Note di lettura (VII) – Peter Handke

Peter Handke

Antonio Scavone

Il desiderio infelice
(Peter Handke)

     Non è peregrino pensare che le madri di scrittori e poeti, parchi o prolifici che siano, abbiano chiesto qualche volta ai propri figli di scrivere di loro. È un’aspettativa naturale per quanto timida e discreta, è il segno di un’empatia biologica e per così dire pre-letteraria che non richiede folgoranti esternazioni ma che vive piuttosto nell’intimità e nel segreto, sicuramente nell’auspicio che quel figlio “letterato” possa un giorno scrivere di quell’affetto, di quel legame di sangue e di vita per una compensazione (o una ricompensa) antropologica, familiare, culturale. Le madri degli scrittori si aspettano dunque che una piccola parte della vocazione dei figli – del loro talento, della loro improvvisa o improvvida voglia di scrivere – possa tornare, possa essere restituita sotto forma di omaggio al ventre che l’ha generato, alla persona che l’ha nutrito e accudito, alla donna che l’ha educato e protetto. Il vincolo che lega una madre a un figlio è esclusivo sia nel bene che nel male: difficilmente una madre abbandonerà il suo bambino (anzi lo farà crescere per proiettarlo nel mondo degli adulti), ma con difficoltà il figlio ripagherà la dedizione che la propria madre ha consolidato negli anni per lui.
Il rapporto madre-figlio resta un rapporto naturale-culturale e si regge su dinamiche non sempre, come sappiamo, paritarie e reciproche. Quella dedizione potrà risultare eccessiva, ossessiva e il legame tra madre e figlio può diventare conflittuale, molto più arduo di quello padre-figlio.
La lettera al padre di Kafka, per esempio, è un caposaldo, un crocevia moderno del rapporto antagonistico tra padre e figlio, cioè tra due uomini che rinnovano nel tempo e nello spazio la delicata interazione che si stabilisce tra due maschi. Al di là del paradosso tragico Laio-Edipo-Giocasta, persiste nella tradizione comune (orale e solo dopo letteraria) la competizione naturale (cioè dell’istinto) e sociale (cioè dell’educazione culturale) tra padre e figlio per un primato di sopravvivenza politica e sessuale. La madre-genitrice – che pure è l’obiettivo o il prototipo di questa emancipazione sessuale e culturale – rappresenta un paradigma complesso di prospettive ancora più articolate, dalla simbologia tanto selettiva quanto elettiva, che comprende e privilegia attribuzioni diverse ma che insistono poi sempre nel ruolo fondante di una donna che ci ha fatto crescere nel suo ventre per affidarci poi al mondo (e quindi alla nostra esistenza e alla nostra identità) facendoci naturalmente nascere.
Cosa fa allora un figlio-scrittore quando rimedita sul desiderio che la propria madre si aspettava che facesse, cioè che scrivesse su di lei? Domanda terribile, questione forse irritante ma è pur sempre un sentimento, un obbligo o un dovere che qualsiasi figlio – scrittore o no – prova ad esprimere, a ottemperare, a realizzare. La risposta – non facile e complessa, forse compromettente – a questa domanda la fornisce Peter Handke nel romanzo “Infelicità senza desideri” del 1972, che Garzanti pubblicò nel 1976 nella traduzione dal tedesco di Bruna Bianchi, con una nota critica di Giorgio Cusatelli.
In verità, Handke la risposta a questa domanda non la fornisce o non intende fornirla secondo la consuetudine di un resoconto diaristico. Scrive indubbiamente la biografia materna e la sua personale, con un afflato insieme partecipe e distaccato: la vita della madre diventa il romanzo della madre, delle sue disavventure e delle sue smanie, ma diventa anche il romanzo del figlio, estraniato nel ruolo di un narratore detective (ruolo non inconsueto nella poetica dell’autore austriaco).
Handke – nascosto eppure manifesto in un io-narrante senza nome – concepisce di dover raccontare della madre sette settimane dopo averla perduta nel 1971, quando appunto la madre aveva deciso di uccidersi a cinquantuno anni con una dose eccessiva di sonnifero. Il suicidio della madre, inquietante ma non imprevedibile, lascia il segno nel figlio-scrittore o, tout court, nel figlio. Per spiegarsi le ragioni di quell’atto che non sembra poi tanto inconsulto, il figlio dovrà ripercorrere a ritroso la vita e le passioni della madre, le sue illusioni e il suo disincanto, raccontando gli avvenimenti come se fossero un’unica sequenza.
Questo percorso a ritroso – costellato di flash-back sempre sotto il controllo del narratore – richiede un resoconto freddo, imparziale, quasi da figlio degenere. Non c’è consolazione o giustificazione nella citazione degli eventi che contrassegnarono l’esistenza della madre. Il racconto è segmentato, asciutto, rapsodico come se il figlio, scrivendo della madre, di una madre dalle smanie volubili e inafferrabili, volesse in realtà scrivere di sé, di se stesso che scrive del romanzo di sua madre. Non a caso, Handke ha dichiarato che “la letteratura è romantica”, privilegiando en passant una delle scuole letterarie che si servono dello sperimentalismo per approdare ad un progetto estetico fondato su un nuovo umanesimo (ne aveva già parlato Giorgio Manacorda, come ricorda Cusatelli nella post-fazione). Certo, la tentazione al e del naturalismo è pressante e insidiosa ma lo scrittore austriaco, in questo romanzo, la scavalca e la demonizza con una registrazione del dato biografico materno che è sempre profondamente rivitalizzata dalla realtà e dalla storia, rivitalizzata paradossalmente (o con una pietas a tratti cinica) persino dalla morte.
