanti,
davanti allo schiamazzar delle sirene dei vigili del fuoco,
davanti al muso ironico d’un cane incontrato in un cortile,
davanti ai silenzi assenso dei muri d’un cimitero urbano,
davanti alle urla di titolare e direttore editoriale,
davanti a una camminata tra i correnti d’un magazzino,
davanti alla certezza di non aver bisogno di nessuno.

Poeta? No. Grazie.
Mi sento cantastoria, scrittore di disgrazie,
cedendo ogni vittoria ad anime mai sazie
d’onori, e di corone, raccolte a pecorone.

 

SACRIFICIUM

Poesia, strido teriomorfo evoluto in sensibilità animale,
liberati di me, cacciami nei recessi
della tua silhouette da hinterland suburbano,
margine di margine, confine di confine,
insieme ai moderni numeri umani,
calcolatori che non contano.

Chiusa nelle nebbie aromatiche d’una sauna finlandese,
liberati di me, come mi sarei liberato io di te,
zaino soffocante sulla schiena d’una vittima sacrificale,
imbizzarrita sul sentiero d’un feroce rito d’iniziazione metrica.

Basta uno schianto, dolore d’un momento,
a diffondere frammenti ossei,
anchilosati da una cronica artrosi artistica,
sulla scena drammatica del sacrificio,
e ti sarai liberata di me,
senza rimorso, senza alcun danno.

Fallo in fretta, come farò con te,
non appena ne avrò occasione.

 

da Scarti di magazzino
Monza, Limina Mentis, 2013

 

Pozzoni 3

 

LA FINE DEL SORCIO

Ti ho incontrato, sdraiato sul dorso nel cuore buio di
un centro distributivo,
ti osservavano carrellisti e magazzinieri,
ti osservavano, e ridevano.

La tua fine, evidenziata da una rossa striscia di sangue
su azzurro blocco di cemento da impianto industriale,
era imminente, e, boccheggiando, rivolgevi occhi
angosciati intorno,
al cielo di metallo dei correnti arancioni,
cercando aria, cercando aria.

La vera ricchezza è l’aria,
nessuno se ne accorgeva
ai margini della tua fine,
l’aria è la vera ricchezza.

Più che l’azienda di derattizzazione feriscono le ruote
dei carrelli elevatori,
il tuo minuscolo torace mimava l’afferrare del falco
cacciatore,]
si apriva, e si chiudeva il tuo musino da neonato,
ultima immagine nelle mani scure d’un carrellista
marocchino,]
tu che sognavi lune fatte di formaggio all’ombra di un
bancale di biscotti,
trofeo di caccia sbattuto in un cassonetto.

L’aria è la vera ricchezza,
ritornati a lavorare nessuno se n’è accorto.
La vera ricchezza, è l’aria.

 

VILLANOVIANO

Prima di vedermi sdraiato, nel mio sonno senza fine, sotto
i riflettori della modernità,
fenomeno da baraccone del teatro della morte, del teatro
della cultura,]
camminavo all’ombra delle mie valli, tra Verrucchio e
Castelfranco,]
camminavo, e ridevo, camminavo e vivevo.

Prima di vedermi accucciato come feto in una nicchia di museo,
nudo ai vostri occhi indiscreti, reperto archeologico,
catalogato dalle vostre manie di schedatura,
camminavo al fresco dei miei mattini non ancora etruschi,
camminavo, e ridevo, ammirando i monti.

Ma adesso che m’avete messo sotto chiave,
vi scruto dalla mia strana tomba,
vuota di dèi celesti o vittime sacrificali,
studiarmi, carichi di catene,
e rido, a non vedervi camminare,
e rido, a non vedervi vivere.

 

LA STRANA COPPIA

Tutti i canali della televisione
daranno notizia sensazionale
bloccando l’intero mondo davanti a un video
nell’attimo intenso dei telegiornale:
in una cava della bassa Sassonia
due reperti archeologici saranno trovati
un uomo e una donna trattenuti nell’ambra
nell’atto di dormir abbracciati.

Lui, un metro e sessanta su carnagione scura,
utensili d’osso e un’ascia,
tratti somatici d’homo sapiens,
brandelli di carne consunta da morte di stenti e dolore
con tracce anatomiche da delirium tremens;
lei, un metro e cinquanta su derma chiaro
chiazzato di ocra ad uso funerario,
un flauto, accanto alla mano sinistra,
simile ai modelli di Divje Babe, energica donna Neanderthal
tumulata in maniera maldestra.

Il mondo moderno, malato d’identità razziale,
s’infrangerà, allora, innanzi al dramma abituale
del dolore di un uomo per la sepoltura
d’una donna amata contro natura.

