Edifici pericolanti

Ground Zero

Massimiliano Damaggio

Inediti (2013)

Si scrive per la purezza

Certo, si scrive per la purezza
per questa cosa bianca fra le due virgole
per questo toccare le grandi questioni
dell’origine e della morte, perché
bisogna tentare di essere uomini
e circondare di parole il fatto
di esseri bipedi.

Elenchiamo i fatti e gli oggetti
oppure alcune altre esigenze
però quello che ci interessa
è la sintassi per l’esatta
definizione del mondo• il mondo
altrimenti, domattina, scompare.

Ma anche una parentesi di carne
in questa educazione di aggettivi
di chi non soffre di emorroidi, o
disadattamento
(parentesi di ossa in movimento,
non di più).

Le braccia spuntano, le gambe scalciano
i denti staccano la punta alla penna
(ma che minchiate, ma chi scrive con la penna)
si alzano in piedi, queste parentesi di carne:
sono i molti
dove le grandi questioni coincidono
con la data della nascita, e con la data della morte.

Così, ad esempio, perché esiste
questo bambino di quindici mesi
che si guarda in giro e vede
la sua propria immediata estinzione.
È passato di qui, come un caso
poi è subito morto in diretta
perché non aveva niente da mangiare.
Si scrive non per salvarlo, poiché è morto
ma per farlo vivere, nella sua morte.

Si scrive perché
le grandi questioni vanno in corto, perché
le ruote diventano quadrate, perché
la forza centripeta accumula i cadaveri nel cuore.
E poi, perché le nuvole ci innaffiano
ma non germogliano, loro
i semi secchi.

 

Il materiale

È molto il materiale, che risale
alla superficie: del tuo giorno
del passante, di questo animale
sull’asfalto aperto in due.
A questo sentimento, eccessivo
per un solo corpo. Vedi:

se questa stretta della mano
equivale a un andirivieni
fra te e me, a questo scambio
di un saluto che è profondo, è perché
capiamo che anche oggi accadiamo
la vita continua accadendo, così
cadiamo in avanti
sotto il peso del corpo
di cose accadute.

Il materiale è eccessivo.
È eccessiva la vita.
La vita è piena di cose
da fare, altre da acquistare
un articolo, questo conviene
il calcolo del margine: guardi
non vedo margini di manovra.
È eccessivo il materiale, che cammina
che acquista, che figlia, che insiste
nell’avventura umana e dura:
la nessuna avventura.

Risale, il materiale
fino al sorso delle mani:
non potabile. Una mano
incollata contro un corpo
nella piantagione di corpi
assorti nella fatturazione
chiede due ore di permesso
per andare a riprodursi.

Non posso tradurre tutto
questo pianto, tutto
in parole, non posso
disegnare il grafico esatto
della produzione di massa del dolore.

***

È molto il dolore, e io poco.
Apro la porta: vado a lavorare
il dolore, con le mani. È molta
la sgrammatica negli uomini
e gli uomini sono molti, uno
alla catena del carrello, due
affittati una stagione, tre
ancora, sfitti, stanno.
E riemergono, delusi
dalle macerie quotidiane
masticando gli scontrini.
È moltissima, la necrosi
nella scatola di cartone
dove dormono gli involuti.
Dalle mani appese, pende
il calore, che evapora
un dito dopo l’altro
fin quando il polso cade
e dal buco nell’asfalto
germoglia, tiepido, un rancore.

Per questo produco versi inversi
tanto avversi alla letteratura.
Come una carezza energumena
che non sa dosare la forza.
Come il cane, che per troppo amore
al bambino ha divorato il volto.

***

C’è il bambino dilaniato, c’è
nel piatto l’animale coltivato
e la pianta, paziente, c’è
questo taglio alle mani
questa pena dei giorni
ai lunghi tavoli sommersi
nella meccanica delle mani
che assemblano i prodotti.
Sarò sincero: io sono soddisfatto
che i miei clienti siano soddisfatti
e che traggano la gioia
dal prodotto che ho prodotto.

Ma a volte ci amiamo, nelle pause.
Piantiamo nel solco un feto ancora.

***

Non puoi restare indifferente
di fronte a tutta questa lingua.
Ma cosa raccontare oltre
questa perfetta solitudine
questo campo defunto?

Stiamo qui, nel paesaggio, così
allineati agli alberi fuori posto
accanto alla centrale termoelettrica.

Se il nostro nome è Storia, io, allora
scenderei nel gorgo,

muto.

 

Madre

Non è corretto
e non è poesia
raccogliere un dolore
per scrivere parole

se te ne stai piegata in due dentro la stanza
al primo piano della casa abbandonata
mentre urli, verso il cane muto
che scappa, e cade per le scale, e si nasconde:
senza dimensioni, al buio ascolta
il latrare del tuo male
che sfonda il tetto.

