Latitudini delle braccia

Opera di Lucio Orlando, 1978
Opera di Lucio Orlando, 1978

Nino Iacovella

[…] Iacovella si assume per intero la responsabilità di un passato non scelto, spesso neppure vissuto, che nel bene e nel male preme nel suo sguardo quale inestinguibile eredità transgenerazionale. È il “passato che non passa”, il pegno heideggeriano dell’essere gettati nel mondo. È la serie di fotogrammi ideali che fermarono i gesti, le rinunce, i limiti da cui siamo stati forgiati, e che soltanto in apparenza sono andati perduti: come un’acqua corrente essi sono arrivati alla nostra generazione, e ancora scorrono verso le successive. […] Il poeta, grazie al lungo esercizio di uno sguardo meta-individuale, può parlare all’unisono con i protagonisti di vicende anche molto remote, fino a immedesimarsi totalmente con loro (…); oppure, come in molti testi di questa raccolta, può divenire parte in absentia di una coralità che, proprio come la memoria, passa e rimane.

(Alessandra Paganardi, dalla Prefazione)

 

Nino Iacovella

 

 

 

Nino Iacovella
Latitudini delle braccia
Prefazione di Alessandra Paganardi
Illustrazioni di Lucio Orlando
Con una lettera di Giampiero Neri
Gaeta (LT), deComporre Edizioni, 2013

 

 

Testi

 

Per non dimenticare i nomi
ogni dito che conta è fuori posto, non tiene il computo,
la somma che invece si fa con la voce è rotta
e per questo c’è sempre l’assenza di un volto
a discolpare il pianto

 

La linea Gustav

 

Vorrei cambiare nome agli inverni
tenendo più stretto il ricordo del freddo
il gelo nelle dita dei soldati

Veder sparare ancora i tedeschi
a denti serrati dall’alto del muraglione
con occhi che spezzano a vivo
la coda inerme degli sfollati

E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri,
le madri come rifugi per sagome minute
(tra il seno e la spalla, insenature
come porti per piccole teste
spaurite nella burrasca)

Sul paese come un’ombra la linea Gustav,
tracciato d’inchiostro sulle rovine,
il confine tra chi si butta a terra
prima o dopo lo sparo

 

*

 

Dissero che fu la giornata storta del cecchino,
il freddo a cristallizzare l’occhio che mirava,
eppure la testa di Maria era un’orbita
destinata alla rotta del proiettile,
l’orma di un volto già
disegnata nel fango

(Il dubbio di una traiettoria
nel trovarsi di fronte al corpo:
puntare dentro, fermarsi all’osso
oppure schivare per lo sterrato)

Quando il sibilo rasentò la carne
la ragazza cedette sulle ginocchia
come fosse già in preghiera
corpo cavo per accogliere miracoli…

Tenève l’età tè, quand’à scuppiat la guerre
mi disse un giorno mio padre
so raccòte zijete da’nterre,
ca avè viste la morte’nfacce:
nu culp javé passate a du dete da lu colle
j’avè fatte sole nu busce a la sciarpe
(*)

(*) Avevo la tua età quando scoppiò la guerra / mi disse un giorno mio padre / ho raccolto tua zia da terra / che aveva la morte negli occhi: / una pallottola le era passata a due dita / dal collo, le fece solo un foro sulla sciarpa

 

*

 

Gli anni nascosti dietro la collina
ritrovati all’apice di un giorno:
adesso siamo il recinto di un giardino
dove nitido si scorge il filo spinato
A stringere questi nodi di memoria

è come mostrare il petto al nemico,
volersi ferire, rovesciando colori a terra,
far finta che non siano solo sangue

Con mani legate siamo in attesa
che si assesti di nuovo, colpo su colpo,
il battito sulla raffica

Del cuore rimane un proiettile irrisolto,
una traccia murale sfarinata.

