Artaudiana (III)

Jean-Dubuffet, Portrait d'Antonin Artaud, 1946

Antonin Artaud

Supplici e supplizi

 

E scivolano dall’apice testicolare del cranio
la morva
dei loro stupri senza fine,
gli spiriti innestati sotto il rovescio della lastra degli specchi,
nelle vecchia determinazione millenaria ad aspirare l’euforia
senza fine,

con la complicità di tutti gli esseri nati
sul corpo del vecchio Artaud
sepolto
poi dissepolto
da se stesso
fuori dalle eternità

 

*

 

Compenetrazione,
penetrazione,
la mia lingua,
mescolanza,
la mia lingua,
ravvicinamento,

niente spazio,
niente infinito,
niente lontananza,
niente registro,
niente insieme,
niente generale,
niente totale,
niente armonia;

tutto a catafascio
ma non io,

niente contatto,

niente sfioramento,
niente ravvicinamento,
niente penetrazione,
ninente compenetrazione,
niente copulazione,
pulazione.

Mettere in contatto
molecole princìpi,
e costringerle
a frantumarsi una sull’altra
la fica-naso
per mezzo di una serie di propulsioni ripetute
che obbediscono alle misure di una danza
di cui l’atto sessuale
è solo la caricatura
bestiale e abortita.

E io sono il padre-madre,
né padre né madre,
né uomo né donna,

sono sempre stato qua,
sempre stato corpo,
sempre stato uomo.

Le cose non vengono viste dall’alto dello spirito al di sopra
del corpo,
ma fatte dal corpo,
e al suo livello,
assai più infinito di quello di ogni spirito.

Senza altra
legge che
quella di una
equità
estremamente
tenebrosa,
scrupolosa
e ostinata.

Non dimenticare
la faccia
di Lucifero
sotto il suo trucco
di padre eterno,
che sogghigna attraverso le sbarre.

 

*

 

L’elettricità è un corpo, un peso,
il bombardamento di una faccia,
la calamita compressa di una superficie respinta dall’esterno
di un colpo,
sul margine di tale colpo,
pugno blu della mia mano verde di disperazione e di collera
che colpisce, un giorno in cui
davanti al colpo
il buco che stavo per inferire alle cose
mi afferrò la mano
non per ripararsi da un danno
ma per essere il padrone,
finalmente.

 

*

 

Non sono un feto sepolto in fondo a me stesso e che verrà,
sono io, io;
e sono io, io, io a essere lì davanti,
e non un altro,
davanti al fondo in rivolta dell’altro
che non è l’altro del mio io,
né un altro di fronte a me,
e che non ha altro scopo, per vivere,
se non di vivere nel mio riflesso,
che mi gioca poi il brutto scherzo di dirmi:
«Sei tu a doppiarmi,
sei tu il doppio, e non io».
È il linguaggio innato del servo che un giorno la luce diede
all’ombra, e il corpo umano alla tomba,
lingua di tutti i reprobi,
perché in fin dei conti da dove saltò fuori Satana,
perché questo doppio e quest’eco?
Perché un doppio e un’eco,
perché un vuoto, perché un pieno?
Chi ha fatto le categorie, gli esseri, le determinazioni? se
non il doppio e l’eco? Ma chi fece il doppio e l’eco?
Satana è forse solo un doppio e un’eco;
ma egli è l’accezione infusa, il senso macinato,
che assume la virtualità originaria delle cose, rifugiate nella
loro tana indolore,
come il sesso sotto il tetto di un cuore.

 

*

 

Tutti gli esseri hanno salmodiato un teatro,
e l’universo è un teatro,
la rappresentazione di una tragedia che finisce ma sarebbe
potuta non accadere.

La coscienza è nata dalla calefazione con l’idea del valore e
della qualità che prima non erano,
perché per giudicare ci vuole il tempo,
e il tempo esiste solo a causa del giudizio,
senza giudizio non c’è tempo,
e il giudizio viene dall’incontro dell’attivo, questo carbone
sistemato in cima alla punta,
in cima al chiodo bucato con cui la lingua si attorciglia sulla
punta del carbone.

 

[Antonin Artaud, da Interiezioni, in id. Succubi e supplizi,
trad. Jean-Paul Manganaro, Adelphi, Milano, 2004]

 

__________________________
(I testi presenti in questo articolo sono tratti
dal sito “Letteratura Necessaria” di Enzo Campi)

 

***

Un pensiero su “Artaudiana (III)”

  1. ogni verso serba quello già scritto da prima e anche quello scritto nell’ oceano in sofferenza della ‘ mente’ di Artaud accesa perennemente da sé monitorata. mappe a mente mappe in mente che contengono tutte le varianti mai sazie di matrici che gli esseri umani noi da fuori abbiamo l’ ardire di chiamare trasgressioni ogni verso di Artaud non si immischia nella vita non la suppone ma se ne fa carico la diverte ne diventa membro sessuale e si fa fare si fa sbattere i nervi la schiena ma allo stesso tempo la domina ci vola sopra ci piscia sopra ma come se curasse in qual gesto una pianta anche carnivora una pianta Artaud che attende con la pazienza ibridata di un uragano e una cucitrice il segnale per diventare preda dell’ universo e parte di esso. non si può rimanere ‘calmi’ innanzi a questi scritti.
    grazie Francesco.
    sempre la mia stima.
    paola

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