Tutto il calore del mondo

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Gian Ruggero Manzoni
Mimmo Paladino

Ogni astro, e qualunque astro esiste un numero infinito di volte nel tempo e nello spazio, sarà non in una soltanto delle sue forme, ma così com’è in ognuno dei momenti della sua esistenza, dalla nascita alla morte. E tutti gli esseri sparsi sulla sua superficie, grandi e piccoli, vivi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità. La terra è uno degli astri. Ogni essere umano è dunque eterno, in ognuno dei momenti della sua esistenza. Quello che io ho scritto in questo momento nella mia cella, l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna, vestito degli stessi abiti, in circostanze uguali. Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e si svuota eternamente da sola.

Da L’eternité par les astres di Louis-Auguste Blanqui

IL FIUME DI BETULLE
(il calore del sacrificio)

Ho sempre amato il commovente film in bianco e nero L’infanzia di Ivan (titolo originale: Ivanovo detstvo) diretto nel 1962 da Andrej Tarkovskij. La trama della pellicola fu tratta dal racconto Ivan, di Vladimir Bogomolov, e, sempre nel ’62, fu premiata col Leone d’Oro quale miglior film al Festival di Venezia.
Siamo durante il Secondo Conflitto Mondiale, sul fronte orientale, Linea Stalin, zona del fiume Dnepr. La storia narra di un dodicenne, Ivan, rimasto senza famiglia, perché sterminata dalla guerra, che prima si unisce ai partigiani poi all’esercito regolare sovietico per combattere gli invasori tedeschi.
Il colonnello Grjaznov e il capitano Kholin, che si prendono cura di lui, sfruttano la sua abilità nel muoversi in quei luoghi paludosi e selvaggi per inviarlo in esplorazione oltre le linee nemiche. Dopo una missione particolarmente difficile, Ivan non riesce a ritornare nel punto previsto per il suo recupero e invece raggiunge una zona del fronte controllata dal tenente Galtsev il quale, stupito di vedersi arrivare dalla “terra di nessuno” un bambino, stenta a credere che quel ragazzino, sporco e distrutto dalla fatica, sia una loro spia, finché, sollecitato da Ivan, non decide di contattare il Comando Generale dal quale riceve l’ordine di accudirlo, lavarlo, sfamarlo fino all’arrivo del mezzo che lo verrà a prelevare.
Il colonnello Grjaznov, dopo quella missione che aveva messo a serio rischio la vita del giovane, decide di allontanarlo dal teatro delle ostilità e mandarlo alla scuola militare, così da proteggerlo, ma Ivan è ben deciso a rimanere in prima linea, perché convinto che in guerra solo i vecchi e gli invalidi possano sottrarsi all’impegno. Dietro la sua pressante insistenza, Ivan viene coinvolto in un’ultima difficile missione. Il capitano Kholin e il tenente Galtsev, in barca, attraversano con lui il Dnepr, fin dove è possibile, lo lasciano in mezzo a un bosco di betulle semisommerso dalle acque straripate, ma poi attendono invano il suo ritorno dall’esplorazione, mentre cade la prima neve. A guerra finita, nella Berlino occupata dalle forze sovietiche, il tenente Galtsev, unico sopravvissuto a quegli scontri infernali, ma segnato profondamente nel volto e nell’anima, negli uffici abbandonati del Reichstag, trova, casualmente, tra i fascicoli dei prigionieri giustiziati, anche quello di Ivan, scoprendo così che il ragazzo, catturato dai nemici, dopo varie sevizie, era stato ucciso dai nazisti tramite impiccagione.
Andrej Tarkovskij, nato nel 1932 e morto prematuramente nel 1986, figlio dell’intellettuale Arsenij Tarkovskij, è stato definito giustamente il “regista-poeta”. Sino dall’infanzia il suo talento venne influenzato da un profondo sentimento di spiritualità e dai paesaggi che fecero da cornice alla sua giovinezza e maturazione artistica, questi ultimi caratterizzati, soprattutto, dall’elemento primigenio dell’acqua… acqua che si scioglie in mille rivoli, che ristagna, si congela, che gonfia e fa straripare i fiumi in primavera e in autunno. Infatti nella pittura russa del XIX secolo l’acqua è quasi sempre protagonista perché, come le sacre icone, è elemento fondante della cultura di quello sterminato paese; in particolare, in tutti i film di Tarkovskij, l’acqua è presente in maniera abbondante e continua: spesso piove, i protagonisti vi si trovano immersi, la attraversano. Ma l’acqua di Tarkovskij è sporca, limacciosa, piena di oggetti strani, di rifiuti e di presenze ambigue, e ciò è tipico della vena visionaria che sempre lo visse e del rapporto angoscioso che egli ebbe durante la sua esistenza nei confronti del “male” in tutti i suoi aspetti, da quello religioso a quello psicologico, da quello esistenziale a quello della carne.
Quando il film uscì (era il primo lungometraggio di Tarkovskij) la critica italiana di sinistra lo accusò di essere opera eccessivamente simbolica ed espressionista, ma Sartre gridò al capolavoro, difendendolo a spada tratta. L’aspetto veramente innovativo di questa pellicola (che rientra a tutti gli effetti nella cosiddetta Nouvelle Vague) consiste nell’aver individuato un modo nuovo di raccontare la guerra, infatti ci ricorda che essa è solo tragica, non certo esaltante o madre di eroismi, e che la storia stessa dell’umanità (come diceva Hegel) è altrettanto tragica e strutturata come un eterno conflitto fra il bene e il male.
Indubbiamente ne L’infanzia di Ivan Tarkovskij si andò a collocare filosoficamente in una nuova prospettiva esistenziale, mettendosi unicamente dalla parte dell’uomo. Infatti nel film, che si dispone su due piani ben netti, quello onirico (i ricordi e i sogni del protagonista) e quello reale (appunto la guerra, quale grande metafora della vita), egli ci ha raccontato il dramma individuale di un bambino rimasto solo (come poi soli sono tutti gli uomini) incattivito dalla violenza che lo circonda, mostrando, con estrema ma efficace capacità, il dolore che “risiede in tutto” e quello dello stesso Ivan, trasformato in un “mostro vendicativo” dal mondo stesso. La guerra viene quindi vista, in accezione apocalittica, come male totale e annientatore, ma nel film, a parte in una breve sequenza notturna nel bosco, il nemico (il demoniaco) non viene mai mostrato: è fatto solo di suoni, di voci lontane, di impronte e di segni; infatti “il Nemico” è chi si dichiara contrario all’uomo, alla vita e alla libertà, ed è colui che costringe Ivan a pensare continuamente ai suoi anni felici trascorsi con la madre, ricordati in modo talmente intenso che sogno e veglia spesso si scambiano di posto. La figura materna, inoltre, diventa sorgente di vita associata alla natura, ovviamente all’acqua e alla “grande madre Russia”.
Nei film di Tarkovskij, quindi, si respira un umanesimo di fondo: i suoi personaggi non agiscono nella storia, non la cambiano, perché il solo motore che guida i loro atti è la singola scelta, la coscienza individuale, continuamente messa alla prova da un esterno contingente e assurdo. Comunque, nella sua opera, Tarkovskij non respinge Dio, ma più che la presenza di una divinità egli accetta un Assoluto che può essere conosciuto e avvicinato solo mediante l’arte, oppure mostrandosi semplicemente come se stessi, negando, quindi, la menzogna e la maschera, componenti inutili quando l’umanità intera è perennemente in lotta contro un nemico invisibile, a volte mimetico, ma pur temibilissimo: la sua “bestialità”.
Oltre al grande regista russo, un abbraccio, anche, a Cesare Pavese, a Sergej Esenin e al Nazareno, per ciò che mi hanno regalato. (GRM)