Mentre la bocca è contro il muro
con la lingua si scioglie un sapore
di sabbia e calce viva che sa ancora
dell’attesa breve dei fucilati

 

*

 

Avrebbero sfondato la porta un passo più in là
quando tra gli stipiti era già evidente il vuoto:
non avrebbero trovato nulla, nemmeno i cardini

Albina, fiore dischiuso nel lutto nell’ombra,
piccole braccia che stringevano con forza
le ginocchia cedute della madre

Aspettava un vento che asciugasse l’inverno,
la lingua rigida di una filastrocca
ripetuta ad occhi chiusi,
per non inciampare tra le lacrime

 

*

 

Con l’alito delle bestie e il tepore
della paura, la guerra respira ancora
in quel ricovero, non si è spostata
di un giorno da quelle catene,
le mani chiuse dal freddo,
i muri ceduti delle case

Per questo tornerò a leccare la parte
vuota del bicchiere, unico superstite
di un tempo rovesciato sul tavolo,
che saprà di quel vino che macchia a fondo
e mostra il rosso dall’interno della giacca

Riconosco ancora i ganci del soffitto:
erano sempre stati lì per seccare la carne
o le altre cose buone da mangiare

Ma tu chiami
come se non ci fosse voce ad avvicinarsi,
fai poggiare un passo in più nel vuoto
sino a toccarmi

Rimango solo ad ascoltarti
e si chiude il cerchio attorno al buio:

la parte ruvida della corda che ti veste
mi sfiora, e ti sento quasi cadere dal soffitto
prima del silenzio definitivo
monocorde del cappio

 

*

 

Una terra come carne

 

Tregua

Cessata la battaglia ognuno spala
sul proprio versante dei sopravvissuti

Il percorso della carne pulsa ancora
di sangue e sudore

Apre uno strato di gemiti e volti
aggrappati alla stessa supplica

E già un nodo riprende alla gola
fa mancare fiato alle braccia

Il tempo di trovare una lama
che scavi tra le facce
e separi le voci

 

*

 

Appoggiati a un tempo che frana
scaviamo terra di fiori sfibrati

Dal lato debole delle radici
vi è sempre un lascito di petali e polvere

Così i corpi dei caduti
quando il cumulo dello scempio
non trattiene più il suo sangue

Solo le nuvole valicano
lo sfondo delle rovine

La linea del tramonto ceduta
spezzata dai muri delle case

 

*

 

Tastando l’argilla
(a lato, un lembo di camicia affiora a piene mani)
ecco in vista i corpi martoriati, farsi parete
e muscolo della fossa

Un fiotto di luce acceca l’ingombro dei fucilati
ne assottiglia gli strati di fragilità sotterranea

La rabbia brandisce il martello del dolore
la forza necessaria per frantumarlo in pianto

Il piombo ha scavato ancora in profondità
la materia prediletta dei corpi

 

*

 

Dalla prospettiva delle case crollate
non c’è via di scampo,
una dispersione di volti
e braccia, un freddo
che avvicina a Dio

Del cielo rimane una luce tenue
che non riconosce più le strade

Nella scia dei corpi ammassati
c’è un silenzio che non trova pace,
non ha più forza il fuoco degli occhi
che si spegne tra le palpebre

 

*

 

Rimane l’aria che ci avvolge
quando il boato preme alle gambe,
deflagra a braccia aperte
come un fiore dischiuso dal suolo,
stelo poggiato su terra di rupe

È questo il punto in cui tutto non più combacia
la terra sale e pulsa, ci richiama al mondo
sino alla radice

mentre un corpo mostra la faccia
la bocca all’interno, la lingua contratta
che volge al grido le parole

 

*

 

Tutto crolla se l’altezza è al di sopra
delle rotte degli angeli

Così gli uomini, quando imitano gli stormi
senza sapere d’esser preda di caccia

La ricerca del cielo svuota le ossa
spoglia a vivo delle braccia

Del sogno pindarico rimane la sola forza
delle esplosioni che potrebbero librarci in aria