 

TOMBA D’IGNOTO

Cadavere n.2,
l’ombra dell’onda riflessa nella mia retina destra,
mani serrate ad afferrar sabbie mediterranee
indossate sotto bermuda rossi da surf.

Cadavere n. 7,
tentativi di urla smorzati alla bocca dello stomaco
cartine da hashish di Marrakech nelle mie tasche,
scarsi, i dirham, seminati tra borsello e calzoni,
mi condussero in bocca all’abisso.

Cadavere n. 12,
«Eloì, Eloì, lemà sabactàni»,
non ricordo chi l’urlava a chi
non essendo scritto nel Corano:
anch’io sono morto invocandolo invano.

Cadavere n. 18,
ritirata sulle strade tra le dune di Misurata,
in slalom assetato tra missili amici e nemici,
e morire d’acqua.

Cadavere n. 20,
benché i nomadi, come me, ondeggino
sulle navi del deserto, fluidità detonate,
mai s’abitueranno ad annegare.
Ogni tomba d’ignoto migrante
sussurra che è duro abbracciare
una morte che viene dal mare.

 

GRAMSCI AL CONTRARIO

Chiuso fuori, a fior di metafora, dalla tua cella d’idee
sofferenti, attaccato alle sbarre,
scuotendo col collo i nodi scorsoi delle catene d’oro
che insidiano i tuoi asfittici assedi alle città del sole,
nelle nottate innaffiate dalle lacrime d’un cielo steso ad
essiccare,]
vorrei esser te, Gramsci al contrario,
sorpreso chino sulle assi artiche d’uno scrittoio scalcinato
a recitare serenate contro i rosari di regime,
immerso nelle fauci delle tristezze a basso costo, renitente.

Fuori dalla cella, carcerato d’oneri sociali,
afflitto dalla soma di non esser nato bambino in bancarotta,
vorrei esser te, Gramsci al contrario,
vittima d’una mente indomita mai indotta a scendere a
transazioni o transumanze,]
senza dimenticar d’essere umano in un mondo d’uomini,
condannato all’ergastolo d’una esistenza spesa stando alla
finestra.]

Guardo nella tua cella sudicia, Gramsci al contrario,
e, attaccato alle sbarre,
ti chiedo di farmi entrare.

 

da Patroclo non deve morire
Marinetti non l’avrebbe mai scritto
Gaeta, deComporre Edizioni, 2013

 

Pozzoni 1

 

1. COCKTAIL MOLOTOV

«Riempire una bottiglia di benzina»
[Mi nutro di vita]
«Avvolgere uno straccio attorno al collo della bottiglia»
[Penso ad una soluzione]
«Bagnare di benzina lo straccio»
[Chiamo: nessuna risposta]
«Accendere l’innesco»
[L’animo indignato si infiamma]
«Spaccare la bottiglia tra le mani»
[La morte dell’artigianato]

Le istruzioni, viviamo ormai senza cartine, sono impresse a sangue
negli ostraka ateniesi, o su vasi dozzinali etruschi,
sui muri dei bordelli di Pompei, o negli intonaci delle celle
di esicasti bizantini,]
sulle lettere di cambio dei mercanti veneziani, o nelle trincee
della Grande Guerra,]
tramandandosi / tramandandoci di era in era, di millennio
in millennio,]
dai cantastorie aedici ai contastorie cibernetici,
e continuano a ustionar l’(in)umano, comburente e combustibile
allo stesso tempo,,]
consumandolo nelle fiamme dell’incendio, inesauribile, dell’arte,
che brucia, spegnendoti, senza mai spegnersi.

 

BABY LOSERS

Baby losers, abbiamo nome,
in marcia verso futuri fluiti
da un mix bizzarro d’acidi e melassa,
chiamati a difendere la terra,
con l’unica arma della volatilità del turista nomade,
nei deserti dei centri distributivi,
nella viscosità di ricatti emotivi elevati a norma.

Perdenti, etichettati come scatole di tonno,
non ci fermiamo un attimo
a riflettere i bagliori dell’autodafé dei nostri roghi,
a saldare, con fiamme ossidriche,
i rubinetti dei nostri nasi.

Corre, il mondo, corre,
arrivando dopo ogni umano cambiamento,
senza concederci di capire di non essere mai in testa,
doppiati doppioni appollaiati sui finti
alberi della cuccagna d’una civiltà vestita a festa.