1

Tu non avesti un corteo funebre, né suoni di tromba, né bandiere
rosse a lutto,]
né decorazioni…
neppure alla memoria dei parenti fosti affidato, leggero fanciullo
di coraggio.]
Poi il corpo ti venne cremato, dopo l’impiccagione, in una
città lontana]
dal tuo fiume, dalla tua isba, e dalla tua canoa, azzurra e bianca.

Che il Dnepr culli i nostri sogni
che le onde di quel mare che corre
lambiscano i tuoi fianchi rosei
di figlio e di angelo assieme.

Il tuo colbacco affronta la morte
mentre la tua sciabola d’argento
il gravame d’essere soldato
nella culla di una tomba…

Egli non vedrà mai il sud e quegli alberi d’arancio, venduti agli
incroci delle strade,]
com’io ho sparso biglietti da visita per il mondo, senza mai
ricevere una chiamata.]

Da ragazzo, di notte, correvo nei campi, con le lucciole quali guide,
con gambe lunghe, che lasciavano il profilo di un volto tracciato
negli steli piegati dall’affanno di maturare
un discorso pur valido alle mani.

2

L’acqua è uscita dalle sponde e fa da letto alle radici di betulla.

Il gibbo che ti gonfia le spalle scivola da spia nel mondo
degli adulti.]
Non comprendo la disumana volontà di sopraffarsi, ma quella
mi abita]
con voce che non mi appartiene, perché esce tronfia e plasmata.