 

*

 

La poesia non può cambiare l’ordine
del dolore

Quella polvere non si poserà altrove,
piuttosto ricuce addosso la presenza
delle lapidi, insinuando al funambolo
che osa lo sguardo oltre la corda
che sovrasta le proprie rovine

Cercare ricordi, tra i muri anneriti
e le case abbandonate, noi tra le notti ancorate
con le unghie che vanno a fondo
ai bordi del materasso, avessimo visto i volti,
le madri tra i vuoti delle stanze,
avremmo un taglio più vistoso al collo
e come parole un filo di voce

Per questo lanciamo solo segnali di fumo
da posti sicuri e abbandonati

e se apriamo nascondigli
nutriamo un vuoto di formaldeide,
un lascito di brace che toglie il respiro

Lasciamo tepore, ma con parole di cenere
dopo ogni bivacco

 

***

 

[Ringrazio Massimiliano Damaggio, che mi ha fatto conoscere la poesia di Nino Iacovella. E soprattutto ringrazio l’autore, che ha scritto con questo libro (“formidabile“, come l’ha giustamente definito Giampiero Neri) alcuni tra i testi più belli, in assoluto, letti negli ultimi anni. fm]

 

***

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16 pensieri riguardo “Latitudini delle braccia”

  1. Nino è un poeta di grande valore. E’ anche un altro esempio (leggasi Lucia Marilena Ingranata) di come la buona poesia covi in silenzio, viva al margine, al di fuori dell’istituzione letteraria, che di parole ne produce molte, ma di poesia ben poca. Grazie a Francesco per la sua splendida sensibilità.

  2. E una curiosità. Se fossi un editore mi sentirei in dovere di pubblicare un libro come “Latitudini delle braccia”. Non dubito che molti editori lo avrebbero fatto, e di corsa. Come sono certo del contrario. La bellezza di Nino sta, anche, nell’aver scelto di pubblicare per una neonata casa editrice di Gaeta: deComporre. Sarebbe meglio dire: un gruppo di ragazzi (alcuni: appena ex ragazzi) belli, coraggiosi e pirateschi. E’ una nota di merito di Nino, condividere un progetto non tanto per il progetto, comune a molti, ma per l’amore delle persone che lo portano avanti. Poiché deComporre non ha, come molti, una distribuzione ma ha, come pochi, una passione, Francesco mi perdonerà se invito tutti a dare un’occhiata a quelli che fanno: http://www.decomporredizioni.com/

  3. liriche intense, le ho lette ieri sera nel silenzio della mia camera.

    ne riporto un frammento ma tutte mi hanno fatto sentire tutta la forza che può avere un’esperienza vissuta…
    e poi l’assenza di punteggiatura rivela in questo caso uno stile molto ben delineato.
    i miei complimenti all’autore!

    *La poesia non può cambiare l’ordine
    del dolore

    Quella polvere non si poserà altrove,
    piuttosto ricuce addosso la presenza
    delle lapidi, insinuando al funambolo
    che osa lo sguardo oltre la corda*
    che sovrasta le proprie rovine

  4. E’ vero quello che scrive Francesco Marotta, le poesie del libro Latitudini delle braccia di Nino Iacovella sono tra le più belle di questi anni e, magari, anche dei prossimi. Basta leggere, e rileggere, quelle qui presentate, un concentrato di partecipazione emotiva dove esperienza parola e umanità si fanno tutt’uno. La poesia di Iacovella, infatti, è un riuscitissimo amalgama di tessuto narrativo e inserzione lirica, di contenuto letterario e profondità emotiva. Si tratta di una miscela, frutto evidentemente di un lungo e lento e paziente lavoro di scrittura, di straordinaria comunicatività. Insomma, Iacovella ci propone una poesia davvero nuova che ha tutte le potenzialità per rivolgersi, proprio grazie alla sua comunicatività, non soltanto alla comunità poetica ma a una platea di lettori più ampia. Per questo, venendo all’eccellente riflessione di Damaggio circa la scelta di Iacovella (che gli fa onore) di pubblicare con un piccolo e giovane editore, occorrerebbe davvero favorire in ogni modo la circolazione e la diffusione di queste poesie (lo preciso: favorire la circolazione e la diffusione, non sto parlando di vendita!). E quando la scrittura poetica, come quella di questo libro, è così emozionante, così toccante essa riscatta la poesia dai suoi confini e indirettamente dà rilievo al lavoro di coloro che, ciascuno a suo modo e ciascuno al suo livello, si occupano di poesia.
    Lorenzo Gattoni