 

EN CHERCHANT

Ho cercato emozioni nei macelli comunali,
correndo dietro a Pasifae dinoccolate
nascoste sotto veli d’ombretto e di rossetto a buon mercato,
ho cercato emozioni sul fondo della Gehenna,
scartabellando tra dichiarazioni di morte e dichiarazioni d’assenza,
nella fretta del nostro correre disumano verso un destino altrui.

Ho cercato emozioni sulla suola dei sandali di beduini nomadi,
trovando sabbia, terra, e ferite,
che vi hanno aiutato a crescere, e ad avvizzire,
ho cercato emozioni rovistando, con le mani,
nei bidoni dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani,
senza cercare diamanti da svendere ai ricettatori di bigiotterie.

E una sera di Settembre, mi ha trovato un’emozione
della durata di un minuto, mi ha trovato
immerso nelle strade di una Milano senza traffico,
sottofondo ritmato di musica reggae,
mi ha trovato, mi ha stanato:
sereno, finalmente, ho riso.

 

PENSIERI D’UN CONDANNATO A VIVERE

Stamattina, è nata come nasce il cielo,
col terrore dell’automobilista ferito ai bordi della strada,
seduto, testa e fianchi tra le mani,
ad implorare il camion che ha abbracciato,
con la tristezza del barbone
sorpreso curvo a camminar sui sassi del selciato.

Mi son sentito cielo, e nuvola, satellite,
mi son sentito abbraccio tra anime d’acciaio,
mi son sentito cane, sobrio barbone,
erratico viandante distante dalle case,
dalle chiese, del paese.

Stasera, è morta come muore il cielo,
col dolore di non essere chiamato al banchetto dei ricordi,
di non esser riciclato,
con l’insolenza dello scrittore illuso,
condannato a declamare,
dicendo a Cesare ciò che è di Cesare,
e addio, a un Dio da contraltare.

Mi son sentito cielo,
terra seccata al sole,
stoico alla corte di beduini nomadi
modello Morgan Stanley,
mi son visto anestetico
ai margini d’una esibizione d’arte,
bovide marchiato a sangue
sotto alle stanghe.

Tra nato, e morto,
senza conforto.

 

PENSIERI D’ARTISTA

Perché continuiamo a scrivere,
travolti dal rischio di non esser chiari
ai nostri vicini di casa, all’amico,
alla merciaia dell’angolo,
mai sazi di vergar lettere
controcorrente, come arabi,
lontani dalla linearità delle bollette
della luce, dello scontrino del barbiere,
d’un conto del solito ristorante cinese?

L’arte non resuscita i morti
dalle camere ardenti, o forse sì,
non sottrae i malati dalle celle
delle cliniche, o forse sì,
non ci sottrae dai risultati in ribasso
delle borse, o forse sì,
non ci trova collocazione stabile
nel mondo del lavoro, o forse sì.

L’arte è memoria, viscida sfera di contatto
con morti, malati, borse, lavoro,
con essa versano inchiostro e affanni
intere generazioni d’homo sapiens
in cerca di un capro espiatorio,
nell’intenzione, tutta artistica, di dar fastidio ai vivi,
non lasciandoli dormire.

Scrivere è sonnifero a doppio taglio,
con cui radere al suolo chi vuol vendersi al dettaglio.

 

da Carmina non dant damen
Monza, Limina Mentis, 2013/p>

 

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CARMINA NON DANT DAMEN

La storia di una moneta non interessa a nessuno
due facce mai tanto ardite da vedersi in faccia:
su un lato impressa l’effigie d’una regina,
austera, drappeggiata di sete e assetata di drappi,
sull’altra l’immagine di un menestrello, vestito d’un manto di terra,
circonfuso dall’aurea tristezza dei canti di guerra.

L’incanto d’amore si trasforma in moneta
due mani, sistemata con cura e artigiana,
si stringon le mani, e due visi, due occhi meteci
si sporgono dai rilievi del rame,
tenendosi vivi, abbracciati, sospesi nel vuoto,
l’uno a osservare l’amenità di un reame
dove corrono liberi i fiumi, sorridono i fiori,
rivestito di boschi e di frutti in eterno,
l’altra a guardare l’inferno.

La mia arte è impotente
a lanciare incantesimi tanto influenti
da tener senza tempo sospesi nel vuoto due volti,
mescolando in fucina i due mondi
in un unico mondo in cui menestrello
e austera regina si armonizzino a fondo.

Menestrello, continua a cantare
il tuo inutile canto col cuore spezzato,
in attesa che frammenti di lacrime
si rimettano in circolo
nel sangue d’un amore smezzato.

 

‘MORTACCI!

Passando in auto fuor dal cimitero,
città nella città,
affitti bassi da scarso acquisto,
ci siamo accorti come non tutti i cari estinti
abbiano compreso d’esser morti.