Forse che sia innata l’arroganza degli uomini? Forse che sia
anch’essa santa?
]

3

Mi portarono davanti a una rastrelliera d’attaccapanni e m’imposero
di scegliere]
quello a cui impiccarmi.
Furono un cappio di ferro le dita della levatrice, e in quel momento
mi ritrovai a carezzarle le ginocchia da lavandaia, che aveva
da secoli]
quale inciampo del mestiere di lavorare e lavorare.

Disse il boia: “Mein junge verbringen sie unvergessliche
momente…
”]
in un tedesco storpiato dall’ucraino.

Feci il passo e mi consolai, avendo informato i miei compagni.

4

L’oracolo che abita in cima all’albero bisbiglia la fede ai passanti.
Rivela a chi non lo sa, ciò in cui crede, senza domandare nulla
in cambio.]

Vivere per ubicazione rientra nelle poche certezze umane.
Ti muovi nella tua geografia quale lontra che segna i confini con
urina e saliva,]
oppure sfregando il corpo unto, lasciando peli, baffi e parassiti
nel girare e rigirare attorno al tronco dalla corteccia cava.
La geografia della nascita varia ma non è mai variabile.
I piedi sanno dove andare. Lento lo strascico fra le paludi seminate
dall’inverno,]
anche se il suolo che fotografasti era quello secco dell’estate.
Lenta la stagnazione che carezza i fianchi, dove ti trascini,
sempre conscio]
della buca o dell’inciampo.

5

Memorizzare un percorso, possederlo al tatto degli stivali, andare chiudendo gli occhi, lasciarsi trasportare dall’indole dell’anatra, quale bellezza animale.

6

Il cervello si chiude al dolore quando ami chi ti ha generato.
Sai che per natura]
andrà prima di te, se non morrai nei pochi anni.

Che sia il morire da bambino lo sfuggire a quella trama?

Indosso il bernusse, per camuffarmi tra gli occupanti
di quella terra acida.]
I miei libri di scuola sono intrisi dai mille profumi di cucina.
Studiavo lì]
quando la pace comandava.
I pugni di mia madre spianavano le focacce e il merlo in gabbia
di mio padre]
mandava striduli richiami alle volpi dei ghiacci.
Ancora non so con quale sentimento colga le affermazioni
del tempo.]
Le vetrine, durante il Natale ortodosso, erano consolazione
per i minatori, i contadini]
e per gli addetti agli alti forni della siderurgia staliniana.
Ebbi solo due soldatini per giocare: il primo zoppo e scolorito,
il secondo con la divisa del tedesco che ci ha calpestato.

7

Non posso certo dire che:

l’intelligenza non è il come evitare gli errori,
ma lo scoprire in fretta come trarne vantaggio…

infatti del biondo di quei capelli fecero corona di spine, mentre, del suo collo, ciondolante ossequio a un cardellino impagliato.

8

Lo picchiavano e lui cantava, con la melodia di un guaritore
siberiano:]

Bell’albero dalle molte foglie
bella pietra grigia e nera qui accanto
bel canto che incominci a viaggiare
bella custode del recinto della tenda
bel ramo dell’albero vicino alla pietra
bella luce del sole dietro le nuvole
belle nuvole che state tra me e il sole
bei ricordi del mattino in cui ho varcato il campo
bel fiume che passi da questa parte della tundra
bella luna che ancora non si vede
bell’uccello ghiacciato appeso a un ramo… ciòk, ciòk
sono montato sul primo gradino, mi sono arrampicato
sul secondo, poi ho volato…

9

La mia testa… la mia testa arcaica, che contiene tutte le voci
del mondo,]
di chi fu, di chi è e di chi sarà in un fiato.
La mia testa, tagliata con la mannaia, scolpita nel granito, fusa
con l’acciaio dei cannoni catturati, quanto vi potrà dire
e quanto, ancora,]
potrà rimirarsi per un attimo, per un domani, o, forse,
per un “mai più”,]
come ora, nel giaciglio delle carni?
La mia testa violenta, la mia testa dalle grosse narici,
dalle mandibole]
da carnivoro, dalla mascella da cane da guardia… la mia testa
nel fondo di un canestro, portata in dono alle femmine
del villaggio…]
la mia testa, che ricorda il tuo piccolo capo,
quel becco da canarino, quel cercarmi
da figlio trascurato.