  5. Considerando la limitatezza del proprio tempo e del proprio raggio di azione, l’opera di un uomo non è mai compiuta, e per questo il mio ringraziamento per gli interventi e per gli apprezzamenti ottenuti per i testi di “Latitudini della braccia” vanno girati anche ad altro poeta, quel Claudio Pasi che mi “fucilò” letteralmente con la bellezza del testo “La 17 giornata del campionato di serie B, 1939-40” . In versi: “E’ vero, è nevicato, ma una torma/ di spalatori ha liberato il campo/ e la temperatura, scesa a meno/ dieci la notte scorsa, ora indurisce/ il terreno di gioco che risuona/ sotto i tacchetti delle scarpe come/ un vaso rotto. I due portieri sembrano/ neri corvi che saltano tra i pali./ Le squadre si riscaldano, sciamando.// Soffia sopra le dita intirizzite/ il mediano Calanchi, poi disperso/nelle steppe ucraine; e insieme agli altri/ corre incontro alla sorte Gaiani,/ il più giovane – lo ritroveranno/ fra le macerie di un bombardamento./ Ma adesso tutti fissano il pallone/ immobile: la folla tace, mentre/ Lupi va a batetre il calcio d’inizio.”.
    A lui va la dedica per avermi involontariamente esortato a scrivere la sezione “La linea Gustav”.
    Immagino che si possa dire grazie a voi tutti (in contumacia) anche da parte sua.

  6. Certo, Massimiliano, ben vengano copiose vendite del libro di Nino Iacovella! Ben vengano le vendite di altri libri di poesia, e non solo, pubblicati dai piccoli editori!
    Il mio inciso, tra parentesi, è solo un modo per dire che il mio commento non è uno “spot pubblicitario” (“il libro di Iacovella è bellissimo, compratelo”): ho cercato di mettere in luce, con poche parole, alcuni aspetti importanti della sua poetica che a mio avviso meriterebbero attenzioni diffuse e riflessioni critiche. Se poi il libro venderà molto, cosa che auspico, porterà benificio alla poesia e anche al giovane editore Decomporre che lo ha pubblicato.
    Lorenzo

  7. Felicissima di aver contribuito con la mia prefazione a realizzare un’opera che, come le braccia allargate a latitudine, è com-prendente…a domani!alessandra

    1. Vi ringrazio tardivamente per gli interventi. Solo ora sono tornato a rivedere l’indimenticabile articolo di Francesco Marotta che ha aperto il campo al viaggio di questo libro. La Linea Gustav è arrivata da poco a Milano con la presentazione alla ExFornace dei Navigli.
      Abbiamo riunito più di 140 spettatori per un singolo evento di poesia. Alessandra Paganardi, la band La Maschera e gli attori Lucrezia Agosta e Sergio Roveto mi hanno accompagnato in una serata che rimarrà a lungo nella memoria, quanto ad incontri di poesia a Milano di un singolo autore, peraltro sconosciuto. Ciò conferma la mia convinzione che non sono le case editrici a fare il monaco ma la qualità del progetto e la potenza del passaparola mediata anche dalle nuove tecnologie. Grazie a Francesco e a tutti i frequentatori di Rebstein. E auguri di buone feste ;). Nino

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