Chiarissimo Professore Giambattista Vico

Giambattista Vico

Antonio Scavone

Chiarissimo Professore
Giambattista Vico  (1668-1744)

     sarebbe troppo semplice e comodo, e quindi banale, giustificare questa lettera per una coincidenza accidentale qual è quella per entrambi di essere nati e di vivere in un decumano della nostra città. Sarete pertanto così cortese nell’accettare questa lettera non solo come un doveroso segno di rispetto per la vostra opera e la vostra figura, ma anche – e forse con maggior valenza – come un tributo, una testimonianza di quello che ci avete lasciato e di quello che ci avete insegnato.
     Nel Decumano Minore, in Via San Biagio dei Librai, molti turisti notano la lapide che ricorda la vostra casa e si guardano intorno per legittimare quel sito urbano al rango della vostra fama. Purtroppo San Biagio dei Librai non dà gran lustro né alla vostra casa né al vostro nome e, chissà, forse doveva essere così anche allora, ai vostri tempi.
     I napoletani, invece, che turisti della propria città non sono, non guardano né la lapide né cercano motivi di orgoglio o di affinità per aver avuto, proprio lì, uno dei più grandi filosofi della storia. Chiarissimo Maestro, non ve ne dolete ma doveva andare così, doveva essere questo il destino postumo di un filosofo nato e vissuto a Napoli nel Settecento.
     A distanza di due secoli, un altro filosofo, Benedetto Croce, godette di un riconoscimento e di un rispetto maggiori del vostro, ma la strada l’avevate tracciata voi e ancora altri filosofi – Silvio e Bertrando Spaventa – consentirono che soltanto alla fine dell’Ottocento Napoli e i napoletani avrebbero poi apprezzato o tollerato i pensatori e i sapienti.
     Del resto, tutto congiurava contro di voi: il vostro aspetto fisico (severo e arcigno), le difficoltà economiche nelle quali vi siete dibattuto per buona parte della vostra vita, le origini umili della vostra famiglia d’origine (vostro padre libraio), i limiti e i travagli per la famiglia che avevate creato (si dice che vostra moglie fosse analfabeta)… In compenso, avevate un curriculum di dignità e di competenza per le ambizioni che nutrivate e che riusciste, in parte, a realizzare. Non vi tiraste indietro quando bisognava svolgere un lavoro più o meno mortificante come quello che accettaste, prima dei trent’anni, lontano da Napoli, nel castello del marchese Rocca a Vitolla nel Cilento, per insegnare ai giovani nobili le arti e la storia. O quando, tornato in città, vi fu assegnata la cattedra di retorica all’università, laddove avreste preferito quella di giurisprudenza. Siete sempre stato un uomo tutto d’un pezzo, inflessibile, un po’ triste e filosofo. Già, filosofo!
     Passo quasi ogni giorno per Via San Biagio dei Librai e, quasi per tutte le volte, quando mi imbatto in quella lapide, non posso fare a meno di chiedermi: “Come faceva Giambattista Vico a filosofare in un posto come questo?”.
     Voi direte che un posto vale un altro e che nel fango o nella miseria, nel degrado o nella desolazione, il pensiero filosofico trova o inventa in ogni momento gli itinerari delle elucubrazioni e delle connessioni mentali e teoriche. Anzi – mi pare di sentirvi – più l’ambiente che ci circonda è spoglio e derelitto, più si fa strada e si fortifica il bisogno di intuire, circoscrivere e tradurre quelle tracce sfavillanti che attraversano come folgori l’orizzonte oscuro delle nostre speculazioni!… E come faccio a rispondervi, Professore, se affilate subito le armi?
     Potrei tentare di giustificarmi – dicendo che “si filosofeggia” meglio, che so?, in collina ai Camaldoli oppure sull’isolotto di Nisida o alla solfatara di Pozzuoli -, ma non vedo perché dovrei essere riduttivo e compiacente, lasciandovi così l’agio e il tempo di ridimensionare ogni mia indicazione. Se quella casa, quella strada e la vita che si svolgeva in quel posto all’inizio del Decumano, vi hanno permesso di filosofare come meglio vi è piaciuto, abbiate la bontà allora di spiegarmi come riuscivate a rendere propizia e convincente l’argomentazione delle tre età nello sviluppo della coscienza storica. Oppure, se non vi disturba, datemi un breve saggio dell’opposizione al cogito cartesiano e, quindi della limitatezza della deduzione logica, per affermare l’insopprimibile necessità e autorevolezza della conoscenza storica…
     Scusate, Professor Vico… mi sono lasciato prendere anch’io dal livore di una polemica che, per il rispetto che ho di voi, non ha senso né fondamento. Oltre tutto, se davvero accettaste di scendere in campo, di contrapporre i miei ai vostri argomenti e di controbatterli uno per uno con gli strumenti dell’erudizione e della dialettica, mi ritroverei a soccombere come il più sprovveduto dei vostri allievi.
     Eppure non è nella disamina strettamente filosofica che vorrei trascinarvi (anche perché sareste voi a trascinare me e a schiacciarmi); vorrei piuttosto ribadire, anche a costo di essere ozioso, che siete stato filosofo per un purissimo accidente, che la napoletanità contempla tutt’al più la filosofia spicciola del bozzetto di costume ma non arriva a concepire e a riconoscere una sistemazione organica ed evolutiva del pensiero, di una struttura critica e metodologica così puntigliosa come quella della Scienza Nova.
     Le cronache del tempo non erano tenere con voi, Professor Vico. Vi si accusava di essere ridondante e talora impreciso nella trattazione dei vostri temi, di aderire allo spirito illuministico del tempo con una partecipazione ambigua o reticente se non addirittura ostile, di aver proposto il primato della storia e della conoscenza storica in un’epoca che bramava invece di considerare e riaffermare la dimensione della realtà oggettiva, retta esclusivamente dalle leggi del progresso e della cultura, tutte comunque ispirate dalla madre sovrana delle idee, cioè la ragione.