10

Lo abbracciavamo quando tornava dalle missioni oltre
le linee nemiche.]
Gli davamo una tazza di tè e dolcetti all’anice.
Lui faceva stendere le mappe e, da generale degli orfani, indicava
dove le mitraglie, i campi minati, le buche, i carri armati, le
postazioni allagate.]
Pioveva come solo in Russia piove quando il fango diventa
viscido liquame.]
I soldati spingevano artiglierie e camion impantanati.
Il tè si raffreddava, mentre i dolcetti a forma di casa, divenivano
guscio per le lumache.]

11

Svegliami presto domattina,
O madre mia paziente!
Andrò sulla strada oltre il colle
Per incontrare un caro ospite.

Sul prato oggi, dentro il fitto bosco
Ho visto tracce di larghe ruote.
Il vento sotto una cupola di nuvole
Gli scuote il suo giogo dorato

Domani all’alba passerà in un lampo,
Curvando la luna-cappello sotto un cespuglio,
E la giumenta agiterà per scherzo
La coda rossa sopra la steppa.

Svegliami presto domattina,
E accendi il lume nella stanza.
Si dice che giorno dopo giorno diventerò
Un famoso poeta russo.

Io canterò per te e l’ospite,
La nostra strofa, il gallo e il tetto…
Sui miei canti si verserà
Il latte delle tue mucche fulve

ben oltre la disgrazia, di ogni malinteso
che il vento ha trascinato, con la scorza delle rape
e col giuramento, verso quella madre.

12

Spesso in guerra gli eventi importanti sono il frutto di
cause banali…]
come poi la guerra è genitrice di tutte le distruzioni e le
ricostruzioni umane.]

Disse un uomo venuto da lontano:

Sentirete parlare di guerre e di rumori di guerre.
Guardate di non allarmarvi;
è necessario che tutto ciò avvenga, ma non è ancora la fine.
Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno;
vi saranno carestie e terremoti;
ma tutto questo sarà solo l’inizio del dolore,
ben altre saranno le prove che vi attenderanno
”.

13

Terra cadmio e verde, conosciuta palmo a palmo.
Rettangoli di girasoli, segmenti di pungitopo, ombrelli aperti
in teatro]
creano placenta alle battute e alle luci di muli al traino. Poi bengala che scendono dalle nubi, per dare ombra all’orecchio su di una lamiera che finge il temporale.
La morte sembra scena, quando il mito di essa diventa applauso.

Approfondire la condizione iniziale di un trauma, di un
soffocamento,]
di un rapporto sbagliato
con la giovinezza o la vecchiaia, fa tornare alla provincia,
dove abbandonarsi al puro, allo sfumato, allo strappo di una blusa
macchiata di piume d’oca o di alghe del Baltico.

Oltre l’acquitrino, schiocchi di frusta, come solo le pistole sanno imitare. Queste le immagini progressive di una stasi, il braccio attorno alla spalla, il baciargli le guance scavate, perché il fanciullo (come tutti gl’insetti allo spillo)
prima di cedere, si dibatte nel vano prepararsi.

14

Tra un andare e l’altro (verso il Nemico o, meglio, l’Avversario)
disegnava case, un boschetto di faggi, una palizzata gialla e il
corpo di sua madre]
a bocconi, steso fra il grano, testimone di macchie rosse, come
avesse una camicia a pois,]
leggermente increspata sulle spalle.
Usava i pastelli con velocità e cura, da muratore che innalza
una parete o dà vita a un arco.]
Tenui le sfumature, solcate qua e là dalla combustione di una candela o da uno sfregio a china, color topazio.
I soldati si fermavano a guardarlo, commentavano le figure, gli
domandavano spiegazioni,]
ma lui zitto, imbronciato, preso dal ripetere e ripetere e ripetere
quelle trame, come un pope, quando dice Messa, o arde l’incenso
per purificare le stalle dai demoni o le strade, dalle
megere di Mayer.]

15

Forse che dinanzi a Dio, il quale lo giudicherà per le sue azioni,
gli gioverebbe]
se anche possedesse tutta la scienza del mondo, ma non l’amore?

Amico mio, datti pace dalla smania eccessiva di sapere: in essa non troverai che inganno, e grande sviamento da ciò che è indispensabile per l’umano
e quel suo penetrare nel segreto, privato dal senso e dal
contrastarlo]
se non con parole in nero… se non con sculture di cavalli.