 

Saint-Exupery

Di tutti gli edifici, il più pericolante
è il mio, quando la costruzione
dell’aereo, come di me
produce il cigolio, che è caratteristico
se non della morte, del suo presupposto.
Sono postino con le ali, e non rappresentante
di pezzi dei motori, perché sì
il venditore è rappresentante del verbo
e l’aria, dalla bocca espulsa
produce una vita a ogni oggetto
che il cliente sfiora con rispetto;
mentre io davo, invece, alla forma
l’insieme non l’accessorio
e il cliente stava, come un primitivo
davanti al monolito primordiale
del nostro bisogno delle ali.
Ma dal tavolo alla nuvola
fra aprire e chiudere la trattativa
è lungo, e troppo, il tempo del decollo:
è lo schiantarsi senza alzarsi
nel volo, è
la fatiscenza del crollo
per erosione, e non per schianto.
E come pericolante è questo edificio volante
pericolante è, così, l’edificio umano
con le ali, o senza ali
dato che tutto scompare
nella curva del tempo
per quanto il nostro tempo
non sembri avere curve
e viaggiamo da qui a lì
come dire da alfa a omega
in groppa a una linea retta
lanciati da una fionda materna
in direzione del decesso: alla fine
cosa volete che cambi
se invece di vendere un sogno
ho sognato di vendere libri
e questi loro abitanti
non più pericolanti
di chi, da terra, li guarda.

 

Era nera

Era
nera
non
era
ma
è
era
nera, e il tempo è oscuro, e non
ci sono più le mezze stagioni.
Nutriamo una certa incertezza.
Dunque ci sorprendiamo
nel silenzio degli ascensori
verticali, ci diamo le mani
con un silenzio, perché:
nutriamo un’incertezza certa.

I cadaveri sono molti:
impossibile conversare.
Oggi hai scambiato due parole
col fornaio sputante scontrini.
Poi vi siete dettati il nome:
io Fornaio, ti ha detto lui
io Venditore, gli hai detto tu.
L’universo: completo.

L’era è nera, ma chiarificata
dai lunghi lampioni, lungo i viali
dove camminano gli uomini.
Un uomo e la sua tasca, dove
si nasconde, quando incontra
un altro uomo, che lo spia
dal portafogli. Pedoni ritornano
sui propri passi, per cancellarli.
Donne depositano feti nei cassonetti.
Forse perché vogliono nasconderli.
Dal fondo dell’immondizia, i feti
stanno, gli occhi che risplendono.

È il tempo degli uomini nascosti.
Quando apriamo la camicia, compare
una cosa incerta, ma piena di istinti.
È una cosa poco attuale, tu non puoi
fare shopping con la moglie e con i figli
ed essere ancora così pieno di istinti.
Bisogna stare, complementari
come un accessorio, come
un corollario intorno al teorema.

 

Maurizio il benzinaio e il Rackjobber

Tutto il giorno ho allineato
i prodotti sullo scaffale
come fossero versi: commerciali.
Ora sto, con l’ordine fra le mani
appoggiato alla pompa di benzina
e controllo la pressione delle gomme
e in questa devastazione, Maurizio, stiamo
appoggiati alla pompa di benzina.
Io ho rincorso i soldi tutto il giorno
e tu, tutto il giorno, li hai attesi.
Ci incrociamo a questo incrocio
di corse, e attese, e rincorse.
Prendiamoci insieme un caffè
allora, in questa pausa veloce
che passa ma basta, Maurizio
altri hanno pianificato, come
messo il punto alla giornata.
Ma noi possiamo praticare sconti.
Stiamo, chini, sul bancone
mentre preghiamo, mentre
le nuvole si arrotolano, srotolano
la meccanica della vita, sopra
questo campo defunto. Da cui
spuntano anche gli uomini. Spuntano
dai solchi, questi feti, coltivati.
Sbocciano, s’aprono in corpi
portatori d’un dolore ininterrotto.
Perché, Maurizio, solo i morti
hanno visto la fine della guerra.

[Per un certo periodo, ho lavorato come venditore presso una multinazionale. Un giorno, a una riunione, ho scoperto che ero un Rackjobber, e non un venditore. Il rackjobber, letteralmente “lavoratore dello scaffale”, è una moderna figura commerciale di alcune multinazionali che operano nella g.d.o. (grande distribuzione organizzata). È l’involuzione del venditore, o del rappresentante. Il suo scopo è di “presidiare lo spazio espositivo” al fine di ottimizzare la vendita del prodotto. In sostanza, è uno che mette a posto i prodotti sugli scaffali del supermercato e si occupa di fare gli ordini.]

 

Jeff Buckley

Siamo qui per la bellezza, ma
come rifugiati fra due porte
una chiusa, e l’altra pure
nel giorno annacquato, in attesa
di un fuoco qualunque
che commuova il calendario.
In questo venire e andare di corpi
non hai nemmeno il tempo di dargli un nome:
lanciano sul tavolo alcune parole, si alzano.
Siamo qui per la bellezza, ma
come ripieni di linee scure
che potevano essere albero, nuvola: attendiamo,
nell’apnea di tante disattese.
Effettivamente, potrebbe anche essere
un uomo senza due gambe, che cammina
un manufatto semplice, che urla
un ragazzo, interminabile, che galleggia
sul fiume, interminabile
la sua acqua nella voce
modula una fiamma
per chi, liquido, sta.

 

 

***

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6 pensieri riguardo “Edifici pericolanti”

  1. Trovo queste poesie davvero belle nella loro dolorosa incisività.
    Molto riuscite, tese, dure.
    E una nota in più per quella su Jeff Buckley: perchè anche io ci ho provato a scrivere di lui, senza riuscirci mai. Dunque grazie a Massimiliano.

    Francesco t.

  2. Da qualche parte hai scritto “più si parla di poesia e meno se ne fa” ed io ti do pienamente ragione, se ne parla troppo, la buona poesia deve essere letta.
    Nei tuoi versi si concentra il dolore del mondo e questa tua capacità mi colpisce.
    Marilena

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