     Il dibattito era fervido, incandescente, esaltante. Gli illuministi francesi, per esempio, conferivano alla storia un significato e un destino di grande respiro, anche se accessorio: la storia veniva intesa come uno strumento di affrancamento, più che di conoscenza, dalle antiche barbarie ma si privilegiava, della storia, il segmento contemporaneo, quello che, grazie alla cultura e alla formazione della cultura, avrebbe sconfitto ed eliminato il passato torbido e ingrato dell’esistenza umana. Ai francesi e agli inglesi, voi opponevate il provvidenziale concetto di storia come l’unica categoria dello spirito e dell’etica che avrebbe riscattato l’uomo dai suoi tetri fantasmi e dalle sue inesorabili aberrazioni. Non era un po’ la stessa cosa, Professore? Non stavate adoperando lo stesso linguaggio per affermare concetti omologhi?
     Come vedete, torniamo al punto di partenza: a Parigi, a Londra, a Jena, a Königsberg c’erano le condizioni, soprattutto ambientali, perché un pensatore attendesse serenamente alle sue personali speculazioni. C’erano castelli dalle stanze accoglienti, dai giardini silenziosi, dagli anfratti familiari nei quali i filosofi si ritiravano a meditare, scrivere e passeggiare, gratificati di continuo dal padrone di casa, esaltato e fiero per la presenza di un sapiente tra le mura della sua dimora. Un filosofo tedesco o francese trovava di che vivere o di che pensare nelle residenze estive dei nobili che li ospitavano per puro decoro, per l’onore di averli alla loro mensa e voi, Professor Vico? Avete mai trovato qualcuno che volesse ospitare voi, vostra moglie e i vostri sei figli?
     Non vi risentite, non l’ho detto per offendervi, non ne avrei motivo né mi piace che si possa solo pensare una meschineria del genere. Ritengo, al contrario, che sia stata proprio la vostra vita privata e familiare a stimolare e consustanziare la vostra speculazione filosofica. Altri filosofi sono stati più fortunati nella vostra epoca (Leibniz, Locke) e altri hanno avuto la vostra medesima angoscia esistenziale (per tutti Kant) ma tutti, però, vivevano in situazioni o città più o meno disponibili, più o meno compatibili, secondo un tenore di vita che, seppur non li celebrava, riusciva tuttavia a renderli uguali agli altri, a non prostrarli nella sfiducia e nello sgomento.
     Per voi non è stato così, Professor Vico. Voi avete sofferto molto di più e avete scritto molto di più, ma i vostri contemporanei erano presi, anche allora, da un provincialismo frenetico e inconsulto, da un esotismo di maniera. Montesquieu, Voltaire, D’Alembert sembravano più incisivi, più alla moda, più intransigenti e spesso non si capiva che la stessa intransigenza, la stessa fermezza, l’attualità del pensiero erano di casa a San Biagio dei Librai tra gli strilli dei bambini e le necessità di una famiglia che doveva tirare avanti col magro stipendio di un professore universitario e le lezioni private che lo stesso professore universitario doveva organizzare “per tirare la carretta”.
     Forse è questa la chiave per decifrare la vostra vita di intellettuale e la vostra figura di filosofo. Il Decumano, allora, agli inizi del Settecento, offriva molto più di quello che offre oggi nella composizione sociologica della sua popolazione. Allora il Decumano era la casa di nobili e letterati, di notai e avvocati, di artisti ed eruditi. Oggi il Decumano è la strada di tutti e di nessuno: famiglie del ceto medio, studenti fuori-sede, vecchi soli o abbandonati: ha perduto cioè quel prestigio, diremmo, residenziale per scoprirne un altro nelle botteghe che si susseguono lungo il suo percorso: botteghe che si rinnovano, si diversificano, spariscono.
     Ai vostri tempi, Professore, doveva essere tutto un po’ più compatto e maestoso. Forse eravate proprio voi – perdonate la franchezza – a rappresentare la diversità nel Decumano del vostro tempo e la diversità poi si faceva ancora più eccentrica quando si diceva in giro che quel tal Professor Vico, padre di tanti figli, oberato da tanti problemi quotidiani, poco o male sorretto dalla moglie, non avesse di meglio da fare che rimuginare idee e pensieri come un dissennato affabulatore di storie e teorie…
     Chiarissimo Professore, la verità è che eravate nato nel secolo sbagliato (bisognerà aspettare la fine dell’Ottocento per una rivalutazione globale della vostra persona e delle vostre opere) e tuttavia, a dispetto di tutto e tutti, avete mostrato una forza, una dirittura morale, una tenacia che, se a qualcuno è sembrata solo come una penosa ostinazione, per altri è stata invece una prova di coraggio e di sacrificio. I maligni sostenevano che tale virtù vi derivasse disgraziatamente dal fatto di “aver battuto la testa da piccolo”, quando all’età di sette anni vi procuraste un serio incidente, spaccandovi appunto la testa.
     Il popolo napoletano è lesto e fecondo a denigrare, più che a osannare, i propri eroi: voi siete stato un uomo più unico che raro nella Napoli del Settecento e di solito – allora come oggi – gli eroi di questa specie, solitari e inafferrabili, lasciano ai posteri la loro fortuna e il loro insegnamento come un’eredità capricciosa, difficile da gestire.
     Nella storia ideale eterna, voi ritornate di tanto in tanto per ammonirci sui corsi e i ricorsi, sui cicli che si rinnovano e su quelli che restano incompiuti: ne proviamo fastidio, è vero, ma poi filosoficamente ammettiamo che avevate ragione.