La storia della madre abbraccia mezzo secolo della sua esistenza e quello della storia dell’Austria: dalle spartane abitudini familiari, dalla povertà per lavori umili, dall’Anschluss del 1938 con la Germania di Hitler, dalle devastazioni del dopoguerra, da Berlino divisa in settori, dai figli e dagli aborti, dai fidanzati indecisi, dal marito “pappamolla” fino al ritorno in patria dopo il 1948, ad una nuova miseria, ad una povertà “disanimata”, alle malattie che insorgono, al nervo accavallato che procura alla donna insopportabili emicranie.
L’io-narrante ricorda ogni episodio, ogni parola, ogni espressione che la madre ha vissuto spesso inconsapevolmente, che ha detto o comunicato talora casualmente, come se non ci fosse stato mai niente di entusiasmante da vivere o da dire. In questa reificazione totale, lo scrittore ritrova, anch’egli senza volerlo, l’oggetto del suo romanzo o, per meglio dire, recupera e inventa il romanzo della madre, di una donna che, dopo quattro figli e molti aborti, col marito in sanatorio per TBC, decide di porre fine alla sua semplice esistenza, alla tortura di questa esistenza svagata, distratta e incompleta. Il naturalismo lascia i campi e le foreste dell’adolescenza per farsi strada nell’introspezione dei sogni e delle rinunce ma Handke persegue il suo tragitto “romantico”: annota e commenta ogni episodio come se fosse stato presente ai travagli della madre, come se ne avesse convissuto da adulto le peripezie. In questo paradigma pre- e post-letterario, lo scrittore racconta dalla sua postazione di osservatore i travagli che portarono sua madre all’estrema decisione di scomparire da tutti e tutto, e principalmente da se stessa. Scopre così che l’ambizione della madre era quella di “vivere spontaneamente”, di poter dire semplicemente “Mi sento” quando le vicissitudini dell’esistenza la obbligavano a lavori precari, al sesso-dovere con uomini che non erano il suo tipo, ad un’autocoscienza beffarda e sconclusionata che le faceva “mettere giudizio senza capire niente”.
Il ritratto della madre, di questa donna-fantasma narrata da uno scrittore-fantasma, è quanto di più estemporaneo vi possa essere in una biografia filiale e quanto di più letterario in un racconto anti-letterario. L’io-narrante si analizza e si propone, senza giustificarsi, come scrittore e come figlio per il tramite evocativo della madre: racconta per titoli e nomenclature, citazioni e proverbi. Al ritorno in Austria, in una casa che non aveva elettrodomestici ma solo una prestigiosa macchina da cucire Singer, la vita di questa donna senza nome e privata dei desideri si svolgeva senza grandi sconvolgimenti, con le avvisaglie delle malattie ma senza eccitanti premonizioni. Se la madre leggeva un libro non si riconosceva nella protagonista femminile (“Io non sono mica così”), se andava in vacanza al mare in Jugoslavia non badava a turisti o villeggianti e se l’emicrania le arroventava il cervello lasciava che quel fuoco la tramortisse senza offuscarla.
L’abbandono fisico si trasformava in un lento deliquio esistenziale e, per una biologica empatia, si trasferisce sulla pagina nell’abbandono dello scrittore che omette il suo pudore di figlio per scandagliare e reggere il suo approccio di narratore. Il racconto procede verso la fine: l’esperienza del figlio prende il sopravvento sullo sperimentalismo dello scrittore e all’epilogo, nell’atto finale del suicidio, la registrazione dell’evento si fa toccante quando l’io-narrante illustra la meticolosa cura della madre nel preparasi alla morte, predisponendo se stessa e il suo corpo al corredo e all’abbigliamernto per l’ultimo viaggio. La citazione è precisa, puntuale: si illustrano gli indumenti che ogni madre assortisce per sé quando non sarà più in vita, quando si presenterà pulita e consona agli occhi di quanti presenzieranno alla veglia funebre, giudicandone il bell’aspetto e la composizione oleografica del suo essere morta.
Tutte le madri – austriache o mediterranee, del Nord o del Sud del mondo – lasciano ai superstiti il loro abito da trapassata (camicia bianca, mutande bianche protette da mutande igieniche, calze bianche, fascicollo bianco per tener chiusa la bocca), ma stavolta la madre del figlio-scrittore, suicidandosi, ha anticipato i tempi: si è vestita da morta ancora in vita, ha ingerito il sonnifero ed ha atteso da sola l’attimo fatale. Ha lasciato un’eredità al figlio che scrive: si può magnificare una vita di slanci, si può celebrare la felicità o solo l’entusiasmo di certe stagioni della vita ma scrivere di desideri incompiuti e di debilitanti infelicità non riguarda il talento di un narratore ma quello di un figlio che si interroga su quel talento, per se stesso e per la donna che gliel’ha donato.

***

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3 pensieri riguardo “Note di lettura (VII) – Peter Handke”

  1. Dalla lettura di “Segmenti. Tre” di Antonio Scavone ho atteso queste sue riflessioni. L’attesa è stata generosamente ricompensata dalla lettura di note ampie, non timorose della complessità dell’oggetto, nelle quali solide considerazioni di carattere storico-letterario non precludono (anzi, ne sono animate) lo sguardo alla pietas. Grazie.

  2. Grazie per questa ulteriore nota di lettura che invita, chi ancora non lo ha fatto, alla lettura di un testo così bene sintetizzato senza però togliere nulla all’interesse della narrazione.
    Una storia tragica, raccontata, come tu ben spieghi, con quel distacco necessario per non renderla banale. Ed è proprio questo distacco dello scrittore mentre rievoca quasi partecipandone i disagi esistenziali della madre che mi ha particolarmente commossa.

    Ed ecco che questa Dimora continua a non smentirsi.

    un grande abbraccio a te, Antonio, un altro a Francesco.

    jolanda

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