16

Belva selvatica, lupo che annusa l’aria della sera, a fianco di una
quercia ci guarda da lontano.]
Lui è un lupo solitario, quindi il concordare senz’ansia
quale albero su cui pisciare, lasciando un piccolo tempio
da annusare.]
Gli occhi verdi e gialli scrutano curiosi le nostra dinamiche.
Quanto siamo lontani da quell’animale, ma vicini, per ragioni,
al suo attacco.]
Il lupo sazio non dilania tanto per farlo, mentre io continuo a
digrignare i denti,]
a inseguire, ad affondare le fauci anche senza fame.
Il dolore non coglie mai la bestia, il suo è un capirsi senza colpe
o strascichi,]
è nata così, e così morirà, lontana dal branco, separata
dai compagni,]
in quel rito del lasciarsi andare al distacco per accettare,
senza sbalzi,]
il muscolo rattrappito, che indurisce il cuore e i polmoni
nel fermarsi.]
Pelliccia che rimane, foglie che creano la bara, radici che
iniziano a succhiarlo.]
Un aspetto che Giona volle indagare, nel ventre della bestia
ancora calda.]

17

Per prime gocce sparse in ferma di vento, poi più fitte, quindi il
sempre più lento]
battere dell’acqua. Uno squarcio, poi altri, da dove filtrano i raggi di un sole invernale. Imporsi sotto la pioggia, accettarla, farsi battezzare.
Ora il cielo si è richiuso in un grigio sacco, ma, all’orizzonte,
la bassa linea verde,]
oro e rosa, di un tramonto annunciato.
Spere di luce tagliano la natura in un obliquo ormai orizzontale.
Le ombre si allungano. Le forme di esse non sono più umane, ma
torbidi casi.]
La verticalità si fa desiderare, in questi giorni di trapasso.
Quel tuo fiume, fanciullo dell’Ucraina, ti dava pesci e suggestioni
per masturbarti.]
Non necessita il pensiero ai genitali di una femmina o di un maschio
per raggiungere l’orgasmo. Già tutto è dato, se scorri i mutamenti delle nuvole, l’inseguirsi dei venti, il turbine gelido che ti carezza l’impermeabile.
E tu stai, con la mano sprofondata fra le gambe, in piedi, in fronte all’acqua, mungendoti o sfregandoti… maschio e femmina… in quell’apice che fa compagnia
alla solitudine di una carne esposta allo scorrere rapido,
indifferente, dinamico]
della cupola che ci sovrasta.
Toccarsi, partorire umori e lacrime, ridare acqua all’acqua che
scende indisturbata.]
Bere acqua, compensare l’ammanco, nella continua trasfusione tra
nubi, carne, lago,]
cellule, sangue, tramontana, neve, ghiaccio, denti nell’altrui
pancia,]
liquidi, che si prestano al guado. Un pianeta al carbonio quale base
della nostra chimica organica. Allotropiche formazioni intermedie.
Acidi grassi. Diamante e frattaglie, ovunque acqua e carbonio,
prodotto all’interno di stelle]
che trasformano i nuclei di elio in quella C assoluta, gravida,
obesa, smagliata]
tramite un processo Triplo Alfa. La Trinità dell’Origine,
nell’omega del perenne frammentarsi.]

18

Doppia vocale greca e cirillica… quella C… quando una voce che si lancia mai ritorna a casa, ma sempre avanza, come un fanciullo impavido,
come un lupo, che neppure si ferma per grattarsi.

[…]

21

Affogare negli escrementi dell’umanità è la morte che ci tocca,
così è, quando i poeti, sono spesso escrementi di loro stessi…

Infine anche gli eroi defecano, e anche i santi pisciano… non resta
che adattarsi
]
oppure attenderli al varco, e falciarli… per poi capirli… e ancora
e ancora mieterli, nel non dirsi.
]

Gian Ruggero ManzoniMimmo Paladino
Tutto il calore del mondo
Prefazione di Andrea Ponso
Milano, Skira Editore, 2013

***

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4 pensieri riguardo “Tutto il calore del mondo”

  1. E’ un libro di una bellezza e di una suggestione uniche. Poche volte mi è capitato di trovarmi di fronte a opere nelle quali la scrittura entrasse così potentemente in simbiosi con l’opera grafica e pittorica (e viceversa), così come avviene nell’incontro tra Manzoni e Paladino.
    Veramente pregevole.

    “Il fiume di betulle”, da cui ho estratto alcuni frammenti, è la prima delle due parti di cui si compone l’opera: la seconda, “Dagli scavi di Alesia”, prende spunto dalla battaglia di Alesia del 52 a.C. tra Cesare e le tribù dei Galli che cercavano di resistere alla colonizzazione romana.

    fm

  2. Molto bella questa trasposizione, conosco il regista ma non ho visto il film. La presentazione e la poesia hanno ben definito il sentire la vita in quel “rito del lasciarsi andare al distacco per accettare, senza sbalzi” l’anima dell’arte. Grazie

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