        Con osservanza

***

5 pensieri riguardo “Chiarissimo Professore Giambattista Vico”

  1. Che bello!, grazie del post!; è meravigiolso scrivere ai grandi con la confidenza-conoscenza rispettosa e aggraziata che denota, con chiara maestria, Antonio Scavone.
    Qui facciamo annualmente il censimento delle sagre per approntare il prossimo finanziamento all’inutile; qui facciamo da trent’anni lo strombazzamento degli eventi pseudoculturali e dimentichiamo il fuoco vivo delle intelligenze oneste che hanno illuminato il mondo. Siamo troppo spinti alla distrazione e abbiamo bisogno (parlo, soprattutto, per me) di studiare sempre per meglio interrogarci su questi tempi sciatti. Un saluto garbato a tutti, Gaetano dall’Irpinia.

  2. senza vico non ci sarebbe stato karl marx, senza le osservazioni critiche di vico probabilmente joyce non avrebbe potuto partorire il suo ulisse, importante e acuta lettera questa di Antonio Scavone rivolta a un monumento dell’ingegno umano! Su una cosa dissento (si fa dire, non me ne voglia) dal Nostro: in quel decumano ci passavo spesso e lì avvertivo odore e profumo di libri, di cultura, di idee..

  3. antonio scavone sempre originale, brillante e profondo: nonché riconoscente e delicato al cospetto dei grandi, come davvero li avesse di fronte. i grandi sanno parlare ai grandi.
    (machiavelli ci insegna questo oltre a dimostrare che la costrizione domestica non è impedimentum al pensiero)
    grazie!

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