Urla, lacrime e sussurri,
col mite borbottio dei men buzzurri,
rincorrono voli di farfalle,
simili alla monotonia costante
dello scolorir d’un vecchio scialle.

C’è il vecchio maresciallo dei carabinieri
che, non ancor abituato agli stranieri,
chiede a gran voce, sull’extracomunitario,
duri divieti di cippo funerario.

C’è la fanciulla, spirata adolescente,
che passa la giornata a non far niente,
tappezzando a foto di giornale
i muri della sua stele tombale.

C’è il maniaco, fresco di cassa,
che, non ancor arresosi alla fossa,
vaga narrando a tutti di com’è bella
l’orrenda vista della sua cappella.

C’è la ninfomane in tuta da tennis
presa a saziarsi di rigor mortis
cercando di sfruttare, con disinvoltura,
i vantaggi propri della sepoltura.

Perché – mi dite- è inverosimile che vivano i defunti,
in barba ai beccamorti,
se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,
vivete come foste morti?

 

***

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9 pensieri riguardo “Cocktail Molotov”

  1. Non ho letto tutto, solo una sbirciata, ma leggerò, con attenzione, perchè mi pare che ne valga la pena. Quello che non comprendo, è l’introduzione, così incongrua. E’ come mettere le mani avanti: io sono un poeta speciale, io esco dagli schemi, io sarò la conflagrazione del significante, fate largo, non ci sono regole per me. Sciocchezze: o si è poeti o non lo si è. E chi vuole a tutti i costi eliminare dal linguaggio senso, emotions e collegamenti con la ragione, fa sperimentalismo e non poesia.
    Qui mi pare che ci sia poesia.
    A.C.

  2. Io non sono un «poeta speciale», sono un «non»-poeta, un «neon»-avanguardista. Dentro gli schemi, pronto a minare ogni schema (Il Guastatore), nel tentativo – come sostiene Giorgio Linguaglossa- di buttare all’aria la scacchiera, favorendo nuovi inizi, contro il linguaggio dei mass media. Rocambolescamente non cerco la conflagrazione del significante: cerco la conflagrazione dei significati nel mero disinteresse dell’importanza dei significanti, come fece Sanguineti con Laborintus (vs. l’ermetismo).

  3. Onestamente, non vedo molto senso (né nonsenso) nell’affermare “sono questo” o “non sono questo”. Parla a noi, se parla e come parla, quel che uno ha scritto, controscritto, sovrascritto, iperscritto e e chi più ne ha più ne metta, forse rischiando la noia…
    Sercord

    1. Prescindendo dalle mille interpretazioni creatrici applicabili ai miei frammenti (e a qualsiasi testo) io sono ciò che sono, e cambio, sarò ciò che non sono, o sarò ciò che sono, o non sarò ciò che sono o non sarò ciò che non sono. Nessuna interpretazione avrà reale autorità su di me. Io non parlo: dialogo.

  4. La dichiarazione di poetica che introduce la selezione dei testi da me operata è tratta da un dialogo in rete tra Ivan Pozzoni e due poeti-critici: tutta la discussione è riportata quale premessa al libro Il guastatore.

    Io non vedo niente di “sconvolgente” nel fatto che un poeta o uno scrittore si esprima in merito al suo modo di operare e alle “intenzioni” del suo lavoro. Il fatto che possa farlo, e lo faccia, ha un valore puramente documentario, senza nessuna pretesa di “dare lezioni” o di indirizzare in un senso piuttosto che in un altro la lettura.

    Che poi la signora Cicognani ne fraintenda il senso, non credo sia un problema di Pozzoni: il quale, in quelle quattro righe, non ha detto nient’altro che questo: a fronte di una poesia che si risolve tutta nel binomio “forma-significante”, preferisco definire la mia come “non-poesia”, visto che vado in tutt’altra direzione.

    Dove sarebbe mai il “ritenersi un poeta speciale” e “senza regole”? E quali “regole”, poi? Quelle che ognuno di noi crede siano proprie dello “specifico” poetico?
    Secondo me la presunzione sta proprio in questo ritenere che le “regole” (?) della poesia siano quelle che noi pensiamo debbano essere tali.

    Un saluto a tutti.

    fm

  5. Dopo tanti anni, molto tempo, direi troppo, ho incontrato una persona che ha una visione completa, e per niente limitata/limitante, della poesia. Non si perde in speculazioni superflue e non ritiene che la poesia, ma tanto più la vita, si possa rinchiudere in recinti. Anche in questo sta la sua capacità di fare e proporre poesia. (A) Francesco, con stima.

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